Regione del Veneto

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CONTATTACI
Speaker : PRESIDENTE
Signori, buongiorno. Prendete posto, grazie.
Accomodatevi. Chiudete le porte, per favore. Fate fare l’annuncio di chiamata dei Consiglieri, anche se ormai sono qua tutti.
Iniziamo con un quarto d’ora in ritardo. Si è tenuta la Conferenza dei Capigruppo questa mattina. Prendete posto, che iniziamo.
Si è tenuta la Conferenza dei Capigruppo stamattina per l’organizzazione dei lavori di oggi, di domani e di dopodomani e della settimana successiva, cioè il 7 e l’8. Vi ricordo che inizieremo questa mattina e anche eventualmente domani mattina, c’è la convocazione anche per domani, e a seguire eventualmente praticamente per il 3, inizieremo tutte le adunanze con 45 minuti di interrogazioni.
Primo punto di oggi: “Approvazione dei verbali delle sedute precedenti”.
Se nessun Consigliere chiede di fare osservazioni, si intende approvato il processo verbale della 21a, 22a e 23a seduta pubblica di lunedì 27, martedì 28, mercoledì 29.
Non ci sono Consiglieri al momento che hanno comunicato congedo. Vi risulta che ci sia qualcuno dei vostri conoscenti? No.
Punto n. 3: “Interrogazioni e interpellanze”.
Viene dato per letto l’elenco delle interrogazioni e interpellanze, allegato all’ordine del giorno e pubblicato sul sito istituzionale.
Punto n. 4: “Risposte della Giunta regionale alle interrogazioni e interpellanze”.
Interrogazione a risposta immediata n. 10 del consigliere Montanariello: “Bando stufe 2025, dopo le promesse di due anni fa il copione si ripete: la Giunta regionale intende prima o poi rivedere tutto il procedimento, rendendolo meno, farraginoso e più aderente alle linee del gestore del gestore dei servizi energetici (GSE)?”.
Prego. Ha due minuti di presentazione e poi risponde la Giunta.
Speaker : Jonatan MONTANARIELLO (Partito Democratico)
Premesso che, con deliberazione della Giunta regionale n. 731 di luglio la stessa ha approvato, anche per il 2025, i criteri del cosiddetto “Bando stufe” volto alla sostituzione di impianti termici domestici a biomassa e combustibile solido o a gasolio con nuovi impianti aventi migliori prestazioni emissive oppure con pompe di calore elettriche, grazie ad uno stanziamento di 4 milioni di euro.
Come negli anni precedenti, anche questo bando prevede una prima fase di manifestazione di interesse, con graduatoria basata esclusivamente su ISEE e priva di effetti concessori, seguita da una seconda fase avviabile subito dopo l’acquisto del nuovo impianto con l’ottenimento del contributo del gestore dei servizi energetici GSE sul conto termico al termine della quale la Regione provvede al riparto delle risorse disponibili.
Con l’interrogazione n. 58 di ottobre 2023 il sottoscritto ha già evidenziato come tale procedura, ripetuta nel 2022, soprattutto in riferimento alla lunghezza dell’iter e alle poche risorse a disposizione, considerato che i cittadini sono chiamati ad anticipare integralmente la spesa senza alcuna certezza dell’effettivo accesso al contributo regionale, negli anni si è sempre registrato un alto tasso di abbandono tra la prima e la seconda fase. Nel bando 2024 di 2.698 domande presentate solo 1.347 sono proseguite nella seconda, rendendo comunque insufficiente la dotazione iniziale di 3 virgola milioni di euro e un necessario successivo incremento di risorse. Una situazione analoga si profila per il bando 2025, dove 3.674 domande pervenute nella prima fase, anche ipotizzando una rinuncia del 50% nella seconda, lo stanziamento di 4 milioni risulta inadeguato, tenuto conto che un’ulteriore criticità, criticità riguarda, e questo è importantissimo, Presidente, l’esclusione delle possibili caldaie a gasolio, particolarmente inquinanti e diffuse, soprattutto nelle aree montane e non metanizzate con impianti a biomassa, nonostante questa opzione sia prevista dal GSE.
Si interroga l’Assessore all’ambiente per sapere se, nell’ottica già preannunciata in passato, ma ancora disattesa, di rivedere l’attuale impianto procedurale del bando, non ritenga altresì opportuno prevedere a monte l’aumento delle risorse a disposizione e allineare la disciplina regionale a quella del GSE, consentendo la sostituzione delle vecchie caldaie a gasolio anche con impianti a biomassa, condizione necessaria in particolare nelle aree montane.
Speaker : PRESIDENTE
Grazie.
Dovrebbe esserci l’Assessore, anzi il Vicepresidente, che risponde per conto dell’assessore Venturini. Prego.
Speaker : Ass.re Lucas PAVANETTO
Grazie, Presidente. Colleghi, con riferimento all’impianto procedurale dei bandi stufe, si evidenzia che lo stesso, a partire dall’edizione 2025, è stato reso più agevole per l’utenza grazie all’introduzione di semplificazioni quali l’implementazione di una piattaforma telematica regionale dove presentare le istanze, nonché la possibilità di delegare un terzo, ad esempio il rivenditore o l’installatore, per la compilazione delle informazioni e dei dati tecnici che potrebbero risultare più ostici per il cittadino.
Quanto alla dotazione finanziaria si evidenzia che le risorse utilizzate provengono da fondi statali assegnati dalla Regione del Veneto e dal MASE e utilizzabili nel rispetto delle regole e del relativo programma di finanziamento; risorse che vengono ripartite annualmente su una pluralità di iniziative volte al miglioramento della qualità dell’aria.
Speaker : PRESIDENTE
Grazie.
Prego, Consigliere.
Speaker : Jonatan MONTANARIELLO (Partito Democratico)
Assessore, la ringrazio per la risposta. Peccato che non c’entrava nulla con l’interrogazione. Magari la prossima volta sarà più fortunato.
Nessuno ha parlato della problematica della compilazione. Abbiamo detto che tra la prima fase e la seconda fase, dove serve il nulla osta del GSE, dovendo anticipare i cittadini, i soldi, le domande si dimezzano. Questo vuol dire che, da una parte, se c’è una rinuncia del 50% dei cittadini, la domanda che dovremmo farci è perché scappano, non se c’è l’agevolazione a compilare la domanda, perché se la domanda la fanno e dopo la tolgono vuol dire che da una parte son pochi i soldi e dall’altra gli chiedi di anticiparli prima che il GSE dia l’okay.
So che lei viene da una scuola di amministrazione locale e capisce bene quello che dico. Se un cittadino li deve anticipare e non sa se pur avendo avuto accesso a un requisito di anticiparli non ha la certezza di rientrare, siccome si parla di soldini, dice “E se non rientro?”. Tant’è che il 50% magari quelli che economicamente non hanno la possibilità si ritirano. È un dato empirico.
La seconda, Vicepresidente, è legata al fatto che ci sono delle aree montane, dove non c’è il metano, dove il fatto di non poter sostituire la caldaia con impianti a biomassa, e per biomassa si intende anche alcuni tipi di estrazione naturale, di pallet, di trucioli o di altro, si arreca un grande danno all’ambiente, perché nelle zone de-metanizzate è quello lo strumento che si usa. Quindi, è evidente che se noi, da una parte, lasciamo fuori chi in quelle aree – lei gira come me, non devo spiegarle queste cose – ha come unica formula di sostituzione quello, e, dall’altra parte, non ci chiediamo perché la metà rinuncia, credo che dovremmo fare una profonda riflessione per rendere il bando non più accessibile, ma più inclusivo.
Grazie per l’impegno. La riproporrò e magari la terza volta porterò a casa il risultato. Ringrazio l’assessore Venturini per la risposta d’ufficio del tutto insoddisfacente.
Speaker : PRESIDENTE
Grazie, Consigliere.
Passiamo alla IRI n. 17, della consigliera Ostanel: “Iniziative della Regione del Veneto a sostegno dell’ingresso in Italia degli studenti gazawi beneficiari di borse di studio presso Atenei veneti”.
Prego, Consigliera.
Speaker : Elena OSTANEL (Alleanza Verdi e Sinistra)
Grazie, Presidente.
Ho presentato questa interrogazione a febbraio 2026 perché oltre 150 studenti e studentesse della Striscia di Gaza sono risultati vincitori di borse di studio presso le Università italiane, ma erano impossibilitati a raggiungere il nostro Paese per il mancato completamento delle procedure necessarie al rilascio del visto di studio.
Anche in Veneto sono state riscontrate dalle Università venete difficoltà a riuscire a mettere in campo una procedura che garantisce agli studenti che risultano vincitori di borsa di studio di poter uscire dal Paese, in particolare in una condizione, oggi che non permette loro di stare lì, a causa del genocidio, di arrivare in Italia in maniera sicura e di poter proseguire gli studi.
Quindi, chiediamo e abbiamo chiesto alla Regione del Veneto di farci sapere quali sono le azioni, anche in accordo con il Governo e con le Autorità competenti, che sono state messe finora in campo, o che si intendano attivare, a supporto delle Università venete e degli enti per il diritto allo studio, al fine di facilitare l’ingresso in Italia degli studenti gazawi beneficiari di borse di studio presso gli Atenei del Veneto, e garantire loro l’effettivo esercizio del diritto allo studio.
Permettetemi, visto che ho tempo, un appunto che non riguarda per forza la nostra interrogazione: in generale, non solo gli studenti gazawi, ma tutti gli studenti veneti, spero avranno la borsa di studio entro il dicembre prossimo.
Grazie.
Speaker : PRESIDENTE
Grazie, Consigliera. Assessore Mantovan, prego.
Speaker : Ass.ra Valeria MANTOVAN
Grazie, Presidente.
Gli studenti provenienti dalla Striscia di Gaza che hanno preso parte alle procedure di selezione per l’assegnazione delle borse di studio in Veneto relative all’anno accademico 2025-2026, i quali sono risultati idonei, sono complessivamente tre.
Di questi, due hanno incontrato difficoltà nel raggiungere il territorio italiano a causa del mancato completamento delle procedure necessarie al rilascio del visto per motivi di studio, per cause a loro non imputabili.
Per quanto riguarda le azioni intraprese a loro favore, uno degli studenti idonei interessato alle iscrizioni universitarie per l’anno accademico 2025-2026 ha ottenuto una proroga dei termini sia per la presentazione del visto, sia per il perfezionamento dell’immatricolazione.
È stata inoltre prevista la copertura integrale dei costi di viaggio, inclusi volo e trasferimento dalla Striscia di Gaza, con transito attraverso la Giordania. Successivamente, lo studente ha manifestato l’intenzione di posticipare il proprio percorso, dichiarando la volontà di immatricolarsi nell’anno accademico 2026-2027.
Il secondo studente idoneo interessato all’iscrizione presso l’Accademia di Belle Arti per l’anno accademico 2025-2026 non è riuscito a completare l’immatricolazione. Per entrambi gli studenti le istituzioni universitarie hanno mantenuto il contatto con le autorità competenti, sollecitando il loro arrivo e fornendo la documentazione richiesta dal Consolato generale d’Italia a Gerusalemme.
Tuttavia, le procedure di evacuazione dalla Striscia di Gaza e il rilascio dei visti rientrano nella competenza esclusiva delle rappresentanze diplomatico-consolari.
Nell’ambito delle misure di sostegno, l’Università di Padova ha messo a disposizione cinque borse di studio attraverso il progetto IUPALS, destinato a studenti e studentesse palestinesi residenti nei territori palestinesi, per l’iscrizione a corsi accademici in Italia per gli anni 2025-2026.
Il progetto è coordinato dalla Conferenza dei Rettori delle Università italiane e condiviso con il Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale, Ministero dell’Università e della Ricerca e Consolato generale d’Italia a Gerusalemme.
Speaker : PRESIDENTE
Grazie, Assessore.
Prego, Consigliera.
Speaker : Elena OSTANEL (Alleanza Verdi e Sinistra)
Grazie, Presidente, grazie per l’aggiornamento.
Ringrazio perché si capisce che la Regione del Veneto si è mossa per quanto di competenza, però io ci tengo a riscontrare il fatto che questa interrogazione dimostra come nella Striscia di Gaza, ovviamente, nonostante il fatto che alcune forze politiche, anche qui presenti, continuino a dire che il genocidio in corso, ad esempio, oggi è terminato, cosa che non è esattamente così, anzi, non è proprio così, siccome la situazione è gravissima e continua ad essere gravissima, noi dobbiamo continuare a monitorare, e non solo a monitorare, ma a fare in modo che la Regione del Veneto, con la pressione della Conferenza Stato-Regioni, porti finalmente il nostro Governo a prendere una posizione chiara e a lavorare in maniera costante per garantire a tutti gli studenti, in primis perché sono beneficiari di borsa di studio e hanno un corridoio per poter entrare in maniera sicura in questo Paese, ma in generale per tutte le persone che oggi scappano e si rifugiano da un genocidio in corso, la possibilità di entrare con un visto sicuro all’interno del nostro Paese.
Noi dobbiamo fare un lavoro sì diplomatico, ma anche politico, per fare in modo che finalmente si riconosca che quello che sta accadendo anche oggi nella Striscia di Gaza non può essere più tollerato, e gli studenti – e questa risposta oggi lo dimostra – diventano purtroppo l’esemplificazione del fatto che per ottenere dei visti che sono già riconosciuti, perché hanno ottenuto la borsa di studio, fanno fatica, non riescono, perdono mesi, ed effettivamente, in un contesto di questo tipo significa non garantire la loro sicurezza.
Quindi, chiedo davvero, al di là della risposta tecnica che è stata data dall’Assessore, di fare un’opera di convincimento, di pressione dentro la Conferenza Stato-Regioni affinché gli studenti in primis, ma in generale tutte le persone che cercano di scappare da quel genocidio in corso, possano essere accolti dai Paesi che invece sono sicuri.
Vi prego, perché il genocidio non è finito.
Speaker : PRESIDENTE
Grazie, Consigliera.
IRI n. 28, terza del giorno, presentata dal consigliere Szumski “Criticità nell’accesso alle prestazioni sanitarie per i cittadini del Feltrino e rispetto dell’ambito territoriale di garanzia”.
Prego, Consigliere.
Speaker : Riccardo SZUMSKI (Szumski – Resistere Veneto)
Premesso che la deliberazione della Giunta regionale del 4 giugno 2024 n. 626 definisce l’ambito di garanzia territoriale quale bacino minimo entro il quale deve essere assicurata l’erogazione delle prestazioni sanitarie nei tempi massimi previsti dalle priorità indicate in ricetta, tale ambito deve essere individuato tenendo conto delle caratteristiche orografiche e infrastrutturali e demografiche del territorio.
Considerato che numerose segnalazioni provenienti dal territorio del Feltrino evidenziano come pazienti anche anziani e fragili – siamo al 24 aprile – vengono indirizzati per visite specialistiche ed esami diagnostici presso strutture situate a notevole distanza dal proprio luogo di residenza, con particolare riferimento all’ospedale di Cortina d’Ampezzo, la distanza e la carenza di collegamenti pubblici adeguati e i costi di trasporto rendono spesso impossibile per tali pazienti raggiungere la sede proposta, in caso di rifiuto dell’appuntamento per comprovata impossibilità logistica le prestazioni vengono riclassificate come G2, con conseguente perdita della priorità clinica e slittamento dei tempi di erogazione oltre quelli previsti (ovviamente questo è il rischio).
Rilevato che tale meccanismo rischia di configurare una disparità di accesso alle cure penalizzando i cittadini residenti nelle aree montane periferiche, la qualificazione del rifiuto come scelta volontaria appare in molti casi non coerente con la reale condizione dei pazienti, emergono dubbi circa il rispetto sostanziale dei criteri di equità, appropriatezza e accessibilità del servizio sanitario regionale.
Si interroga la Giunta regionale per sapere quali iniziative intenda adottare per garantire il pieno rispetto dell’ambito territoriale di garanzia e dei tempi di priorità delle prestazioni sanitarie, evitando che l’impossibilità oggettiva di pazienti a raggiungere sedi lontane comporti la perdita del diritto a cure tempestive ed eque e, aggiungo, anche migrazione in altre regioni.
Speaker : PRESIDENTE
Grazie, Consigliere.
Prego, assessore Gerosa.
Speaker : Ass.re Gino GEROSA
Grazie, Presidente.
Non richiamo la deliberazione della Giunta n. 626 del giugno 2024 perché l’ha già ricordata il consigliere Szumski, però ribadisco che quella deliberazione prevede che ciascuna azienda sanitaria definisca, all’interno dei propri piani attuativi aziendali aggiornati annualmente, gli ambiti di garanzia sulla base principalmente dei seguenti fattori: la prossimità nell’accesso all’erogazione delle prestazioni, la qualità e la sicurezza delle prestazioni erogate, la sostenibilità economica del sistema nel suo complesso, la valutazione dell’offerta complessiva presente nel territorio, sia delle strutture pubbliche sia degli erogatori privati accreditati, la valutazione della domanda di prestazione ai propri assistiti, il livello della complessità delle prestazioni stesse (basso, medio, alto, altissimo), le caratteristiche orogeografiche, importanti per l’area di cui stiamo parlando, e demografiche del territorio, la salvaguardia di particolari categorie di assistiti quali gli anziani e i soggetti fragili.
In tale contesto, l’azienda ULSS 1 Dolomiti ha esplicitato nell’allegato 1 del proprio Piano attuativo aziendale, che peraltro è accessibile direttamente dal sito aziendale nella sezione dedicata ai tempi di attesa, gli ambiti di garanzia previsti per le prestazioni specialistiche ambulatoriali che sono oggetto del monitoraggio, adottando per alcune prestazioni un bacino di garanzia a livello aziendale, mentre per altre il bacino è a livello del singolo distretto.
L’azienda ULSS, interpellata in merito all’interrogazione di cui all’oggetto, ha precisato che le situazioni richiamate non rappresentano la modalità ordinaria di gestione degli appuntamenti, che, al contrario, è costantemente orientata a garantire l’erogazione delle prestazioni presso la sede più vicina al domicilio dell’assistito, in particolare quando si tratta di persone anziane o fragili, nel pieno rispetto della DGR 626 del 2024, che abbiamo citato prima, e del proprio Piano attuativo aziendale per il governo delle liste d’attesa.
La proposta di sedi alternative all’interno della rete aziendale viene utilizzata principalmente quale opportunità aggiuntiva per consentire al cittadino di accedere più rapidamente alle prestazioni, mantenendo il rispetto dei tempi di priorità previsti dalla prescrizione. L’eventuale mancata accettazione di una sede erogativa proposta, con la conseguente classificazione come G2, non determina la perdita del diritto alla prestazione. L’azienda ULSS continua a garantire la presa in carico della richiesta e a ricercare soluzioni erogative coerenti con i principi di appropriatezza, prossimità e sostenibilità organizzativa, tenendo sempre conto delle esigenze cliniche dell’assistito e cercando di ridurre, per quanto possibile, i disagi nell’accesso alle prestazioni.
Si precisa, infine, che l’unità centrale di gestione dell’assistenza sanitaria e dei tempi delle liste di attesa, istituita con un decreto del DG dell’area Sanità e sociale n. 133 del settembre 2024, effettua un continuo monitoraggio del rispetto, da parte di tutte le strutture pubbliche e private accreditate, della normativa nazionale e regionale in materia di liste di attesa. Grazie.
Speaker : PRESIDENTE
Grazie, Assessore.
Prego, Consigliere Szumski.
Speaker : Riccardo SZUMSKI (Szumski – Resistere Veneto)
La risposta è burocraticamente perfetta. Peccato che si ammetta che l’azienda ha precisato che le situazioni richiamate non rappresentano la modalità ordinaria di gestione, il che di fatto è una ammissione di problematiche che ci sono e che vengono segnalate dai cittadini.
Quindi, non siamo soddisfatti della risposta e chiediamo, tenendo conto anche della particolarità del territorio della ULSS Dolomiti 1, di avere una maggiore attenzione e un investimento, visto che è cambiato anche il direttore generale, per cui speriamo che ci sia un miglioramento effettivo da questo punto di vista.
Speaker : PRESIDENTE
Grazie.
Passiamo alla interrogazione n. 43 sempre del consigliere Szumski “Impianto agrifotovoltaico nel comune di Bolzano Vicentino su terreni dell’Istituto pubblico di assistenza e beneficenza IPAB di Vicenza: quali valutazioni e autorizzazioni della Giunta regionale?”.
Prego, Consigliere.
Speaker : Riccardo SZUMSKI (Szumski – Resistere Veneto)
Premesso che gli organi di informazione hanno riportato la notizia della procedura avviata dall’Istituto pubblico di assistenza e beneficenza di Vicenza per la concessione del diritto di superficie ad una multinazionale spagnola, sottolineo, su ampie superfici agricole nel territorio del Comune di Bolzano Vicentino per la realizzazione di un esteso impianto agri-fotovoltaico l’intervento interesserebbe circa 80 ettari di terreni agricoli produttivi, una significativa trasformazione del paesaggio rurale e delle funzioni agricole delle aree coinvolte, suscitando forte preoccupazione tra amministrazioni locali, cittadini, imprese agricole e comitati del territorio.
Il decreto legislativo del 25 novembre 2024, n. 190, prevede che gli impianti da fonti rinnovabili possano essere localizzati anche in aree agricole, ma dispone altresì che nell’ubicazione degli interventi debba essere garantita la tutela del patrimonio culturale, del paesaggio rurale, della biodiversità e delle tradizioni agroalimentari locali.
La Regione del Veneto ha avviato una riflessione normativa sul tema, anche con audizioni qualificate svolte nelle Commissioni permanenti del Consiglio regionale. Sono stati depositati il progetto di legge regionale n. 79, il progetto di legge regionale n. 80 (XII legislatura), finalizzati a portare modifiche alla legge regionale del 19 luglio 2022 n. 17, con l’indicazione di privilegiare superfici urbanizzate e compromesse.
Considerato che l’articolo 45 della legge regionale 9 settembre 1999 n. 46, e l’articolo 8 della legge regionale 23 novembre 2012 “Disposizioni di riordino e semplificazione normativa collegato alla legge finanziaria 2006 in materia sociale, sanità e prevenzione e disposizioni in materia sanitaria, sociale e sociosanitaria” assoggettano ad autorizzazione regionale, l’utilizzo del patrimonio disponibile delle IPAB al fine di migliorarne la redditività e la resa economica; la concessione di un diritto di superficie pluridecennale su vaste superfici agricole determina una significativa compressione della disponibilità patrimoniale e funzionale dei beni interessati, quindi interroghiamo la Giunta regionale per sapere quali valutazioni abbia fatto la Regione del Veneto nell’ambito delle proprie competenze autorizzatorie e pianificatorie, in ordine alla procedura avviata dall’IPAB di Vicenza per la concessione del diritto di superficie sui terreni agricoli, nel rispetto delle norme e della compatibilità dell’intervento, con la tutela delle aree agricole e produttive, del paesaggio rurale e della continuità delle attività agricole.
Aggiungo anche, sulla valutazione, quali sono i reali attori di tutte queste domande e richieste che abbiamo nel territorio veneto, perché non si può parlare di infiltrazioni poco chiare, che si nascondono attorno a certi interventi.
Speaker : PRESIDENTE
Grazie, Consigliere.
Le ho lasciato 30 secondi in più perché non li ha utilizzati prima.
Prego, Assessore… Lo dico per gli altri Consiglieri, che poi non dicano… Qui ci dovrebbe essere l’assessore Roma. Mi scusi, Consigliere, ma non siamo in grado di darle la risposta, anzi, non sono in grado di darle la risposta.
Attendiamo magari l’arrivo dell’assessore Roma. Intanto, facciamo un’altra interrogazione.
È per l’assessore Gerosa… Forse c’è il Vicepresidente che ha la risposta, però andiamo avanti.
Consigliere Rocco, passiamo all’IRI n. 46 “Chiusura del punto nascite di Castelfranco Veneto (TV). Quali iniziative intende assumere la Giunta regionale per evitare la dismissione e rilanciare il presidio ospedaliero?”.
Prego, Consigliere.
Speaker : Nicolò Maria ROCCO (Riformisti Veneti In Azione – Uniti Per Manildo Presidente)
Premesso che con la DGR n. 453 del 28 maggio 2006, la Giunta, preso atto del parere negativo del Comitato percorso nascite nazionale, ha approvato l’aggiornamento della rete dei punti nascita della Regione Veneto, avviando di fatto il percorso di chiusura del punto nascite castellano. Il provvedimento è stato adottato in ottemperanza alle prescrizioni del Comitato LEA che richiedeva la delibera entro il 31 maggio 2026; che la struttura di Castelfranco Veneto ha registrato 297 neonati nel 2025, ponendosi al di sotto della soglia minima richiesta dei 500 casi l’anno. Considerato che Consiglio regionale e cittadinanza hanno appreso della gravità della situazione a mezzo stampa, solo in data 3 giugno, oltretutto antecedentemente alla pubblicazione della delibera della Giunta regionale; che il dato della soglia dei 500 parti annui non comporta automaticamente la chiusura, ma un parametro al di sotto del quale è opportuna una valutazione complessiva circa il mantenimento del punto nascite; che l’attuale flessione delle nascite a Castelfranco non è un fenomeno irreversibile, né può essere imputato esclusivamente alla crisi demografica, che colpisce tutto il Paese, ma a un più ampio disegno di chiusura del presidio ospedaliero; che l’apertura delle case della comunità nel territorio interessato, in ragione delle differenti finalità perseguite, non comporta né l’assenza di un ospedale, né la chiusura di un punto nascite; interrogo la Giunta per sapere quali urgenti e concrete iniziative intenda ora assumere per sospendere l’iter di dismissione del punto nascite di Castelfranco, tutelando un reparto di eccellenza e promuovendo gli investimenti necessari al suo rilancio, a partire dall’attivazione del servizio di parto analgesia e intervenire in maniera risolutiva presso l’ULSS, onde evitare di garantire la correttezza delle comunicazioni alle gestanti.
Provo a sintetizzarla: noi ci rendiamo conto che c’è un parametro, che è quello della sicurezza dei 500; però c’è anche un criterio di scelta organizzativa rispetto ai servizi sul territorio, e forse su questo è interessante capire qual è la visione della Giunta.
Speaker : PRESIDENTE
Grazie. Prego, assessore Gerosa.
Speaker : Ass.re Gino GEROSA
Grazie, Presidente, grazie consigliere Rocco.
La riorganizzazione del punto nascite di Castelfranco Veneto si inserisce in un piano regionale più ampio, all’interno, come da lei ricordato, di una cornice normativa nazionale stringente, coerente con l’attuale contesto demografico.
Il fenomeno della denatalità, infatti, è un fenomeno diffuso che tocca tutto il territorio nazionale. Tale fenomeno è evidente del punto nascite di Castelfranco Veneto, dove negli ultimi anni risulta una tendenza decrescente del numero di parti effettuati, dai 461 del 2022 fino ai 297 del 2025, notevolmente al di sotto della soglia prevista di 500 parti annui. Lo standard dei 500 parti annui rappresenta un parametro previsto dalla normativa nazionale, come ricordava, e costituisce uno degli elementi utilizzati dagli organismi tecnici competenti nella valutazione complessiva della rete assistenziale.
Sulla base delle analisi effettuate dal Comitato percorso nascita regionale, con particolare riferimento al rapporto tra i parti osservati nel presidio e la distribuzione dei parti per comuni di residenza delle partorienti, è stato possibile individuare il bacino di riferimento e il grado di attrazione effettiva del punto nascita rispetto alla propria popolazione residente.
In particolare, se facciamo riferimento al caso di specie, risulta che su 189 parti di donne residenti nel Comune di Castelfranco Veneto, solamente 53 sono stati effettuati presso il punto nascita del medesimo Comune. I dati rilevano, quindi, che sono già in atto fenomeni di mobilità spontanea delle partorienti verso altri punti nascita. Infatti, vi sono numerosi punti nascita alternativi e facilmente raggiungibili presso gli ospedali di Montebelluna, Cittadella, Camposampiero e Treviso. Inoltre, i tempi di percorrenza stimati dai diversi Comuni del bacino di utenza ai punti nascita alternativi che, richiamando il parametro dei 90 minuti previsti dal decreto del Ministro della salute numero 70 dell’aprile del 2015 e il criterio più prudenziale dei 60 minuti assunto a livello regionale, risultano compatibili con gli standard di riferimento.
Il processo di riorganizzazione del punto nascita di Castelfranco Veneto rientra, quindi, in un processo complessivo di riorganizzazione della rete del percorso nascita Regione del Veneto. Innanzitutto, è stata adottata la deliberazione della Giunta regionale n. 453 del maggio 2026 in ottemperanza alle prescrizioni formulate dal Comitato permanente per la verifica dell’erogazione dei LEA. Tale provvedimento recepisce il parere espresso dal Comitato percorso nascita nazionale nell’ambito dell’accordo Stato-Regioni del 16 dicembre 2010, che definisce gli standard organizzativi, qualitativi e di sicurezza.
La riorganizzazione della rete dei punti nascita è il risultato di un articolato percorso di programmazione attraverso analisi tecniche, specifiche checklist, incontri di confronto.
L’obiettivo della programmazione regionale non è limitato alla riorganizzazione della funzione parto, ma riguarda l’evoluzione dell’intero percorso nascita, ponendo al centro la donna, il neonato e la famiglia.
In tale modello il parto rappresenta una delle fasi di un percorso assistenziale più ampio, che garantisce continuità della presa in cura durante la gravidanza, il parto, il puerperio e i primi mille giorni del bambino come potete apprezzare in Universum Salus, che è stato assunto come delibera di Giunta.
Le analisi dei flussi regionali evidenziano, inoltre, come una quota significativa di donne abbia già spontaneamente orientato la propria scelta verso punti nascita della rete di bacino caratterizzati da maggiori volumi di attività, mantenendo, invece, un forte legame con i servizi territoriali di prossimità per l’assistenza durante la gravidanza.
La programmazione regionale accompagna il Governo in tali evoluzioni, assicurando nel contempo tempi di accesso compatibili con gli standard previsti e il consolidamento della rete regionale STAM (Servizio trasporto assistito materno) e STEN (Servizio trasporto in emergenza neonatale).
Di fatto, noi non chiudiamo punti nascita, ma apriamo punti nascita sicuri all’interno del percorso in cui accennavo precedentemente. Grazie.
Speaker : PRESIDENTE
Grazie, Assessore.
Prego, consigliere Rocco.
Speaker : Nicolò Maria ROCCO (Riformisti Veneti In Azione – Uniti Per Manildo Presidente)
Faccio un’ulteriore premessa, un’osservazione e un auspicio.
La premessa è che nessuno ritiene che sia giusto tenere aperti tutti i punti nascita. C’è una sicurezza da garantire. Sappiamo che, chiaramente, più interventi si fanno, più un reparto è strutturato più questa sicurezza viene garantita, quindi penso che sia giusto pensare a una riorganizzazione. Quello che, però, è giusto evidenziare, che in qualche modo è stato riportato anche dalla sua risposta, è che evidentemente sono state favorite altre strutture, perché è vero che nell’arco di pochi chilometri ci sono altre strutture, ma è anche vero che le donne di Castelfranco molto spesso sono state messe nella condizione di andare da altre parti perché evidentemente sulle scelte che sono state fatte in termini di strutture e di servizi per la natalità e per il parto alcune cose sono mancate a Castelfranco. Questa è stata una scelta. Prendiamo atto.
La presa d’atto rispetto alla premessa è che evidentemente non si voglia tornare indietro rispetto a questa decisione. Però, bisogna avere il coraggio di dire che è una decisione organizzativa e politica di questa Regione, che parte da dei ragionamenti nazionali, da scelte nazionali e da provvedimenti nazionali, ma che poi trova un suo inveramento nelle scelte organizzative che questa Regione ha fatto, che possono essere condivisibili, ma che oggettivamente, bisogna dirlo, hanno penalizzato Castelfranco.
Rispetto a questo l’auspicio è di provare a capire come questo ospedale, che è un ospedale che ha una storicità, che è un ospedale che nasce nel Comune di Tina Anselmi, che per la sanità pubblica, insomma, ha un significato e per questa Regione ha un significato, che è un pezzo di storia di Castelfranco e che ha ancora grandissime professionalità, qual è il disegno su Castelfranco Veneto. Penso che i cittadini di Castelfranco Veneto meritino di sapere qual è il disegno sulla sanità del loro territorio.
Speaker : PRESIDENTE
Grazie, Consigliere.
Passiamo alla sesta IRI di oggi, che è la n. 50, della consigliera Bigon: “Case della comunità in Veneto: presenza medica al 10% e infermieristica al 27%, lavori conclusi in 48 strutture su 101. Quali misure per garantire la reale operatività delle strutture?”.
Prego, Consigliera.
Speaker : Anna Maria BIGON (Partito Democratico)
Grazie, Presidente. Ho fatto un accesso agli atti qualche mese fa, in data 26 febbraio 2026. Mi viene risposto dalla Regione che le Case di comunità sono realizzate nel 48% su 101, quindi 48 circa per quanto riguarda la struttura, ma che il problema principale era evidentemente il personale presente all’epoca, qualche mese fa, nel 10% per quanto riguarda il medico e nel 27% per la presenza infermieristica.
Mi chiedo: siamo a settembre. Il termine è scaduto a fine giugno per quanto riguarda i contributi, e ovviamente il PNRR. La realizzazione, nel frattempo, noi stiamo facendo anche dei sopralluoghi, sotto l’aspetto edile, può essere anche conclusa. Abbiamo un grande problema, quello del personale.
Con questa interrogazione volevo chiedere, e chiedo all’Assessore quali misure straordinarie ed urgenti son state adottate al fine di attivare queste strutture, per cui l’Europa e l’Italia hanno speso tantissimi milioni di euro, e per cui il cittadino ha il diritto di avere una risposta.
Grazie.
Speaker : PRESIDENTE
Grazie. Prego, assessore Gerosa.
Speaker : Ass.re Gino GEROSA
Grazie, Presidente.
Con decreto del DG dell’Area sanità e sociale n. 153267 del giugno 2026, pubblicato in forma integrale nel bollettino ufficiale della Regione, sono state definite le linee di indirizzo regionali per le aziende ULSS della Regione ai fini dell’attivazione dell’organizzazione delle case della comunità nell’ambito della progettualità finanziate dal PNRR, in attuazione del decreto del Ministro della salute, di concerto con il Ministro dell’economia, PNRR, che era la Missione 6.
L’allegato A al decreto succitato, che formalizza le predette linee di indirizzo, individua al punto 3 i requisiti minimi strutturali dei servizi obbligatori delle case della comunità hub&spoke. Tra i servizi minimi obbligatori è prevista in primo luogo, per le case di comunità, la presenza di personale medico, 7-11 infermieri, un assistente sociale, 5-8 unità di personale di supporto sociosanitario amministrativo. Al suddetto personale è prevista l’erogazione di servizi e cure primarie attraverso équipe multiprofessionali, l’attivazione del PUA, che il punto unico di accesso, l’erogazione del servizio di assistenza domiciliare di base, dei servizi infermieristici, dei servizi di specialistica ambulatoriale per le patologie ad elevate prevalenze, l’attivazione di un sistema integrato di prenotazione collegato al CUP aziendale, l’integrazione con i servizi sociali, la partecipazione della comunità, la valorizzazione della co-produzione, la garanzia di presenza medica H24, 7 giorni su 7, e la presenza infermieristica almeno H12 7 giorni su 7, la presenza di un’adeguata dotazione di attrezzature e strumentazioni mediche e diagnostiche per la regolazione dei servizi di assistenza, elettrocardiografo, spirometro, oppure i box per le valutazioni ematochimiche, la garanzia del servizio di continuità assistenziale, dicevo ed il servizio prelievi.
Anche tra i servizi minimi obbligatori per la casa di comunità spoke viene individuata in primo luogo la presenza di personale medico H12 sei giorni su sette, a differenza delle case hub, e di personale infermieristico H 12, sempre sei giorni su sette.
Il punto 6, specificatamente dedicato al personale, individua le modalità di garanzia della copertura sia medica che infermieristica all’interno della casa di comunità. Relativamente alla garanzia della copertura infermieristica, il documento menzionato indica le seguenti risorse: i SIFOC, cioè i servizi infermieristici di famiglia o di comunità, rispetto ai quali in ogni casa di comunità è attivata un’apposita sede nella quale si garantisce lo svolgimento delle attività assistenziali dirette e delle attività amministrativo-organizzative; la presenza fisica del SIFOC all’interno della casa di comunità hub è finalizzata a favorire l’integrazione funzionale tra assistenza infermieristica e gli altri servizi sanitari e sociali presenti, promuovendo una presa in cura integrata dell’utenza.
Quindi, abbiamo personale infermieristico per medicina di gruppo integrato, personale infermieristico dei servizi di continuità assistenziale e diurna, personale infermieristico del PUA, personale infermieristico dei servizi ambulatoriali, personale infermieristico delle cure domiciliari.
Detto questo, all’interno dell’AIR, dell’Accordo Integrativo Regionale sono identificate le figure mediche che presteranno volontariamente servizio presso le case di comunità e poi l’allestimento per quanto riguarda le singole case di comunità che fanno una sorta di censimento dei servizi e dei bisogni di salute della singola struttura e singolo territorio il quale agisce come casa di comunità, verranno forniti poi i servizi specialistici per dare una risposta a quei bisogni di salute.
Grazie.
Speaker : PRESIDENTE
Grazie, Assessore.
Prego, Consigliera.
Speaker : Anna Maria BIGON (Partito Democratico)
Grazie, Presidente.
Ringrazio l’Assessore per la risposta, ma non è che avevo bisogno delle attività minime che dovrebbero essere previste nelle case di comunità hub and spoke, perché le conosciamo un po’ tutti: il DM 77 lo sappiamo perfettamente, conosciamo anche la delibera che è stata fatta il 30 dicembre 2025, ma di fatto noi diamo più incarichi ai medici che ci sono, già oberati di lavoro, quindi credo che al problema non sia stato risposto.
Mi guarderò benissimo la risposta, di cui chiedo copia. Però, approfitto per dire che c’è stata una polemica per quanto riguarda le medicine integrate. C’è l’intenzione di chiuderne quantomeno l’attività, perché nel momento in cui la Regione non dà più il contributo, automaticamente queste vengano a cessare.
Nella sua risposta si è parlato anche di case spoke. Noi in Veneto ne abbiamo una attiva, due, quindi pochissime. Allora, chiedo, perché non trasformiamo le medicine integrate in case di comunità spoke, senza pensare ad altre cose, ad altre alternative? Perché di fatto noi da una parte dobbiamo utilizzare bene quei pochi medici che abbiamo; nello stesso tempo dobbiamo valorizzarli, ma dobbiamo fare anche in modo di allargare la platea, quindi di aumentare il numero, per cui credo che bisogna andare in quella direzione. Grazie.
Speaker : PRESIDENTE
Grazie, Consigliera.
Siamo alla n. 7. Vi ricordo che alla n. 9 si chiude, quindi se c’è qualche Consigliere che deve essere avvisato, che sia in Aula.
Fra due interrogazioni si chiude. La n. 7 è della consigliera Ostanel “Ordinanza anticaldo a tutela dei lavoratori nei settori più a rischio: la Regione come intende garantirne la piena applicazione?”.
Il caldo è anche passato, ma prego.
Speaker : Elena OSTANEL (Alleanza Verdi e Sinistra)
Grazie, Presidente.
Questa interrogazione l’ho presentata a giugno 2026, perché iniziava l’ondata di calore, che in realtà non è ancora terminata, e già, come abbiamo discusso con l’assessore Gerosa in questa sede, avevamo verificato che in diversi territori del Veneto, e ci veniva segnalato in particolare da alcuni sindacati, le linee guida che avevate emanato in Giunta non venivano seguite come si doveva.
Soprattutto ricordiamo che anche quelle linee guida non erano delle linee guida...
Speaker : PRESIDENTE
Collega Rigo, per favore. Collega Barbisan, per cortesia.
Prego.
Speaker : Elena OSTANEL (Alleanza Verdi e Sinistra)
Soprattutto ci veniva segnalato, nonostante questo, che comunque l’ordinanza numero 58 aveva già all’interno diverse lacune. Quindi, in realtà il vulnus principale era quello del fatto che se fossimo stati noi a governare quella ordinanza l’avremmo fatta in maniera diversa.
Detto questo, siccome ci veniva segnalato che in tantissimi territori non veniva rispettata l’ordinanza, appunto, a giugno, e quindi spero oggi di avere una risposta nel merito e anche capire se quello che noi avevamo raccolto come è stato poi preso in carico, se e come la Giunta intendeva all’epoca agire, e quindi oggi spero come sia stato agito per garantire il massimo rispetto dell’ordinanza che ho appena citato, per il diritto dei lavoratori a non dover lavorare nei momenti di massima ondata di calore, anche attraverso il coinvolgimento degli SPISAL e l’Ispettorato del lavoro. Grazie.
Speaker : PRESIDENTE
Grazie, Consigliera.
Assessore Gerosa, prego.
Speaker : Ass.re Gino GEROSA
Grazie, Presidente.
Si premette che nell’ambito della vigilanza in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, la Regione del Veneto assume la funzione di programmazione e di coordinamento delle attività dei servizi di prevenzione, igiene e sicurezza negli ambienti di lavoro attraverso gli SPISAL delle aziende ULSS, fornendo loro indirizzi e orientamenti applicativi per l’organizzazione delle attività di vigilanza e controllo. Mentre questi ultimi, unitamente all’Ispettorato nazionale del lavoro, sono deputati ad eseguire i controlli negli ambienti del lavoro anche in merito alla corretta valutazione e gestione da parte del datore di lavoro dei rischi, tra i quali il rischio di calore e da radiazione solare.
Nel protocollo d’intesa per la gestione del rischio da calore degli ambienti di lavoro finalizzato alla tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori, approvato con una DGR del 19 maggio 2026, la numero 376, già sottoscritto dalla Regione Veneto, tra gli impegni assunti dalla stessa vi sono: la diffusione delle linee di indirizzo per la protezione dei lavoratori dal calore e dalla radiazione solare di cui alla DGR del 16 giugno 2026, numero 568; la promozione della cultura della prevenzione dei rischi connessi alle elevate temperature e alla radiazione solare attraverso i propri canali istituzionali; il sostegno ad iniziative di formazione, informazione e sensibilizzazione rivolte a operatori del servizio sanitario regionale, datori di lavoro, lavoratori e agli altri soggetti del sistema aziendale di prevenzione; il coordinamento tra i soggetti istituzionali competenti, anche attraverso il Comitato regionale di coordinamento delle attività di prevenzione e vigilanza in materia di salute e sicurezza sul lavoro, di cui alla DGR 30 dicembre 2008, n. 4182; la supervisione, infine, e il monitoraggio dell’attuazione del contenuto del protocollo con particolare riguardo alla promozione delle attività di controllo per mezzo delle aziende ULSS.
Ferme restando le competenze dell’Ispettorato nazionale del lavoro in materia di vigilanza nei luoghi di lavoro, la Regione del Veneto ha effettuato il monitoraggio dei controlli eseguiti dagli SPISAL delle aziende ULSS, anche con particolare riguardo alle violazioni delle disposizioni previste nelle ordinanze del Presidente della Regione del Veneto, sia la n. 58 a cui faceva riferimento lei, sia quella successiva, la n. 71 del luglio 2026. A fronte di oltre 600 controlli eseguiti successivamente all’entrata in vigore delle ordinanze, gli SPISAL hanno accettato sette violazioni, delle quali tre riferite a violazioni delle disposizioni previste dalle ordinanze.
Le restanti violazioni hanno riguardato le disposizioni del DL 9 aprile 2008, n. 81, in merito alla gestione del rischio calore e radiazioni solari.
Speaker : PRESIDENTE
Grazie, Assessore.
Prego.
Speaker : Elena OSTANEL (Alleanza Verdi e Sinistra)
Grazie, Presidente. Grazie, Assessore, della risposta.
Vedo che sono stati fatti diversi controlli, vedo che sono state prese in carico alcune delle segnalazioni, immagino anche una delle quali per cui noi avevamo attivato questa interrogazione. Però, colgo l’occasione di questa risposta per dirle due cose. Noi, il 30 giugno avevamo fatto un intervento europeo sull’ordine dei lavori, lei era presente in quest’Aula, per chiedere di estendere quell’ordinanza a una serie di categorie di lavoratori non tutelate, penso ai riders, ma ce ne sono anche altri e, in effetti, dopo pochi giorni, quella ordinanza era stata ampliata per tutelare anche questa categoria, segno del fatto che quest’Aula, diversamente da quello che dice qualcuno, serve a qualcosa.
Il punto vero è che, nonostante fosse stata ampliata, la richiesta che avevamo fatto e che veniva fatto da tutti i sindacati, in realtà in maniera unitaria, era quella di potenziare la possibilità di sospendere le attività all’aperto o in tutti quegli ambienti non climatizzati nel momento in cui le ondate di calore sono così forti negli orari centrali, ma al all’interno di tutte le categorie che non sono protette.
Visto che le ondate di calore per la crisi climatica non sono un’eccezione, non sono venute nel 2026 e l’anno prossimo non le avremo, le chiedo da qui all’anno prossimo o già in questi giorni, visto che non credo che le ondate di calore termineranno mentre l’ordinanza credo sia scaduta proprio oggi, le chiedo di monitorare e di attivare un tavolo di concertazione affinché non ci sia la necessità di un’ordinanza che arriva quando l’ondata di calore arriva, ma che ci sia un protocollo chiaro a tutela di tutti i lavoratori, in particolare di chi non ha la possibilità di lavorare in ambienti comodi, come magari possiamo fare noi all’interno di quest’Aula, e chiedere di farlo per tempo e in maniera permanente, perché ormai, anche se qualcuno non vuole riconoscerlo, la crisi climatica è un fatto e noi dobbiamo adeguare il modo con cui lavoriamo e il modo con cui tuteliamo il lavoro.
Grazie.
Speaker : PRESIDENTE
Grazie, Consigliera.
Siamo all’ottava, quindi alla penultima della mattina, interrogazione numero 64 del consigliere Cunegato: “Gestione del trasporto pubblico locale in caso di chiusura della strada statale 309 Romea: la Giunta intende definire standard regionali per la tutela dei passeggeri?”.
Prego, Consigliere.
Speaker : Carlo CUNEGATO (Alleanza Verdi e Sinistra)
Il tema della Romea è stato più volte trattato e sottolineato, giustamente, dal consigliere Montanariello.
Il 25 giugno c’è stato un incidente mortale, alle ore 13, e la strada è stata chiusa in entrambe le direzioni fino alle 9.30 di sera. Cosa è successo? Che la linea 80 di autobus è partita, e le persone sono rimaste a bordo per molte ore in condizioni di disagio: caldo estremo, condizionatore insufficiente, impossibilità di accedere ai servizi igienici.
Non solo, ma le persone che partivano dopo, quando l’incidente c’era già stato e la strada era già stata bloccata, non sono state avvertite.
A partire dal 1° gennaio Arriva Veneto e Città metropolitana di Venezia hanno adottato un piano strutturato di percorsi alternativi per linee 80, 85 e 87, in caso di blocco. Il blocco non è un evento eccezionale, ma è una cosa che potremmo dire strutturale, visto che in cinque anni ci sono stati sono nel tratto veneto 600 incidenti e 21 vittime.
Quindi, noi chiediamo di sapere se nell’ambito delle proprie funzioni di programmazione, la Giunta intenda adottare, per definire standard minimi regionali sui protocolli di emergenza e di informazione all’utenza, applicabili alle linee extra urbane, in caso di interruzione prolungata del servizio, al fine di garantire che le chiusure ricorrenti della statale 309 Romea, non si traducano in rischi per l’incolumità dei passeggeri e in un ulteriore deterrente all’uso del trasporto pubblico.
Speaker : PRESIDENTE
Grazie, Consigliere.
Assessore Ruzza, prego.
Speaker : Ass.re Diego RUZZA
Grazie, Presidente, buongiorno a tutti.
Con riguardo all’oggetto dell’interrogazione, si premette innanzitutto che la vigente normativa di settore, sia nazionale che regionale, attribuisce agli enti affidanti titolari del contratto di servizio con le aziende di trasporto la competenza della programmazione e della gestione dei servizi nel quadro delle risorse attribuite dalla Giunta regionale.
Proprio per questo, anche in relazione alla segnalazione relativa ai collegamenti svolti lungo la direttrice della strada statale 309 Romea di Arriva Veneto S.r.l. è stato chiesto con nota protocollata alla Città Metropolitana di Venezia, in qualità di ente affidante del contratto di servizio pubblico con la società sopra richiamata, e competenti alla programmazione dell’offerta di servizio di trasporto pubblico locale lungo la tratta in esame, di voler cortesemente relazionare in merito alle misure che intende assumere al fine di contenere le possibili situazioni di criticità, rappresentate anche dal Consigliere.
Sulla base del riscontro che sarà fornito dalla Città Metropolitana di Venezia, e qui aggiungo che se non ancora arrivato in questi giorni, solleciterò, la Regione provvederà a fare le necessarie e conseguenti considerazioni.
Da quanto sopra riportato, si conferma pertanto che la Regione ha esercitato le proprie funzioni di indirizzo e controllo a garanzia della tutela del cittadino che utilizza i servizi di trasporto pubblico locale.
Speaker : PRESIDENTE
Grazie.
Prego, Consigliere.
Speaker : Carlo CUNEGATO (Alleanza Verdi e Sinistra)
È bene che abbiate avvertito Città metropolitana, ma sarà necessario veramente intervenire, perché non si tratta di casi sporadici, ma di eventi che sono strutturati: 600 incidenti in pochi anni si traducono non solo in tragedie che dovremmo prima o poi risolvere, ricorrenti, ma anche in un disagio ai passeggeri del trasporto pubblico che è necessario trovare il modo di superare.
Speaker : PRESIDENTE
Grazie, Consigliere.
Siamo alla nona. Dopo si prepari, consigliere Szumski perché interviene l’assessore Gerosa, in sostituzione dell’assessore Roma.
La nona è l’IRI n. 65 del consigliere Montanariello, dal titolo “Ancora disservizi per gli utenti di Arriva Veneto S.r.l: quali iniziative intende adottare la Regione per garantire un servizio conforme ed efficiente?”.
Prego, Consigliere.
Speaker : Jonatan MONTANARIELLO (Partito Democratico)
Grazie, Presidente.
Premesso che – l’interrogazione è del 30 giugno – i ripetuti disservizi registrati nel servizio di trasporto pubblico locale gestito da Arriva Veneto S.r.l. stanno causando gravi disagi a studenti, lavoratori e cittadini. Ciò che dico è tutto riscontrabile da web, da documentazioni, più volte ho segnalato, va detto, Assessore, agli uffici della Regione, che hanno chiesto puntualmente alla Città metropolitana che si è attivata per chiedere anche sulle corse saltate documentazione GPS, tracciati, quindi su questo, la parte tecnica, anche in modo serio, ha tentato di affrontare la vicenda.
Già nella passata legislatura il sottoscritto Consigliere è intervenuto più volte attraverso atti ispettivi, richieste formali e interlocuzioni istituzionali per richiamare l’attenzione della Giunta regionale e della società Arriva Veneto sui gravi e reiterati disservizi che hanno interessato il servizio di trasporto pubblico locale, in particolare la direttrice tra Chioggia e Venezia.
L’attività di iniziativa e di sollecitazione si è progressivamente intensificata fino a coinvolgere la Prefettura. Sono andato dal Prefetto, gli ho portato un dossier e ho creato una mail per le segnalazioni, dove la gente che le fa si registra, mette la faccia, nome e cognome, più documentazione fotografica, orari, video, quindi una cosa seria, alla Prefettura è stato trasmesso un dossier contenente le numerose segnalazioni raccolte da utenti, pendolari, studenti e lavoratori, con l’obiettivo di promuovere un coordinamento istituzionale volto al ripristino di standard di servizi adeguati alla tutela di un servizio pubblico essenziale, a fronte di perdurare di soppressioni di corse, ritardi e diffuse criticità, tra le quali molto spesso anche l’aria. Mi ha risposto un autista che non è mai morto nessuno senza aria, peccato che quando diciamo “senza aria” parliamo di agosto con 40 gradi. Questo per far capire il livello, e se qualcuno non mi crede ho anche i messaggi.
Considerato che, nonostante la gestione del trasporto pubblico locale avvenga in concessione a più società sul territorio, la responsabilità di garantire questi servizi in modo efficiente e dignitoso uguale per tutti è della Regione Veneto, con investimenti annuali nel settore che vengono dal Fondo nazionale trasporti (perché, come sa bene, noi siamo l’unica Regione d’Italia che non mette un euro).
Tenuto conto che il trasporto pubblico locale costituisce un servizio essenziale, la cui regolarità e qualità incidono direttamente sul diritto alla mobilità eccetera, eccetera – chiudo, ma vorrei ricordarle che, a Chioggia ancor di più, non perché vengo da Chioggia, ma perché abbiamo la Romea, e non abbiamo un treno, quindi abbiamo solo quello – si vuol sapere quali iniziative si intendano adottare nei confronti di Arriva Veneto per avere un servizio di trasporto pubblico efficiente e conforme agli standard previsti.
Grazie per il tempo, Presidente Zaia.
Speaker : PRESIDENTE
Prego, assessore Ruzza.
Speaker : Ass.re Diego RUZZA
Grazie, Presidente.
Anche in questo caso dobbiamo premettere che la vigente normativa di settore regionale e nazionale attribuisce agli enti affidatari titolari di contratto di servizio con le aziende di trasporto la competenza della programmazione e gestione dei servizi nel quadro delle risorse attribuite dalla Giunta regionale.
Nonostante questo, in relazione alla segnalazione relativa ai collegamenti gestiti da Arriva Veneto Srl, è stato chiesto alla Città Metropolitana di Venezia, da ultimo con una nota protocollata, in qualità di ente affidatario del contratto di servizio pubblico con la società sopra richiamata, di valutare, anche alla luce delle precedenti segnalazioni, ulteriori possibili misure finalizzate a risolvere le criticità rappresentate. Sulla base del riscontro che sarà fornito dalla Città Metropolitana di Venezia – che, se non sarà arrivato in questi giorni, solleciterò ovviamente, come nel caso precedente – la Regione Veneto provvederà a fare le necessarie conseguenti considerazioni.
Al riguardo si rappresenta inoltre che, in applicazione delle deliberazioni di Giunta regionale 326/2001 e 840/2023, gli enti affidanti sono tenuti a svolgere annualmente il monitoraggio della qualità dei servizi di trasporto pubblico locale, verificando il raggiungimento degli standard qualitativi dei servizi effettuati, e a trasmetterne gli esiti alla Regione. Qualora, sulla base di tali esiti tali standard qualitativi risultassero non rispettati in applicazione delle citate deliberazioni, la Regione provvederà ad applicare le eventuali penali.
Da quanto sopra riportato, si conferma pertanto che la Regione, nell’esercizio delle proprie funzioni di indirizzo e verifica, ha svolto le sue funzioni di controllo sul conseguimento degli obiettivi qualitativi prefissati a garanzia della tutela del cittadino che utilizza i servizi di trasporto pubblico locale.
Speaker : PRESIDENTE
Grazie, Assessore.
Prego, Consigliere.
Speaker : Jonatan MONTANARIELLO (Partito Democratico)
Assessore, io la ringrazio personalmente e politicamente per il suo impegno. Però, Assessore, io sono stufo. Voi la dovete smettere. Sono anni che monitorate per vedere se qualcuno ha responsabilità a intervenire sulla qualità del servizio pubblico. Mi dovete dire, nell’era del web, più dei video, più delle foto, più delle mail, con chi mette la faccia cosa vi serve per monitorare il servizio, se ha qualità o no, cosa vi serve più delle persone con gli ombrelli aperti perché mancano le tendine, più della gente che cambia bus in mezzo alla strada, che non ha l’aria condizionata. Cosa vi serve di più? Che lo prendiamo noi, quel bus?
Le do una brutta notizia: noi viaggiamo in macchina, abbiamo l’aria condizionata, ma questa gente cosa deve fare più che pagare centinaia, migliaia di euro l’anno e ogni volta sentire la manfrina, con tutto il rispetto per la manfrina, del “dobbiamo controllare, dobbiamo monitorare”. Cosa serve di più? Basta mettere uno che alza il sedere dall’ufficio, va lì in borghese, si mette a fare il video, a filmare. Poi denunciamo gli utenti se è bugia, ma se abbiamo ragione bisogna intervenire, bisogna dare le penalità, bisogna che la smetta uno che prende un appalto pubblico di fare quel diavolo che vuole. Hai preso un appalto, non hai i requisiti, non garantisci? Te ne vai a casa tua. Hai vinto una gara? Non hai gli autisti, non hai i bus? Te ne vai a casa tua, perché quando vinci una gara devi garantire che sei in grado di svolgere il servizio pubblico.
Due. Assessore, adesso sono arrivati quelli nuovi, sono arrivati quelli bravi. La competenza con la legge nuova è tornata a noi. Ricordo che, con gli emendamenti che abbiamo fatto nell’altra legge, noi sediamo nel nuovo ente di governo, che non si chiamerà più così, ma si chiamerà agenzia, con potere di voto qualificato e diritto di veto. Ripeto, potere di voto qualificato. Non è pronta l’agenzia? Sbrigatevi a fare l’agenzia.
Vi abbiamo votato una legge all’unanimità per darvi gli strumenti, non ci sono più alibi. Assessore, ovviamente su di lei scarico la mia insoddisfazione ormai reiterata di questi anni, però, Assessore, non si può continuare a dire che, siccome quelli di prima erano così, e adesso sono così… Siete qua per fare qualcosa, fatela.
Tra l’altro, Assessore, lei ha il mio pieno sostegno per fare qualcosa di buono. Se non facciamo qualcosa di buono io non me la mangio più la manfrina che non abbiamo il potere di intervenire. La prossima volta – guardi che io lo faccio, le do la mia parola – che rispondete così, abbiamo 5.000 pendolari su e giù da Chioggia a Venezia sull’asta della Romea. Mille che vengono qui avanti a occupare l’Aula del Consiglio, esasperati dal fatto di morire di caldo in corriera, li troviamo. Non è giusto far soffrire la gente che va a lavorare, senza aria, in piedi. Le ultime foto sono di ieri. Le ho girate all’ufficio.
Speaker : PRESIDENTE
Le ho tolto la parola. Bisogna che controllate i tempi, però. Se tutti fanno così... Capisco l’enfasi, capisco anche il riposo estivo e la carica, però controllate i tempi.
Consigliere, è chiusa. Basta. Ho capito. Ha avuto il suo tempo, da Regolamento. Bravo.
C’è stato un disguido per l’assenza dell’assessore Roma. Risponde, invece dell’assessore Roma, l’assessore Gerosa, al consigliere Szumski. Siamo tornati alla quarta IRI.
Speaker : Ass.re Gino GEROSA
Grazie, Presidente.
Rispondo alla interrogazione dei consiglieri Szumski e Lovat a nome dell’assessore Roma.
In relazione al quesito posto, occorre distinguere tra l’aspetto della tutela del territorio anche sotto il profilo della produzione agricola e quello del controllo esercitato dalla Giunta regionale in merito al patrimonio e alle attività delle IPAB.
Sotto il primo profilo, da quanto riferito dagli uffici competenti in materia di impianti fotovoltaici, nello specifico la Direzione Energia, l’unità operativa infrastrutture energetiche e autorizzazioni, non è pendente in Regione alcun procedimento autorizzatorio riferito ai fatti oggetto dell’interrogazione.
Per quanto, invece, concerne il secondo profilo, si evidenzia che la legge regionale n. 43/2012, citata nell’interrogazione, che ha meglio declinato l’articolo 45 della legge regionale del 1999, attribuisce alla Giunta regionale specifiche funzioni autorizzatorie nei confronti delle IPAB, con l’esclusivo riferimento alle operazioni di alienazione e acquisizione patrimoniale. Nello specifico, l’articolo 8, comma 9, della legge n. 43 del 2012 recita: “Le IPAB, su istanza corredata dal parere dei revisori, possono alienare e acquistare il patrimonio disponibile unicamente con l’autorizzazione della Giunta regionale, allo scopo di incrementarne la redditività e la resa economica ai fini di un miglioramento economico gestionale dell’ente, nonché per conseguire i mezzi finanziari necessari a ristrutturare o incrementare i beni immobili e la loro dotazione iniziale, destinati a produrre i servizi sociosanitari. Per alienazione del patrimonio deve intendersi da sola vendita e non la costituzione di diritti reali parziali, diritti reali minori come la superficie, per quanto incidenti significativamente sulla gestione degli immobili”. In tal senso si evidenzia, a titolo esemplificativo, che l’articolo 7 del DL n. 264 del 1974, 7 del DL n. 264 del 1974, convertito con la legge n. 386 del 1974 e relativo agli enti ospedalieri, distingue specificatamente tra atti di alienazione e atti di costituzione di diritti reali, includendo entrambe le categorie di provvedimenti nel divieto ivi esposto.
Con riferimento poi all’articolo 8, comma 9, della legge regionale n. 43 del 2012, quindi, in mancanza di espresso riferimento normativo, la disciplina relativa alle alienazioni non può essere applicata in via estensiva anche ai diritti reali diversi dalla proprietà.
Conseguentemente, in assenza di previsione di uno specifico procedimento autorizzatorio, non si ritiene che la Regione abbia la possibilità di intervenire in tale ambito.
Grazie.
Speaker : PRESIDENTE
Grazie, Assessore.
Prego, Consigliere.
Speaker : Riccardo SZUMSKI (Szumski – Resistere Veneto)
Prendiamo atto che non è avviata, almeno ufficialmente. Staremo a vedere. Invitiamo comunque a valutare che anche la costituzione relativamente alla vendita e anche la costituzione di altre tipologie di diritti costituisce un problema da monitorare, perché molto spesso, lo stiamo vedendo in altri atti, non sono congruenti con il vincolo che viene posto, con il tempo determinato, con la riscossione.
Alla fine della questione c’è da monitorare questo aspetto. Ribadisco anche la valutazione di quali sono gli enti proponenti, che ci sia un approfondimento sulla loro reale consistenza, perché abbiamo visto determinate realtà che chiedono che sono delle scatole cinesi al cui interno viene da sospettare esattamente cosa si nasconda come ente richiedente.
Speaker : PRESIDENTE
Grazie, Consigliere.
Passiamo al punto n. 5. Ovviamente, da domani si riprende dalla decima IRI.
Al punto n. 5 viene dato per letto l’elenco delle interrogazioni a risposta scritta iscritte all’ordine del giorno ai sensi dell’articolo 112, comma 4, del regolamento.
Passiamo al punto n. 6: proposta di legge d’iniziativa popolare relativa procedure e tempi per l’assistenza sanitaria regionale al suicidio medicalmente assistito ai sensi e per effetto della sentenza n. 242 del 2019 della Corte costituzionale. Progetto di legge numero 1, XII legislatura, progetto di legge numero 217 dell’XI legislatura.
Iscritta ai sensi dell’articolo 20 dello Statuto.
Relazione della Quinta Commissione consiliare. Relatrice è la Consigliera Lanzarin, la Presidente.
Prego, consigliere Valdegamberi, sull’ordine dei lavori.
Speaker : Stefano VALDEGAMBERI (Gruppo Misto)
Chiedo su questo provvedimento di porre una questione procedurale preliminare, proponendo il rinvio in Commissione ai sensi dell’articolo 98 del Regolamento interno del Consiglio regionale e la questione pregiudiziale ai sensi dell’articolo 97.
Le motivazioni di questa mia richiesta sono date non tanto dal merito, che compete al Consiglio, e sappiamo comunque che anche su questo ci sono delle sentenze della Corte costituzionale che vanno a cambiare fortemente questo provvedimento, il testo di questo provvedimento, dichiarato quindi in parte incostituzionale, come competenza della Regione, ma in merito alla procedura.
Io ritengo che la procedura che è stata seguita per portare in Aula questo provvedimento non sia corretta e che non rispetti le disposizioni statutarie, regolamentari e di legge, per una serie di motivi.
Noi sappiamo, in base all’articolo 20, comma 6, che lo Statuto stabilisce che i progetti di iniziativa popolare, sui quali non sia stata presa alcuna decisione – ripeto, sui quali non sia stata presa alcuna decisione – trascorsi sei mesi dalla presentazione siano iscritti all’ordine del giorno e discussi in Consiglio.
La disposizione costituisce una garanzia contro l’inerzia, impedisce che l’iniziativa dei cittadini resti indefinitamente priva di una risposta politica. Nel caso in esame, tuttavia, tale garanzia ha già prodotto integralmente il proprio effetto, e mi spiego bene: il PDL depositato il 30 giugno 2023, dichiarato ammissibile il 12 luglio 2023, fu infatti portato in Aula nel gennaio 2024, proprio in applicazione dell’articolo 20.
Il 16 gennaio 2024 il Consiglio lo discusse, votò gli articoli 1 e 2, entrambi non approvati, e assunse infine una precisa decisione sul prosieguo del procedimento: il rinvio in Commissione competente, formalizzato con deliberazione n. 1 del 2024.
Nella medesima seduta, attenti bene, il Presidente del Consiglio – allora era Ciambetti – dopo un confronto con gli uffici, documentato, precisò che quello non era un rinvio politico, ma che faceva ripartire i sei mesi, o altro, chiarendo che il progetto avrebbe da quel momento seguito gli sviluppi ordinari di un normale progetto di legge.
La dichiarazione non costituisce una fonte normativa, ovviamente, ma rappresenta un elemento interpretativo, qualificato e contestuale alla deliberazione assunta dall’Assemblea.
Non è quindi possibile considerare oggi il PDL come un progetto sul quale non sia stata presa alcuna decisione. La decisione è stata presa, e alcuni degli ex Consiglieri qui presenti lo sanno benissimo, sono testimoni, perché abbiamo votato chi a favore, chi contro, o chi si è astenuto.
La decisione esiste, è formale, proviene dall’Assemblea e ha collocato il progetto nuovamente nella fase referente. In aggiunta, l’articolo 20, comma 4 dello Statuto dispone che i progetti di iniziativa popolare non decadono con la fine della legislatura. L’articolo 133, comma 3 del Regolamento precisa che essi decadono soltanto qualora entro la legislatura successiva non si sia perfezionato il relativo iter di approvazione. La formulazione depone per la continuità del medesimo procedimento, non per la nascita di una nuova iniziativa.
La stessa scheda ufficiale del PDL n. 1 della XII legislatura, conserva del resto la data originaria di deposito del 30 giugno 2023, e quella di ammissibilità del 12 luglio 2023, a ragion del vero.
Ho ancora un minuto, quindi cercherò di essere sintetico. Neppure può sostenersi che il mutamento della composizione della Commissione produca l’effetto di eliminare la fase referente (tralascio altri aspetti, lascio agli atti questo mio provvedimento, ma anche il parere che ha confermato questo, che è stato rilasciato, da soggetti autorevoli, che rimetto sempre gli atti e che ho mandato a tutti voi, penso che l’abbiate anche ricevuto via mail).
Un parere pro-veritate che conferma questa mia tesi, è dato dal professor Danilo Castellano, emerito di filosofia del diritto della politica presso l’Università degli Studi di Udine, docente di filosofia morale ed etica, sociale, con un lungo curriculum, del dottor Sergio De Nicola, Sostituto procuratore generale presso la Corte d’Appello di Cagliari, professor, avvocato Rudi di Marco, professore stabile di filosofia, diritto, filosofia della politica, istituzioni di diritto privato, eccetera, il professor Nicola Pettinari, professore associato di istituzioni di diritto pubblico presso l’Università degli Studi di Perugia, professor avvocato Augusto Sinagra, già ordinario di diritto dell’Unione europea, presso l’Università La Sapienza di Roma, direttore di una rivista, eccetera, il professor Daniele Trabucco, professore stabile di diritto costituzionale e di diritto comparato, e infine, il professor Rocco Vitale, dell’Università europea di Roma.
Concludo, perché ho pochi secondi, dicendo che noi oggi andiamo ad approvare un provvedimento che non è tanto illegittimo nel merito, ma è illegittimo nella procedura, quindi, doppiamente illegittimo, che quindi potrebbero essere reso nullo, quindi stiamo facendo un esercizio, una discussione, un’approvazione che poi non ha efficacia giuridica, ha più un aspetto politico, di messaggio, ma che viola le norme statutarie, le norme regolamentari, le norme di legge.
Quindi, la richiesta mia è quella del rinvio in Commissione, e che segua l’iter normale, come tutti gli altri provvedimenti legislativi per le motivazioni ben dette prima.
Speaker : PRESIDENTE
Grazie, Consigliere.
Innanzitutto voglio dirvi che ci ha raggiunto il dottor Diego Silvestri, che vedete qui alla mia sinistra, primo firmatario della legge di iniziativa popolare.
L’articolo 97 del Regolamento norma la questione pregiudiziale. Al comma 3 si prevede che ci sia un intervento a favore e uno contro, e poi la votazione.
Chi interviene a favore?
Consigliere Borgia, prego.
Speaker : Claudio BORGIA (Fratelli d’Italia – Giorgia Meloni)
Buongiorno a tutti. Intervengo solo per far presente che anche noi di Fratelli d’Italia poniamo la questione pregiudiziale, quindi sosteniamo favorevolmente questa proposta, perché anche noi abbiamo acquisito un parere legale del professore avvocato Esposito di Roma, che evidenzia profili di illegittimità rispetto alla procedura in corso, con particolare riguardo all’applicazione dell’articolo 20 dello Statuto vigente.
Il PDL di iniziativa popolare, quindi, diventa un normale PDL, dovrebbe essere rifatta l’istruttoria e il provvedimento tornare in Commissione. Pertanto, depositiamo il parere legale che abbiamo acquisito. Grazie mille.
Speaker : PRESIDENTE
Grazie a lei, Consigliere.
Per l’intervento contro la parola alla consigliera Lanzarin, che è anche Presidente della Commissione sanità.
Speaker : Manuela LANZARIN (Lega-Liga Veneta)
Grazie, Presidente.
Il mio sarà un intervento contro la pregiudiziale, nel ridefinire invece come l’iter che è stato seguito è un iter corretto in base allo Statuto regionale. Vorrei ricordare che è stata esperita l’applicazione rispetto a un PDL di iniziativa popolare come da disposizioni dell’articolo 20 del comma 6 dello Statuto, ai sensi appunto dell’articolo 20, che cito: “I progetti di legge e di regolamento di iniziativa popolare e degli Enti locali, sui quali non sia stata presa alcuna decisione, trascorsi sei mesi dalla presentazione sono iscritti all’ordine del giorno e discussi dal Consiglio”. In particolare, sottolineo la reiterabilità dell’applicazione di tale previsione anche nella legislatura successiva – questo a testimonianza di quanto diceva il consigliere Valdegamberi – a quella in cui il progetto di legge è stato presentato.
È vero che il progetto di legge è stato presentato nella scorsa legislatura, è vero che c’è stato un iter di un certo tipo nella scorsa legislatura, siamo arrivati in Aula e poi il progetto si è arenato, ma qui stiamo parlando di una nuova legislatura e, come da previsione, questa è una fattispecie prevista, in cui il progetto di legge è stato presentato e nella quale tale disciplina ha già trovato applicazione.
I progetti di legge di iniziativa popolare non decadono con la fine della legislatura (articolo 133, comma 3, del Regolamento del Consiglio). I progetti di legge di iniziativa popolare decadono qualora entro la legislatura successiva, e quindi entro questa legislatura, a quella in cui sono stati presentati non si è perfezionato il relativo iter di approvazione.
Credo che questo testimoni come l’iter che è stato seguito è stato un iter corretto.
Vorrei anche ricordare che i progetti di iniziativa popolare godono di un regime di garanzia, proprio perché sappiamo che sono progetti di iniziativa popolare con raccolta firme e quant’altro, che prevede delle disposizioni ben precise, che sono state nella fattispecie seguite, in quanto in Consiglio è stato depositato come primo PDL, n. 1, all’inizio di questa legislatura, è stato assegnato in Quinta Commissione e per la norma finanziaria in Prima Commissione il 14 gennaio 2026. Esperiti i sei mesi previsti per legge da Regolamento che ho citato, la Conferenza dei Capigruppo l’ha iscritto di default in Aula, passando appunto attraverso quelle che sono oggi le disposizioni previste all’interno di questo Consiglio e negli organi statutari.
Speaker : PRESIDENTE
Grazie. Non ci sono altri interventi, si va alla votazione.
L’abbiamo consegnata anche prima la copia del parere.
Facciamo consegnare la copia, io apro la votazione.
Fate attenzione, con molta calma.
Quindi, favorevoli all’istanza Valdegamberi o contrari all’istanza Valdegamberi.
Perché c’è tutta questa confusione? Siamo in votazione.
Con calma, se qualcuno ha un problema col terminale alzi la mano.
Alzate la mano se avete il terminale che non funziona, visto che è la prima votazione. Avete votato tutti?
Votazione chiusa.
Favorevoli 16, contrari 31, astenuti 0, non partecipano 0, assenti 4.
La pregiudiziale del collega Valdegamberi non passa. Non c’è nessun applauso da fare.
Passo la parola alla consigliera Lanzarin per la relazione in qualità di Presidente della Commissione.
Prego.
Speaker : Manuela LANZARIN (Lega-Liga Veneta)
Signor Presidente, colleghi Consiglieri, ci troviamo oggi ad affrontare un argomento importante e delicato, già trattato in quest’Aula nella precedente legislatura. Sono chiamata a relazionare, ai sensi dell’articolo 42, comma quinto, del Regolamento del Consiglio regionale del Veneto, in quanto Presidente della Commissione consiliare referente del progetto di legge regionale numero 1 di iniziativa popolare, assegnato il 14 gennaio 2026, che in rubrica riporta “procedure e tempi per l’assistenza sanitaria regionale al suicidio medicalmente assistito, ai sensi e per effetto della sentenza numero 242 del 2019 della Corte costituzionale”.
Riferisco sui contenuti del testo in esame che, essendo di iniziativa popolare, è stato iscritto d’ufficio tra i progetti di legge della corrente legislatura ai sensi dell’articolo 20, comma 4, dello Statuto, assumendo il numero 1 dell’ordine dei PDL della legislatura.
L’obiettivo del PDL numero 1 è esplicitato dalla relazione accompagnatoria, di cui riporto un passo: “Lo scopo della legge è assicurare le persone in condizioni corrispondenti al giudicato costituzionale, a seguito del parere dei comitati etici sulle condizioni e modalità, ad avere piena assistenza e presa in carico dal servizio sanitario regionale nelle procedure anche di autosomministrazione del farmaco, così come anche di recente indicato dal Ministero della salute nelle more degli aggiornamenti dei Livelli essenziali di assistenza, in un quadro di assistenza nelle scelte sul fine vita, come già avvenuto con la legge n. 219 del 2017, entrata in vigore il 31 gennaio 2018, che rivitalizza anche la legge n. 38 del 2010 sui trattamenti palliativi, con prestazioni inserite nell’ambito dei livelli essenziali di assistenza”.
Prima di introdurre i contenuti del progetto di legge, vorrei ricordare che nel corso del 2021 sia il Capo Gabinetto del Ministero della salute che il Segretario generale della Conferenza delle regioni e delle province autonome avevano invitato le Regioni ad individuare i comitati etici ai quali le strutture sanitarie potevano rivolgersi per acquisire il parere nel caso di richiesta di suicidio medicalmente assistito. Incombenza derivata dalla su richiamata sentenza della Corte costituzionale che li ha indicati in quanto organismi di consultazione e di riferimento per i problemi di natura etica che possono presentarsi nella pratica sanitaria.
Successivamente, il Ministero della salute, con data del 20 giugno 2022, ha indicato che le strutture del servizio sanitario nazionale sono chiamate a dare attuazione in tutti i suoi punti alla richiamata sentenza della Consulta disponendo, in merito, le spese mediche a carico del servizio sanitario nazionale.
Il progetto di legge è costituito da cinque articoli, che illustrerò brevemente di seguito. Innanzitutto, va compreso come il progetto di legge assuma ispirazione dalla sentenza n. 242/2019 della Corte costituzionale depositata il 22 novembre 2019 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana il 27 novembre 2019, fino all’entrata in vigore della disciplina statale.
Il comma 2 dell’articolo 1 circoscrive l’ambito di applicazione e i requisiti che devono essere contestualmente presenti. Nella sostanza la persona che si trova ad affrontare una malattia che non abbia alcuna speranza di guarigione e che sia per essa fonte di sofferenze fisiche e psichiche che reputa intollerabili e sia dipendente da trattamenti di sostegno alle funzioni vitali potrà richiedere il suicidio medicalmente assistito.
La persona deve essere in grado di prendere decisioni libere e consapevoli rispetto a questa scelta. In sostanza, la volontà della persona andrà manifestata in modo autonomo, chiaro e univoco a garanzia della persona che sono le condizioni sopradette potrà chiedere la prestazione, esercitando una scelta di autodeterminazione nella fase terminale della propria vita. Il progetto di legge, con l’articolo 2, disciplina le modalità di accertamento medico della sussistenza dei presupposti attraverso una commissione medica multidisciplinare. Sono indicati il supporto e l’assistenza alla persona malata da parte dell’azienda sanitaria.
La nota sentenza della Corte costituzionale n. 242 del 2019 dichiarando l’illegittimità costituzionale dell’articolo 580 del codice penale nella parte in cui non esclude la punibilità di chi agevola l’esecuzione della proposta di suicidio autonomamente e liberamente formatosi ne esplicita l’ambito limitandosi ai casi di persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che ella reputa intollerabili, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli, sempre che tali condizioni e le modalità di esecuzione siano verificate da una struttura pubblica del servizio sanitario nazionale, previo parere del comitato tecnico territorialmente competente, come nel progetto di legge.
L’articolo 3 dispone sui tempi e sulle modalità per l’accesso all’assistenza del suicidio medicalmente assistito. Nello specifico è definito il ruolo dell’azienda sanitaria territorialmente competente, avvalendosi del contributo di una Commissione medica multidisciplinare permanente e del comitato etico.
L’articolo 4, infine, risponde della sua gratuità, della verifica e dell’assistenza ai trattamenti, mentre l’articolo 5 asserisce che non ci saranno aumenti di spesa pubblica.
Ricordo la vigente possibilità fruibile da parte di ogni persona di esprimere le proprie scelte nel caso dell’evolversi di una patologia cronica e invalidante, o caratterizzata da evoluzioni inarrestabili con prognosi infausta, attraverso disposizioni anticipate di trattamento che, nel consenso informato, può comprendere il rifiuto della nutrizione e dell’idratazione artificiali (le famose DAT introdotte dalla legge 2019 del 2017), consentono alla persona di esprimere in anticipo le proprie volontà riguardo ai trattamenti sanitari in caso di incapacità di autodeterminarsi.
È risaputo che ancorché la Corte costituzionale abbia invitato il legislatore ad introdurre la disciplina necessaria, il monito non è stato accolto. In tal senso hanno legiferato le Regioni Toscana, Sardegna e recentemente Emilia-Romagna.
Ritengo opportuno ricordare che dal 2 gennaio 2024, quando la PDL n. 217, oggi PDL n. 1 venne trattata in quest’Aula, la Corte costituzionale è intervenuta con diverse sentenze, a seguito di ricorsi di legittimità costituzionale, in via principale e in via incidentale.
I ricorsi in materia di disciplina sul fine vita hanno riguardato principalmente aspetti concernenti il consenso informato, le disposizioni anticipate di trattamento, le cure palliative, il requisito della sottoposizione del paziente a trattamenti di sostegno vitale, l’impossibilità fisica e l’assenza di strumentazione idonea per la persona che ne ha fatto richiesta, di procedere materialmente in autonomia all’autosomministrazione.
Alla luce delle recenti pronunce della Corte, sarà inevitabile, in fase di esame della presente proposta di legge, valutare modifiche al testo che è stato depositato precedentemente al percorso giurisdizionale che conosciamo oggi.
Vorrei ribadire un concetto: questa legge non introduce il suicidio medicalmente assistito, la Regione non ha il potere di farlo. Il diritto a chiedere di accedervi nasce dalla sentenza della Corte costituzionale del 2019, che ha determinato in che casi e con quali caratteristiche ciò può determinarsi.
Oggi l’Aula è chiamata ad intervenire su questo ambito, definendo modalità e procedure. Spetta al Parlamento italiano disciplinare la materia, quindi modificare, ampliare o restringere i criteri di accesso.
Con questa proposta di legge di fatto si pongono le regole, ovvero, si indica il procedimento tecnico e sanitario, affinché vi siano uniformità e trasparenza su tutto il territorio regionale.
La dignità umana, la tutela della qualità dell’esistenza e di libertà morale della persona di fronte ad una malattia senza alcuna speranza di guarigione ci dovrebbero far riflettere prima di iniziare la discussione. Per questo mi auguro che ci sia un confronto serio, improntato all’ascolto reciproco e alla consapevolezza della delicatezza della materia.
Speaker : PRESIDENTE
Grazie, Consigliera.
Ricordo adesso che si apre ufficialmente la discussione generale. Ci sono già dei Consiglieri iscritti, a iniziare dalla consigliera Ostanel. Prego.
Speaker : Elena OSTANEL (Alleanza Verdi e Sinistra)
Grazie, Presidente.
Buongiorno ai Consiglieri, buongiorno alle Consigliere, un saluto alle persone che ci seguono qui, in Consiglio e a casa, segno che questa può essere una giornata storica.
È vero, è una giornata che sarà seguita da tutta l’Italia, da tutte quelle persone che attendono che il Parlamento emani una legge su un tema la cui maggioranza delle persone, trasversalmente alle appartenenze politiche, vuole.
Ma non andiamo fuori tema: direi così agli studenti a cui ho l’onore di insegnare, perché oggi noi non siamo in Parlamento, ed è quello che ho detto anche nel 2024, quando votavamo la legge popolare “Liberi subito” per la prima volta in quest’Aula. Non dobbiamo confondere i nostri ruoli. Stiamo votando una legge che determina procedure chiare, tempi certi e ragionevoli per accedere ad un diritto che è sancito dalla nostra Corte costituzionale, che si è per fortuna presa in carico la richiesta di quelle persone che chiedono di poter essere libere di scegliere, e di quelle persone, di quei cittadini, di quegli elettori a cui oggi noi dovremmo saper rappresentare la nostra scelta. Ormai, ricordo, da più parti questo Paese, per fortuna, è più avanti anche dei nostri partiti, delle nostre civiche, delle nostre reti, perché chiede di poter scegliere finalmente.
Ma oggi stiamo qui, al secondo atto, è come se fossimo al secondo atto di un film, la seconda parte. Il primo voto è stato il 16 gennaio 2024, quando per un solo voto si affossò la legge, com’era scritta, ma grazie alla forza della democrazia, e lo ricordo anche al collega Valdegamberi, e ringrazio la collega Lanzarin per essere intervenuta contro il provvedimento che cercava oggi di bloccare anche oggi questa legge, la ringrazio davvero, il nostro Statuto, il nostro ordinamento ha una norma bellissima: quella sulle iniziative popolari, che dice una cosa semplice: quando raccoglie tot mila firme significa che c’è un’istanza che quest’Aula vuole che sia rappresentata.
La pregiudiziale, cioè, nascondersi dietro il rilancio di questo provvedimento fuori dall’Aula significa non avere il coraggio di prendere una posizione. Avete citato tanti docenti universitari, alcuni li conosco anche. Io penso invece che dovremmo avere rispetto del legislativo di questo Consiglio, che si è premurato di darci un parere, e non servono pareri esterni autorevoli di docenti universitari, perché qui abbiamo quello che ci serve.
Per avere questa legge oggi, qui, in barba a chi ha cercato in tutti i modi di affossarla e di non farla discutere oggi, abbiamo lavorato molto. Uso il termine plurale, perché so che ho fatto del lavoro personale su questo, spesso silente, anche con i singoli Consiglieri. Li ho sentiti al telefono, vi ho cercato all’interno della buvette, vi ho parlato in tutti i modi possibili perché oggi quest’Aula spero dia un messaggio trasversale. L’ho fatto, ma io penso che oggi dovremmo parlare al plurale in quest’Aula, perché questa legge non è la legge di nessuno, non è la legge di Ostanel, non è la legge di Zaia, non è la legge di Stefani, non è la legge di Pressi. Questa è la legge di tutte le persone che vogliono avere riconosciuto il diritto alla libera scelta.
Preferirei fosse la legge per Cristina, preferirei fosse la legge per Stefano, preferirei fosse la legge per Piergiorgio, per tutte quelle persone che ci hanno insegnato che una battaglia può essere oggi rappresentata.
Ringrazio tutti i Consiglieri che hanno deciso di ascoltarmi, di parlarmi, di guardarmi in faccia quando cercavo di spiegare le ragioni di questa legge e anche tutti quei Consiglieri che sono venuti alla proiezione del film documentario sulla vita di Stefano Gheller, che secondo me è stato un momento importante.
Ringrazio anche il Presidente Zaia di essere stato presente lì. Lo ringrazio di aver detto che votava favorevole a questa legge già il primo giorno in questo Consiglio, diversamente da quello che di solito fanno i Presidenti del Consiglio. Quel momento è stato un momento importante, credo, perché abbiamo guardato in faccia la vita di una persona che vive sofferenze intollerabili, così come sancito dalla nostra Corte costituzionale. Non tanti di noi hanno l’occasione di conoscere le persone che vivono così, magari nessuno di noi aveva avuto modo di conoscerle, ma quando ci troviamo di fronte a quelle vite noi abbiamo il compito di ascoltarle e di metterci nei loro panni, anche se è difficile, e di vederle.
Io, oggi, mentre intervengo in quest’Aula, voglio pensare a Stefano, a Cristina, a Luca, che sono qui con noi, ci stanno seguendo e ringrazio Stefano in particolare per la battaglia che ha fatto in quest’Aula quando lo abbiamo audito e lo ringrazio per essere stato il simbolo di questa battaglia. Oggi lui non può essere qui, ma per il momento in cui siamo io penso sarebbe un momento per lui assolutamente importante.
Stefano e Cristina sono due fratelli che si tengono per mano, e vorrei recitare una parte del discorso di Stefano che ha pronunciato in quest’Aula giovedì 16 novembre 2023 quando, su mia richiesta, la Commissione Sanità presieduta dalla Presidente dell’epoca, Brescacin, e dall’assessore Lanzarin aveva dato mandato a Stefano di essere seduto esattamente lì, dove oggi è presente la collega Giorgia Bedin.
Stefano aveva recitato un bellissimo discorso. Ne leggo un pezzo: “Da quando mi è stato riconosciuto il diritto, io sono cambiato. Il mio Paese mi ha riconosciuto un diritto, quello di poter morire in Italia. Ho ritrovato la voglia di vivere, essendo molto più sereno di prima, in pace, con un totale senso di libertà. Prima era inquieto, oppresso, mi sentivo incompreso su ciò che desideravo, ossia di essere libero di poter scegliere. Io sono Stefano e la mia scelta, come quella che faranno altri, deve essere sacra come la vita, di cui un giorno potrò decidere di privarmi”.
Queste erano le sue parole. Stefano lo abbiamo conosciuto bene, l’abbiamo conosciuto in tanti in quest’Aula e la cosa più importante che lui ci ha lasciato è che quando ha avuto il parere positivo della ULSS competente è tornato a vivere. Lo dice bene anche nel docufilm. È tornato a vivere perché aveva la possibilità, quando sarebbe stato intollerabile, di poter scegliere, che è esattamente quello che noi diciamo a quelle persone che strumentalmente, anche fuori da quest’Aula, dicono che noi siamo il partito della morte. No, noi siamo il partito che vuole poter lasciare le persone vivere con dignità.
In questi anni, in punta di piedi, accanto alle loro vite, quella di Stefano, quella di Cristina, quella di Luca, ho capito due cose semplici, che garantire una procedura chiara per un diritto come questo alle persone che decidono di accedervi è fondamentale, e farlo, lo ripeto e lo dico piano, non toglie nulla a chi questa scelta non la vuole compiere. Aggiunge possibilità senza togliere nulla a nessuno.
La seconda è che io non so cosa farei, penso, come tanti di voi, nelle condizioni di Stefano o di Cristina. Io non so se farei quella scelta, ma so che indipendentemente da come io la penso o da come io credo e dico questa parola perché poi ci ritornerò, da come io credo, nel mio ruolo di persona eletta, ho il compito di rappresentare una richiesta per chiunque si troverà in quella condizione e vorrà scegliere secondo coscienza.
I nostri parlamentari quando legiferano su temi etici molto complicati, non hanno pensato a cosa pensavano loro o a cosa credevano loro, erano capaci di legiferare a cosa serviva al Paese. Io vorrei che oggi ci mettessimo in questa posizione. Ho compreso anche come questo diritto vada sancito nel pieno della sicurezza, con una legge chiara, con una procedura certa e con la garanzia del sistema sanitario pubblico.
Queste sono le tre cose importanti che ho capito, ma entriamo nello specifico. Cosa accade già oggi? In virtù della sentenza della Corte costituzionale e altre che ne sono susseguite, una persona, cito la Corte, “può autonomamente e liberamente, con un pensiero formatosi liberamente, decidere; una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che lei/lui reputano intollerabili, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli. A chi dice che con questa legge potrebbero esserci chine scivolose, pericoli, ricordo che la forza della sentenza della Corte è questa, se noi diamo una procedura chiara, sempre che tali condizioni e le modalità di esecuzione siano state verificate da una struttura pubblica del Servizio sanitario nazionale, previo parere del Comitato etico territoriale competente, è già un diritto ed è sancito dalla sentenza della Corte, e noi oggi, a partire da quella sentenza, possiamo dare una procedura che tutela i pazienti, perché se noi non legiferiamo è più facile invece che possano succedere delle cose che magari noi non vogliamo.
Ve ne cito alcune di quelle che non voglio io. Abbiamo fatto un accesso agli atti, ne abbiamo fatti vari. Ricordo ancora in quest’Aula un dibattito con all’epoca il Presidente Zaia, dove avevamo avuto un diverbio su questo accesso agli atti e ho ricontrollato tutti i dati. Dal 2022 al 2026 ci sono state 31 richieste, solo 3 hanno avuto parere favorevole, 21 hanno avuto parere negativo. Quattro sono stati i decessi prima che le persone potessero essere libere di scegliere.
Sta qui il cuore della nostra decisione di oggi. Pareri negativi 21, significa che c’è una Commissione che funziona e che noi in qualche modo oggi abbiamo bisogno di dare una procedura certa e chiara per quelle persone, quelle quattro, e quelle che seguiranno, che non hanno potuto dare mandato alla loro scelta perché sono morte prima di avere una risposta da quelle Commissioni. Quando chiediamo tempi ragionevoli, quando chiediamo tempi certi, questo è il perché, quando non hai delle commissioni mediche formate; e uno degli emendamenti chiave che abbiamo presentato insieme a tutte le minoranze è quello di avere una composizione territoriale e con delle figure mediche permanenti, che possano uscire in velocità, dare un parere tempestivo compatibile con la patologia della persona che quella richiesta la fa. Oggi questo diritto non è garantito ed è per questo che serve questa legge.
Quindi, oggi abbiamo una sentenza della Corte, ricordiamolo, dopo che altre Regioni hanno già legiferato. Abbiamo la Toscana, abbiamo la Sardegna, abbiamo l’Emilia-Romagna. Abbiamo delle sentenze che, a partire da quelle leggi di Regioni coraggiose che hanno legiferato, ci hanno portato anche a poter migliorare il testo con alcuni emendamenti.
Quindi, io ringrazio chi ha accettato l’invito che avevo fatto fin da subito a partecipare con emendamenti alla costruzione, alla scrittura di una legge oggi. Chi invece immaginava di fare un contro-testo, chi invece immaginava di affossare il testo, chi invece immaginava di lanciare la palla a Roma, dicendo sui giornali che serve una legge statale… Questo lo diciamo tutti, grazie, e speriamo che ci lavoriate; questo lo diceva inizialmente anche il Presidente Stefani, ricordiamolo. Ecco, chi diceva questo in realtà mandava la palla in tribuna. E io non voglio una politica che manda la palla in tribuna. Vorrei che qualcuno mi dicesse: oggi stiamo qui e rispondiamo a quelle persone che non hanno avuto il diritto di essere libere di scegliere.
Io credo che qualcosa sia cambiato anche in parte della maggioranza e in parte anche nel racconto del Presidente Stefani, che spero oggi arrivi, come gli avevamo chiesto pubblicamente, con l’incontro con Cristina Gheller. E lo ringrazio (se arriva lo farò personalmente) di essere venuto da lei, in casa sua, di averla guardata negli occhi, di aver accettato il mio invito, perché quel giorno forse anche il dibattito pubblico è cambiato. Non la legge nazionale, ma emendiamo; non lanciamo la palla in tribuna, ma lavoriamo in quest’Aula. Ebbene, io spero davvero che oggi si faccia questo passo. Spero davvero che l’aver portato il Presidente in quella casa, con Cristina, abbia potuto far fare un passaggio.
Quindi, vorrei oggi ringraziarlo pubblicamente per essere venuto in casa di Cristina. In questi giorni abbiamo avuto modo, in generale, con tanti di scambiare alcune opinioni anche su chi fa pressione, nel momento in cui c’è un voto così importante, per dire di votare contro questo provvedimento. Io non ho ricevuto pressioni per votare a favore, ho avuto solo pressioni, anche pesanti, per votare contro, penso anche con l’accompagnamento di vari di voi.
Dico una cosa chiara a chi lo ha fatto e a chi ci sta ascoltando oggi: non fare falsa testimonianza, citando i 10 comandamenti, perché in questa legge non vi è nessuna contrapposizione tra cure palliative e accesso al suicidio medicalmente assistito.
Stefano Gheller, in quest’Aula, lì di fronte a noi, diceva: io non voglio morire soffocato, le cure palliative a me non bastano; io le potrei fare, le vorrei fare, le posso anche fare, ma a me non bastano, io non voglio morire soffocato. È come tante persone oggi ci chiedono di non fare.
Non vi è nessun rischio di china scivolosa, proprio perché, se legiferiamo seguendo le sentenze della Corte, noi oggi facciamo la nostra parte, abbiamo una legge e se ci fidiamo del nostro Stato quella legge verrà applicata come noi oggi la scriviamo.
Io quindi non ho nessuna paura di china scivolosa nel momento in cui noi legiferiamo. Aggiungo anche che Stefano Gheller, da persona credente, amava la vita più di ogni altra cosa. Quindi, dico a loro di non sputare sulla vita di una persona che oggi non c’è più, perché quando si dice che Stefano Gheller non amava la vita, vuol dire che proprio stanno facendo falsa testimonianza. Quindi, chiedo di non insultare la sua e la dignità di tutti i pazienti, che invece la vita la amano fino in fondo.
Poi vorrei dire un’altra cosa a chi, anche fuori da qui, ha forse anche visto il nostro test. Lo dico a chi all’interno della Chiesa cattolica ha assolutamente il diritto di dare un suo parere, come tutti i soggetti, ha il diritto di esprimere la propria opinione, come le associazioni, i medici, i giuristi, i pazienti, le famiglie. Io però penso che lo Stato sia laico, spero che lo Stato sia laico, quindi, anche in questa sede, quando noi ci rivolgiamo ai cittadini per elaborare una legge, noi non dobbiamo prendere nessuna religione come fonte di disciplina delle scelte pubbliche. Questo lo dice la nostra Costituzione.
A chi, nella maggioranza, ancora sta approvando in ogni modo possibile a far saltare la discussione, e lo sappiamo che è così, ormai è la seconda volta, è come rivedere il film, e se sai il finale, cerchi di prevenirlo: se pensate che oggi questa discussione debba essere fatta saltare, che il provvedimento si deve trovare il modo per non farlo arrivare fino in fondo, io dico che la democrazia tante volte ha un potere più forte di quello che accade dentro un’Aula. Quindi le firme, si raccoglieranno, si farà un nuovo lavoro, e soprattutto dico che mettere il proprio personalismo, o la propria forza politica di fronte alle scelte, quando guardiamo in faccia una persona malata, bisogna avere un sacco di coraggio. Chiedo invece il coraggio di fare il contrario: di pensare di legiferare per loro, non per noi, in base al tornaconto che possiamo prendere in termini elettorali, o alla forza politica che in qualche modo ci riconosce o meno.
Se questa legge passerà, io credo che sarà merito, ovviamente, dei Consiglieri che lavoreranno, che voteranno, che stanno provando a fare un lavoro anche di mediazione, di scrittura, di emendamenti. Ringrazio chi lo sta facendo, perché oggi c’è la possibilità di arrivare fino in fondo.
Se questa legge passerà, sarà merito anche di Cristina, di Stefano, di tutti i pazienti che hanno combattuto con noi questa battaglia, sarà merito degli attivisti di Liberi subito. Ricordo una prima discussione che avevamo avuto con il primo firmatario, che è qui presente, appena era stata insediata la scorsa legislatura. Volevo presentare il mio progetto di legge sul fine vita, e raccontando e raccogliendo l’istanza, l’idea di fare il passo indietro è stata la cosa più giusta che abbiamo potuto fare. La forza di quelle 9.000 firme non ce l‘ha nessuno dei Consiglieri qui presenti, ed è il bello del nostro Statuto ed è il bello della nostra democrazia.
Ma ringrazio Cristina, in particolare, perché penso che l’incontro con il Presidente Stefani, e vado a chiudere, guardandolo negli occhi, quando gli ha detto: Presidente, io non so cosa farò, io non so se farò la stessa scelta di Stefano”, la battaglia che lui ha portato avanti ha fatto a capire a me che tutti i pazienti, indipendentemente da cosa scelgono di fare, quando hanno quella risposta, sentono che sono arrivati alla possibilità di continuare a fare un passo della loro vita. Quindi, anche se io poi non deciderò di fare questo passo, voglio sapere che quando arriverò a dovermi intubare, io non avrò il rischio di morire soffocata.
Questa è la cosa che io ricordo di quell’incontro, ricordo com’è stato anche preso da chi era presente con me a quell’incontro, e credo che oggi chi vuole dare un contributo vero a portare a casa una legge, scritta magari meglio di come era stata scritta inizialmente, sì, abbiamo le sentenze della Corte costituzionale, con degli emendamenti farà il lavoro guardando in faccia quei pazienti e dicendo: sto provando a fare un lavoro per te.
Questo non verrà fatto da quelle persone che invece immaginano che la cosa giusta da fare sia sempre mandare la palla in tribuna, lasciare che sia qualcun altro a decidere. Preferisco – e preferiamo – sentirci invece dire che di fronte alle vite di quelle persone noi guardiamo in faccia e diciamo: abbiamo la possibilità, come Regione del Veneto, in attesa di una norma che sancisca altri diritti, ma qui non li stiamo sancendo, di dare due cose semplici: una procedura chiara, dei tempi ragionevoli, grazie all’istituzione di una Commissione medica, che esce competente, e dare la possibilità di tornare a vivere. Mi piace ribaltare la narrazione, e chiudo, perché chi dice che invece noi stiamo dando l’opportunità, a quelle persone, di morire, non ha capito cosa stiamo dando a quelle persone, non ci ha parlato fino in fondo, non le ha guardate negli occhi, perché quando si guardano negli occhi si capisce che la svolta è farle tornare a vivere degnamente fino a quando loro vorranno.
Questo è il principio di libera scelta e questo è il principio che da sempre portiamo in quest’Aula.
Grazie.
Speaker : PRESIDENTE
Grazie, Consigliera.
Come vedete, ho preso il posto del Presidente, da Presidente vicario, non perché lo abbia scalzato, ma perché il Presidente prima ha cercato di prenotarsi, ma da questa postazione non ci si può prenotare.
Quindi, chiedo una cortesia istituzionale, ai Consiglieri che vengono, da Morosin in poi, di lasciare la parola al presidente Zaia, che dopo riprende la guida dell’Assemblea, e poi si ricomincia da Morosin.
Se non ci sono problemi, gli concederei la parola dalla postazione da cui può parlare. Guardo prima Morosin, perché è il prossimo. Va bene? Grazie.
Speaker : Luca ZAIA (Lega-Liga Veneta)
Grazie. Grazie non solo al consigliere Morosin, ma a tutti i Consiglieri. Non è un salta code, questo. Ho tentato di prenotarmi e abbiamo scoperto oggi che questa è l’unica postazione dalla quale non ci si può prenotare. Se pigi il tasto, hai la parola, ma non ti puoi prenotare. Al di là di questo, ringrazio per la parola.
Mi sento in dovere di intervenire per aver vissuto non solo nella penultima legislatura questo tema, ma per averlo seguito fin dal 2009, con la vicenda di Eluana Englaro. Ho anche scritto di questo tema. Non sono un esperto di questo tema. Cerco di intervenire con il massimo rispetto delle idee di tutti, perché il Consiglio regionale rappresenta tutti i veneti. Non ho mai avuto una posizione fondamentalista, però è pur vero che l’intervento che voglio fare vuole, da un lato, spiegare la mia posizione personale, dall’altro, parlare ai cittadini che magari sono anche coinvolti da informazioni fuorvianti in queste ore.
Abbiamo visto questo scenario anche quando si è discussa la prima volta questa legge di iniziativa popolare. Vorrei anche trattare, assieme al Consiglio regionale, quella che è una grande ipocrisia. Cominciamo col dire che questo è un tema irrisolto, è un tema che si trascina da anni. Qualcuno dice che è colpa di questo Parlamento, ma non è colpa di questo Parlamento. Se pensate a Eluana Englaro, suo padre, Beppino Englaro, diceva “lasciate che muoia con dignità mia figlia. Mia figlia è in stato vegetativo. Fate in modo che si sospenda l’alimentazione artificiale, che non ci siano più supporti vitali”. Beppino Englaro non ottiene nulla dal Parlamento di allora, nel 2009, non ottiene nulla da quel Parlamento che si interrogava, che discuteva, c’era una sorta di predellino che andava dal Parlamento al Quirinale per discutere, per parlare e per trovare norme. Alla fine Eluana Englaro muore per la sospensione dell’alimentazione artificiale, se così la si può definire, in virtù di una sentenza di un tribunale. I tribunali arrivano, come è accaduto nelle vicende note del suicidio assistito, invece di un consesso democratico che dovrebbe decidere. Noi oggi siamo qui perché a tutt’oggi non c’è una legge in questo Paese che regolamenta quella che dovrebbe essere la gestione del fine vita.
La grande ipocrisia qual è? Che non si può andare a dire ai cittadini che se passa la legge oggi il Veneto avrà approvato il fine vita; se non passa, cantiamo vittoria perché non passa, perché noi dobbiamo dirlo col cuore a tutti i cittadini che oggi noi non stiamo decidendo se il Veneto adotterà il fine vita oppure non lo adotterà, ma noi oggi semplicemente ci troviamo ad affrontare, in una maniera anche rocambolesca, perché se ci fosse una legge nazionale, e ripeto non sto dando colpe a qualcuno, perché comunque è dal 2009 ad oggi che si trascina questo dibattito, tutte le componenti politiche di questo Paese lo hanno affrontato, se ci fosse una legge chiara, lo diceva prima anche la consigliera Ostanel in un passaggio, oggi non saremmo qui a discutere.
La sentenza della Corte costituzionale è del 2019, sentenza dj Fabo, come viene definita. Prendetevi la briga di leggere la storia di Fabo e di capire che storia ha avuto dj Fabo. La sentenza della Corte ha coinvolto – non tutti fondamentalisti, iper laici, non praticanti – un consesso di giudici, tra l’altro molti coinvolti anche umanamente dal loro rispetto religioso, dalla loro confessione religiosa.
La sentenza è chiara e dice che un malato terminale – lo so che voi lo sapete, ma lo dico perché resti agli atti e per fare in modo che i cittadini ci ascoltino – non un ragazzo che è stato lasciato dalla fidanzata o qualcuno che ha preso un brutto voto a scuola, come leggo che maldestramente qualcuno vuol difendere questa idea della cultura dello scarto, ma un malato terminale che ha queste quattro caratteristiche, la diagnosi infausta, che sa di dover morire, la grave sofferenza fisica e psichica, purtroppo c’è la privacy, ma ci capiamo, dovreste leggere alcune cartelle cliniche di chi fa la domanda e vedere di cosa stiamo trattando. Qualcuno l’ha anche rappresentato con delle interviste. C’è stata una nota giornalista che addirittura fece un’intervista spiegando cos’è la grave sofferenza fisica e psichica, mantenuto in vita da supporti vitali, non è che va al parco, va in giro, si diverte mantenuto in vita da supporti vitali, cioè non fa una vita normale e se non ci fossero quei supporti vitali sarebbe già morto, libero di scegliere, in scienza e coscienza, liberamente sceglie dice alla sua ULSS, non lo dice a una segreteria di partito, anche questo spieghiamolo, chiede alla sua ULSS di poter gestire la sua fase finale della vita.
A me non sembra un’eresia, non vuol dire essere anticlericali, non vuol dire rinunciare alle nostre radici cristiane, anche perché sappiamo benissimo che anche da quella parte non tutti la pensano così.
Penso che quella sentenza della Corte ha solo dei guai, che non sono guai perché non sono stati bravi, ha solo dei vulnus per un semplice motivo: la sentenza della Corte non può sostituirsi a una legge. Quindi, non avendo una legge, la sentenza non dice chi deve somministrare il farmaco, non dice chi dovrà occuparsi di quel malato terminale che dovrà comunque essere accompagnato nel suo fine vita. La sentenza della Corte non dice, ad esempio, sembra quasi una banalità, ma è la più grande tragedia, in che tempi l’ULSS deve rispondere.
Siamo qui per far questo, ma lo facciamo a ragion veduta rispetto all’altra volta perché comunque, nel frattempo, alcune Regioni come la Sardegna, la Toscana, l’Emilia Romagna hanno deliberato, hanno fatto delle leggi e quelle leggi sono state oggetto di discussione e di approfondimento con la Corte costituzionale che ha dato ulteriori direttive; una Corte, peraltro, vorrei ricordarvi, che ha sollecitato ben tre volte il Parlamento, i Parlamenti dicendo “legiferate”.
La Corte dice alle Regioni: “Voi non avete la competenza”, perché noi non abbiamo la competenza, ma dice anche “Se si tratta di organizzare il processo, cercate di restare entro quegli ambiti”.
La situazione è talmente imbarazzante che la possiamo paragonare all’interruzione di gravidanza, tanto per parlare di un altro profilo dove tutti noi siamo coinvolti con la libertà di coscienza e il profilo etico. È come se avessero fatto una sentenza sulla interruzione di gravidanza e si fossero dimenticati o meglio non avessero stabilito in che tempi l’ULSS deve rispondere alla signora che decide di interrompere eventualmente della gravidanza e chi avrebbe l’obbligo di interrompere quella gravidanza dal punto di vista clinico.
Voi capite che questo non è un Paese civile. Noi oggi siamo chiamati non, e ripeto, a dare il via al fine vita in Veneto. Finitela con questa pagliacciata! Perché il fine vita esiste già. Quando vengono riportati i numeri dei 31 pazienti, piuttosto che dei 16 o dei tre che sono la certezza assoluta, che sono i tre pazienti che hanno visto, diciamo, la, hanno avuto il riconoscimento, due signore che hanno gestito il loro fine vita, sono tutte e due trevigiane, peraltro, e Stefano Gheller, che è mancato, povero Stefano, non nella gestione del suo fine vita. Io ho incontrato Stefano, l’ho conosciuto anni fa. Ho incontrato Cristina. Penso che le ragioni siamo sempre state ragioni rispettose rispetto a chi non la pensa come loro. In generale è così. Non è che questa è una legge che deve obbligare, e parlo della sentenza nazionale che obbliga qualcuno a sottoporsi a, ma io penso che se una persona è a favore del fine vita, come nel mio caso... Qualcuno ha detto che c’è l’opportunismo del consenso politico sui cittadini. Io queste cose le scrivevo quando non andava di moda scriverle nero su bianco. Io penso che se una persona è a favore del fine vita in maniera concettuale, perché poi se sei ammalato sei più coinvolto, concettualmente noi qui abbiamo la fortuna di poter essere qui a discutere ed estraniarci dal problema in prima persona.
Se una persona è favorevole, deve chiedere una legge. Se una persona è contraria, ha il pieno diritto di chiedere una legge per vietare il fine vita in questo Paese. Se una persona ha dei dubbi, e ve ne sono molte, e io ne ho incontrate molte che hanno dubbi dicono “non è che poi nelle maglie della gestione di una legge, finisce che qualcuno scivola in un percorso che magari...”. Pensate a un fragile, a un anziano molto ammalato. A maggior ragione chiederei una legge, chiederei che comunque le maglie di quella rete siano sempre più fitte, in maniera tale che ci sia un vaglio assoluto.
Ma ai cittadini dobbiamo anche ricordare un’altra cosa: che le valutazioni non le fanno le Giunte regionali, le Giunte provinciali, la politica, ma le fanno comitati bioetici, comitati di professionisti incaricati per questo. Leggo poi che qualcuno dice che bastano le cure palliative. Guardate: questa è una Regione prima in Italia per le cure palliative, e per le cure palliative si può fare sempre di più e bisogna investire, ci mancherebbe. Se il rapporto è 31 domande su 5 milioni di veneti in sette anni, voi capite che ci sono 4 milioni 999.000 e quello veneti che sono fermi lì, davanti all’ufficio delle cure palliative.
Però posso garantirvi che molti dei malati che chiedono l’accesso al fine vita… Andatevi a vedere la storia della signora Angela di Spinea. La signora Angela di Spinea va con Marco Cappato, in Svizzera, a morire, e prima di autosomministrarsi il farmaco fa un video: andatelo a vedere “Angela di Spina, fine vita”. Lei spiega le sue ragioni; i malati rifiutano le cure palliative. Non è che dicono: voglio gestire il mio fine vita perché qui nessuno mi dà risposte: è ovvio che le risposte bisogna darle. Però è anche inaccettabile vedere che il linguaggio oggi che si diffonde è quello che se sei a favore sei un criminale, sei per la teoria dello scarto, sei una persona che si sta comportando male, e anche i toni non mi piacciono, lasciatemelo dire. Non capisco per quale motivo non si debbano rispettare le opinioni degli altri.
Qui non è che stiamo facendo un’azione programmata di eliminazione dei cittadini, come qualcuno vuol far credere. C’è, è innegabile… Qui fra l’altro ci sono degli illustri, parlo del professor Gerosa, piuttosto che del dottor Silvestri che è qua, e altri medici che sono tra il pubblico, o meglio, in Assemblea. Penso che sia innegabile che oggi il progresso, che sarà sempre più incalzante, anche con le nuove tecnologie che sono messe a disposizione, che oggi si curino molto di più, i cittadini, e che oggi ci si ponga di più rispetto a 20, 30, 40, 50 anni fa, il tema dell’accanimento terapeutico. Vi risulta, questo, no? Cioè, non è che il medico di oggi, che usa la risonanza magnetica, la TAC, la PEC, l’intelligenza artificiale e tutta un’altra serie di devices e di strutture per fare la sua professione, sia meno medico di quello che faceva il salasso, capiamoci. Però è pur vero che oggi il tema dell’accanimento terapeutico è un tema più importante.
Cito il cardinale Zuppi, che in un dialogo con il sottoscritto, ma lo dice ormai dappertutto, dice: sì, va be’ la Chiesa è contro il fine vita, ma sull’accanimento terapeutico, fermi tutti.
Poi vorrei dirvi, sempre per un atto di coerenza e non di ipocrisia: qualcuno si ricorda più che questo Paese ha approvato il testamento biologico, ovvero le disposizioni anticipate di trattamento? Era il dicembre 2017. Ma allora – io dico – se tu sei contrario a quello che stiamo trattando e discutendo, apriamo uno scenario, cioè, chiunque di noi può andare presso l’anagrafe comunale, da un notaio, o a fare uno scritto con un po’ di amici, in maniera tale che ci sia un’autenticità della volontà, di può dire: se capitasse a me e non fossi in grado di decidere rispetto alle mie cure, vi chiedo di non procedere oltre questo limite. Anche questa non è una gestione, fra virgolette, di un fine vita? Questo ci va bene, però star qui a dire che l’ULSS risponde entro 20 giorni, 30 giorni o quello che sarà; oppure, che il farmaco sia somministrato dall’autorità sanitaria, o quant’altro, sembra un’eresia.
Io penso che oggi noi stiamo facendo un atto intanto di civiltà nell’affrontare questa legge, ma anche di informazione e di chiarezza. Ripeto: vedere gli appelli al no al fine vita della Regione del Veneto, quando sappiamo benissimo che qui di fine vita non approveremo nulla e non bocceremo nulla, vuol dire anche prendere in giro i cittadini. Non c’è peggio della disinformazione rispetto a un tema che riguarda la sfera della coscienza e la sfera etica.
Quindi, io dico che è fondamentale ascoltare gli interventi di tutti, oggi, e che è fondamentale rispettare la posizione di tutti. È innegabile che qui non siamo tutti a favore. Ciò non toglie che fuori c’è un mondo che ci guarda, che ovviamente tifa perché non si approvi, o perché si approvi, ma deve aver ben chiaro, quel popolo che ci guarda, che non stiamo approvando il fine vita, e che non stiamo bocciando il fine vita. Stiamo semplicemente facendo un’azione di civiltà, cercando di apportare un programma e un processo organizzativo a un servizio che dovremmo erogare col Sistema sanitario.
Questo è quello che stiamo facendo oggi. Guardate, non ho mai fatto le conte, ve lo dico, poi chiudo. Qualcuno mi dice: ma passa, non passa…? L’altra volta ho detto: libertà di coscienza e non è passato per un voto. Questa volta non so neanche quale sarà il voto di questa Assemblea. Però è un fatto di civiltà essere qui riuniti a trattare questo tema, perché penso che comunque i veneti apprezzino anche il coraggio di questa Assemblea.
Dopodiché, è ovvio, si poteva tranquillamente prendere e mettere la testa sotto la sabbia, inventarci qualche norma, qualche espediente per lasciare incagliata in Commissione questa legge di iniziativa popolare, ma lì fuori c’è qualcuno che ha delle difficoltà.
Ricordiamoci che alla fine di questa filiera ci sono due categorie delle quali non possiamo mai dimenticarci: i primi sono i malati, i malati terminali, quelli dei quali abbiamo parlato prima. Il secondo aspetto, che è un atto di altissima ipocrisia di questo Paese, è quello dei sanitari, che quotidianamente accompagnano, nella loro fase finale della vita molti pazienti fortemente sofferenti, sanitari che decidono, che so, di praticare dei farmaci… Faccio un esempio: cioè, quanta morfina dare come antidolorifico, più ne metti, più deprimi i centri respiratori, più deprimi la motilità intestinale, più sai che acceleri il percorso verso il fine vita.
Noi non possiamo girarci dall’altra parte e pensare che siano cavoli del sanitario, o cavoli del familiare, che non ha nessuno strumento per stare lì a discutere con il medico di turno, per dire “cosa facciamo, lo accompagniamo o non lo accompagniamo?” Direi che anche questa è ipocrisia: non pensare che qualcuno in questa fase, nella storia di questo Paese, sta quotidianamente sciogliendo costi e benefici, e non mi riferisco ai costi economici, ma ai costi della depressione del centro respiratorio, piuttosto che degli effetti collaterali dei farmaci che si usano rispetto a un accompagnamento del paziente. Anche questo è un atto di sensibilità.
Io penso che oggi abbiamo tutti i presupposti per discutere bene. Non aggiungo altro: ringrazio veramente di cuore per l’attenzione e ringrazio anche tutti i Consiglieri che mi hanno ceduto il passaggio, il salva-code.
Speaker : PRESIDENTE
Grazie al Presidente.
Collega Morosin.
Speaker : Alessio MOROSIN (Liga Veneta Repubblica con Morosin)
Grazie dell’attenzione che dedicherete non solo al mio intervento, ma anche agli interventi di tutti quelli che mi seguiranno, vista la delicatezza e l’importanza del tema.
Volevo anche ringraziare il dottor Diego Silvestri, che rappresenta il comitato promotore di questa iniziativa popolare, che proprio perché popolare, io vedo sempre con grande rispetto e con la massima responsabilità.
Alcune osservazioni di premessa generali. Innanzitutto, su questo tema, come su altri temi delicati, dobbiamo dire che nessuno ha il monopolio dell’etica, tantomeno della verità. È un tema di libertà e di autodeterminazione, e sul tema dell’autodeterminazione, che non è nel caso, come di specie individuale, ma collettiva, io richiamo sempre con vivo interesse quello che diceva la Corte Suprema del Canada “Nul ne détient le monopole de la vérité”, “nessuno ha il monopolio della verità”, nessuno può arrogarsi il diritto di chiudere una questione così delicata dicendo che quella è la verità e le altre sono invece non verità, o comunque menzogne.
Diceva Dante – lo faceva dire a Catone il Censore – “Libertà va cercando, ch’è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta”: la libertà che viene valorizzata fino al punto di decidere di rinunciare alla vita. La libertà che richiede di riscattare la dignità della persona nel momento in cui quella dignità viene compromessa o può essere compromessa. È un tema di libertà, quindi, è un tema di autodeterminazione individuale. È un tema laico per antonomasia, laico nel senso greco, laïkós, non confessionale, che vuol dire del popolo, non delle organizzazioni, e non voglio fare riferimenti perché in questi giorni, come ho detto anche alla stampa, ho ricevuto troppe pressioni. La cosa che mi ha colpito è che queste pressioni erano fondate sulla misconoscenza, sulla non corretta inquadratura del problema di cui parliamo, come è stato già accennato.
È un problema di dignità, quindi, principalmente, di libertà e di dignità. Non è vero che qui si vuole istituzionalizzare il male. Ho letto stamattina questa locuzione che mi ha letteralmente sconvolto. Quest’Aula non istituzionalizza nulla per le ragioni che vedremo. Quest’Aula copre un buco lasciato dalla normativa statale e definito dalla giurisprudenza costituzionale che noi abbiamo la possibilità, ma ritengo anche il dovere di colmare.
Mi avvicino, quindi, con umiltà, con rispetto, con prudenza, anche con una forma di titubanza, però con la consapevolezza che la libertà di coscienza non può essere contaminata dagli interessi di appartenenza partitica, né dagli interessi elettorali di un elettorato. Ho visto anche qualche commento del tipo “Se votate a favore di questa legge per la morte (e non è così) non vi voteremo più”. Io voglio essere libero nella mia coscienza, voglio essere laico nel mio comportamento, voglio essere ispirato al rispetto anche della libertà degli altri, ma non voglio che chi vive un momento di difficoltà estrema come questo possa essere impedito di esercitare un diritto nei termini confinati dalla giurisprudenza.
Il tema etico, dicevo, l’etica, come ci ha insegnato Aristotele, va applicata. È una questione pratica, non è una questione filosofica. È una questione pratica, è una questione di vissuto. È una consapevolezza che col giusto mezzo, che è quello della ragione, e quindi mettendo in atto tutte le nostre energie, noi possiamo dare una risposta a un tema drammatico, complesso, un tema troppo importante. È un tema, però, non ideologico, non politico. Pare paradossale, ma in un’Aula dove si fa politica, dove si assumono decisioni politiche, noi dobbiamo avere la consapevolezza che questo non è in primis un tema politico, e non è religioso.
Le pressioni di certi eminenti personaggi del mondo della Chiesa, che io rispetto, non mi possono portare al di fuori di quello che è un libero argomentare. Non è nemmeno confessionale. Semmai, è un problema intimo, se vogliamo, spirituale, filosofico, interiore, del singolo. E noi non possiamo abbandonare le persone che vivono questa situazione, drammatica, di malati terminali, alle condizioni che poi spiegheremo.
L’espressione stessa che viene usata da qualcuno è stata censurata, quella di prestazione di suicidio medicalmente assistito. Bene, questa è un’espressione che è stata definita dal Comitato nazionale per la bioetica, quindi da persone che hanno le competenze, che hanno individuato anche nella verità delle parole la necessità di non girarsi dall’altra parte. Poi si utilizza una procedura di consenso informato come forma di procedura di medicalizzazione.
Ma a parte queste premesse generali, voglio ricordare anche una recente pronuncia della Corte costituzionale francese – che in realtà si chiama Conseil constitutionnel – del 14 agosto, la n. 910 del 2026, quindi di due settimane fa. È lunghissima, io me la sono letta tutta perché sul tema ritengo sia doveroso essere preparati e documentati.
Cito soltanto i paragrafi 25 e 26, i quali dicono: “il legislatore intende garantire la libertà personale mediante l’istituzione del diritto al suicidio assistito in determinate condizioni, e contribuire all’attuazione del diritto di ogni persona ad una vita dignitosa”, questo è il fulcro. Poi si preoccupa, il punto 26, della volontà libera e informata, e di garanzie appropriate. Poi, più oltre ai punti 39 e 40 si rafforza ancora questa posizione.
Ma veniamo ad altre premesse, e mi dispiace che il tempo sia molto stretto, di metodo. È stato detto bene prima: questo Parlamento, come noi lo chiamiamo con ambizione, non istituisce il fine vita comune, non cancella il fine vita, non fa né l’una, né l’altra cosa. Prende atto che nell’ordinamento italiano c’è una situazione tutta particolare. Fortunatamente, i casi di richiesta di morte assistita sono casi rarissimi, parliamo circa di 1 su 1 milione, siamo 5 milioni di veneti, in causa attualmente ce ne sono cerca cinque. Però, non per questo possiamo girarci dall’altra parte, non è che perché riguarda pochi, non ci interessa. Ho visto oggi un editorialista che in un quotidiano ha detto “il Veneto ha altre priorità”. Certamente abbiamo delle priorità, e gravi, penso al residuo fiscale, ad una pressione tributaria vergognosa, a una sudditanza nei confronti di un centralismo crescente, però non possiamo girarci. Questo è un tema alto, rilevante, al quale non possiamo non dare attenzione.
Poi, girarsi dall’altra parte non è neanche, se mi è consentito, un atto di carità cristiana. La Bibbia dice che Dio è carità. Quindi, la carità che cos’è? Vuol dire ascoltare chi sta nella sofferenza estrema. Diceva bene chi mi ha preceduto, il caso della signora Angela di Spinea, ma anche di Elena di Venezia, che ha dovuto recarsi in Svizzera, all’estero, per far valere questo diritto alla morte serena, e alla libertà di porre fine per la sua dignità alle atrocità della sofferenza.
Serve conoscenza, poi, perché spesso si sparla senza avere la conoscenza del tema, quindi, chiarezza del linguaggio. Io ho un brivido quando leggo che c’è chi confonde ancora l’eutanasia col fine vita: sono due realtà completamente diverse, vuol dire che non si è letta la sentenza n. 242 della Corte costituzionale, vuol dire che non si conosce quasi nulla. E non si può parlare ex cathedra, senza aver avuto l’umiltà di affrontare il tema. Lo dice la chiarezza del linguaggio, questo: la Corte costituzionale nella sentenza si pronuncia in ordine all’illegittimità sollevata davanti a un tribunale dell’articolo 580 del codice penale riguardante l’istigazione o aiuto al suicidio, e ha individuato una ragione di non punibilità, non un diritto a morire, ma una ragione di non punibilità in relazione a una particolare, gravissima, estrema circoscritta realtà, che riguarda pochi casi, come sappiamo, dalla quale non si può prescindere.
Per lo stesso motivo, invece, l’eutanasia è vietata nel nostro ordinamento, continuerà fortunatamente ad essere vietata, e io mi adopererò, se sarà il caso, perché non si possa dare spazio all’eutanasia, nel senso descritto da certa stampa disinvolta, o da certi soggetti interessati, che non conoscono la vicenda. Il tema dell’eutanasia è un tema già regolato dalla legge, dal codice penale. L’articolo 579, quello che regola l’omicidio del consenziente, è stato oggetto anche di una iniziativa popolare per un referendum che mirava a farne dichiarare l’inammissibilità.
Ebbene, la Consulta, con la sentenza numero 50, anzi, un’ordinanza, la numero 50 del 2022, ha ben spiegato che non c’è un diritto a morire. Non c’è un diritto all’omicidio del consenziente. Del consenziente parliamo, quindi nel nostro ordinamento c’è chiarezza. Serve verità, non strumentalizzazione. Bisogna capire che siamo in un quadro di non punibilità relativo all’articolo 580, che il legislatore nazionale non ha avuto il coraggio, e non ce l’avrà neanche dei residuali mesi di questa legislatura di disciplinare. La Corte costituzionale, facendo una attività che, a mio avviso, è anche criticabile, ma la Corte costituzionale, come sapete, unitamente alla Presidenza della Repubblica, sono considerati dal punto di vista del diritto costituzionale due organi di chiusura politica in senso istituzionale, appunto, dell’ordinamento, ma fa una attività con i tecnici di natura nomopoietica, cioè creativa. È stata costretta a occupare uno spazio a cui il Parlamento non ha saputo rispondere. Io sono molto perplesso. In questo caso lo accetto, ma in altri casi non lo accetterò mai più, perché vuol dire che il Parlamento viene meno al suo ruolo istituzionale. Vuol dire che il Parlamento non ha responsabilità, non ha rispetto della Costituzione, non ha rispetto dei diritti delle persone. L’attività nomopoietica della Corte costituzionale non deve più esserci. Però, in questo caso, ripeto, nell’assenza, nella latitanza vergognosa del Parlamento, la Corte si è ricreata uno spazio, impegnandosi peraltro a sollecitare il Parlamento per oltre tre volte.
Il dolore, la disperazione e bisogna aver incontrato chi l’ha vissuto. Io ho visto una volta Gheller e la sorella recentemente. Veramente si prova qualcosa di grave. Ho pensato alla disperazione, mi perdoni chi ha una visione religiosa magari diversa dalla mia, io sono un cristiano, però mi ritengo doverosamente laico di fronte a queste tematiche. Ho fatto il chierichetto e quindi tante volte sentivo in chiesa il Venerdì Santo quella frase che non capivo, perché in aramaico così nel Vangelo di Marco è riportata, in altri Vangeli, quello di Matteo, è riportata in lingua ebraica. In ogni caso, Gesù parlava l’aramaico, era un palestinese.
Quando era sulla croce, in una situazione disperata, e non aveva alternative, dice: “Eli, Eli, lama sabactani?”, “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Quindi, anche il Signore, figlio di Dio, sulla croce si sente disperato e dice, invocando il Padre, “perché mi hai abbandonato?”.
Ti prego, Lovat, di non fare polemiche su questo tema, perché il tema è sacro e io voglio intervenire senza interruzioni, senza sotto voci da platea di stadio. Abbi rispetto di te stesso e dell’Assemblea.
“Eli, Eli, lama sabactani?”, “Perché mi hai abbandonato’”. È una domanda nel momento cruciale in cui la vita non è più sopportabile, non è più tollerabile.
La sentenza additiva della Corte costituzionale, laddove il Parlamento è latitante, è una sentenza che noi dobbiamo in qualche modo avere il coraggio di valorizzare e applicare, perché la libertà personale è inviolabile, è un diritto prepolitico, è un diritto concreto, non ideale o religioso, che prevede il potere di scegliere, un potere assoluto anche contro se stessi.
Nel momento in cui viene sacrificato il diritto alla vita, in nome della libertà, per salvare un altro diritto, quello della dignità, noi abbiamo trovato una giustificazione che ci consente di legiferare in questo ambito, ripeto, che è di mera organizzazione di quello che è il percorso verso la morte assistita. Non creiamo alcun diritto e non togliamo alcun diritto.
La dignità è una delle norme richiamate anche dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, quella che è stata approvata nel 2000 e che poi nel Trattato di Lisbona è stata ripresa.
Al punto 1 c’è la dignità. La dignità umana è inviolabile. Essa deve essere rispettata e tutelata. Ma poi c’è anche la Costituzione italiana, l’articolo 3, l’articolo 86, l’articolo 41, che richiama il tema della dignità della persona. Ci sono poi due leggi importantissime che non dobbiamo dimenticare, la legge sul consenso informato, sul diritto di autodeterminazione sanitaria, la n. 219 del 2017, che dice che “la presente legge, nel rispetto dei principi della Costituzione e della Carta fondamentale dei diritti dell’Unione europea, tutela il diritto alla vita, alla salute, alla dignità e all’autodeterminazione”. Questi diritti sono messi sullo stesso range di tutela e di difesa.
Quindi, è quella del diritto alla dignità che penso sia la chiave che ci deve aiutare tutti, anche chi vive di dogmi, e si isola nel suo perbenismo religioso, che fa capire che il tema della dignità non viene dopo il tema della libertà e della responsabilità.
Questo è uno dei punti fondamentali. Teniamo presente poi che abbiamo nel nostro ordinamento, anche in Veneto, due leggi importanti: quella sulla terapia del dolore e sulle cure palliative, la legge 88 del 2010 e quella regionale n. 7 del 2009. Quindi, il punto importante rimane però la sentenza n. 242 – visto che il tempo stringe, e mio malgrado devo cercare di fare sintesi – la quale coraggiosamente, ripeto, pur essendo una sentenza additiva, o creativa, sulle quali io sono molto, molto perplesso – la Corte sta esondando dal suo ruolo, però, essendo organo di chiusura, come dicevo, assieme al Presidente della Repubblica, istituzioni di chiusura dell’ordinamento – abbiamo il dovere di dare ascolto, soprattutto quando quella sentenza è frutto di un approfondimento rigoroso, serio, giuridicamente ineccepibile. Le quattro condizioni: agevola l’esecuzione del proposito di suicidio già autonomamente e liberamente formatosi, “autonomamente e liberamente formatosi”. La Chiesa, quando si parla di peccato, non dice libertà e coscienza, parla di piena avvertenza e di deliberato consenso, ci aggiunge gli avverbi, per dire la massima consapevolezza di quello che stai facendo. Se io non ho la piena avvertenza e il deliberato consenso, non faccio peccato. Noi ci limitiamo a dire “autonomamente e liberamente formatosi”, che vuol dire senza la condizione di fattori esterni.
Quando vi sono trattamenti di sostegno vitale, che vuol dire, perché capiscano tutti, che la vita prosegue solo se io sono collegato a una macchina, a un meccanismo esterno, il trattamento vitale è questo.
Il terzo elemento: affetto da patologia irreversibile. Voi capite, citavo prima il Gesù sulla croce, questa è irreversibile, la morte davanti a te, l’irreversibilità, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che reputano intollerabile. Il quarto punto: “capace di prendere decisioni, come dicevo, liberi e consapevoli”. Ma poi vi sono anche le due condizioni procedurali, condizioni e modalità di esecuzione verificate da una struttura sanitaria pubblica del Servizio sanitario nazionale, e il parere del Comitato etico, che sono le cose che stiamo facendo noi stiamo, che stiamo cercando di fare con questa legge che, ripeto, io non avrei finito di illustrare, ma che purtroppo i tempi mi chiedono di non commentare ulteriormente.
Io richiamo la vostra coscienza e la vostra sensibilità, la vostra libertà, pensando che la dignità, secondo la Carta costituzionale italiana e secondo la Carta europea dei diritti dell’uomo non viene meno, non viene dopo, non vale meno della libertà, anzi, è la libertà di esercitare un diritto in difesa della propria dignità.
Grazie.
Speaker : PRESIDENTE
Grazie, consigliere Morosin. Tocca alla consigliera Brescacin. Ha chiesto di intervenire il Presidente Stefani, che interverrà dopo la consigliera Brescacin.
Speaker : Sonia BRESCACIN (Misto)
Grazie, Presidente e colleghi Consiglieri.
Ci sono momenti nei quali il compito della politica è particolarmente difficile. Sono i momenti nei quali non basta conoscere una norma, non basta citare una sentenza, non basta sapere quali siano le competenze di una Regione.
Sono i momenti nei quali la politica è chiamata a misurarsi con una domanda che riguarda ciò che siamo come esseri umani. Il fine vita è certamente uno di questi momenti, e credo che proprio per questo dovremmo affrontare questa discussione con rispetto, senza semplificazioni, e senza trasformare una questione etica profondissima in uno scontro tra chi sarebbe a favore della vita e chi sarebbe contro la vita. Non è così.
Da entrambe le parti ci sono persone che chiedono di difendere la dignità umana, ci sono persone che considerano la vita un valore indisponibile e ritengono che nessuno possa chiedere alla medicina di interromperla. E ci sono persone che ritengono che in circostanze estreme anche la libertà e l’autodeterminazione della persona possano assumere un peso tale da rendere moralmente legittimo l’aiuto a porre fine a una sofferenza diventata insostenibile.
Sono posizioni diverse, ma non sono necessariamente posizione prive di umanità. Per questo voglio innanzitutto dire una cosa molto semplice ai colleghi che hanno una posizione diversa dalla mia. Io rispetto la vostra posizione, non penso che chi è contrario a questa legge sia insensibile alla sofferenza, non penso che sia contrario alla libertà, non penso che sia contrario alla dignità della persona.
Proprio per questo credo che sia possibile sostenere una posizione diversa senza negare la legittimità morale di quella altrui.
Io sono favorevole a questa legge, e vorrei spiegare perché, non partendo dalla norma, ma partendo dalla persona. Immaginiamo una persona gravemente malata, una persona pienamente capace di intendere e di volere, una persona informata che ha davanti a sé ha una patologia irreversibile, una prognosi incompatibile con la guarigione, una condizione di sofferenza che percepisce come intollerabile.
Quella persona non è semplicemente un caso clinico, è una storia: ha affetti, ha relazioni, ha paura, ha magari figli, genitori, un marito, una compagna, o una moglie. Soprattutto, ha una propria idea di dignità e una propria idea di ciò che può ancora essere considerato accettabile nella propria esistenza.
È una persona adulta, capace di assumersi la responsabilità delle proprie decisioni. La domanda che ci viene posta è quindi terribile, nella sua semplicità: fino a che punto può arrivare l’autodeterminazione di una persona sulla propria vita, quando la sua sofferenza è diventata per lei insopportabile? Credo che non esista una risposta semplice, e proprio perché non esiste una risposta semplice, non possiamo neppure lasciare che la risposta venga affidata alla casualità.
La medicina moderna ha compiuto qualcosa di straordinario: ha allungato la vita, ha sconfitto malattie, ha consentito a persone che un tempo sarebbero morte di vivere per molti anni.
Ma la stessa medicina ci ha posto davanti a situazioni che generazioni precedenti conoscevano molto meno. Oggi possiamo mantenere funzioni biologiche anche quando la malattia non è più guaribile, possiamo intervenire sul dolore, possiamo sostenere organi, possiamo prolungare processi biologici.
Tutto questo rappresenta una conquista straordinaria, ma ci pone anche davanti a una domanda: quando la medicina non può più guarire, che cosa significa davvero curare? Io penso che significhi soprattutto una cosa: non smettere di prendersi cura. Qui entra in gioco la dignità, che non è soltanto il diritto di vivere, ma è anche il diritto di essere considerati persone fino alla fine. Questo significa essere ascoltati, informati, accompagnati, curati, e soprattutto mai abbandonati.
Ma “in determinate condizioni riconosciute dall’ordinamento”, significa anche poter esprimere una volontà che non venga semplicemente ignorata. Non possiamo naturalmente affrontare questa questione soltanto dal punto di vista filosofico, c’è un preciso quadro giuridico. La Corte costituzionale con la sentenza n. 242 del 2019, ha individuato una circoscritta area nella quale l’aiuto al suicidio non è punibile quando ricorrono determinate condizioni e quando non siano rispettate precise garanzie.
La Corte ha costruito questo percorso proprio per tutelare contemporaneamente due esigenze: da un lato la protezione della vita e, dall’altro, la libertà di autodeterminazione della persona, che si trova in condizioni di sofferenza estrema e irreversibili.
Successivamente, la sentenza n. 135 del 2024 ha ulteriormente chiarito la portata del requisito relativo ai trattamenti di sostegno vitale.
Più recentemente, la Corte Costituzionale è tornata sulla materia, precisando i confini entro i quali le Regioni possono intervenire sul piano organizzativo, e questo è un punto che dobbiamo avere molto chiaro.
La Regione non sta creando un nuovo diritto sostanziale. Non spetta alla Regione stabilire autonomamente chi possa accedere al suicidio medicalmente assistito: i requisiti fondamentali sono definiti dal quadro costituzionale e dalla legislazione statale. La Regione è chiamata invece a organizzare il servizio sanitario regionale affinché, quando ricorrono delle condizioni, esista un percorso certo, uniforme, trasparente e rispettoso delle garanzie. E questo, a mio giudizio, è esattamente ciò che deve fare una buona amministrazione pubblica. Perché una persona non può avere più o meno diritti a seconda della porta dell’ospedale alla quale bussa; non può dipendere dalla sensibilità del singolo professionista; non può essere costretta a vivere un percorso diverso perché si trova in una Regione piuttosto che in un’altra: l’uguaglianza nell’accesso alle garanzie è parte della dignità.
Ma c’è un punto ancora più importante, io credo. Abbiamo talvolta un’idea proprio troppo semplicistica della parola “autodeterminazione”. Autodeterminazione non significa faccio quello che voglio e lo Stato si faccia da parte. Questa non è libertà. La libertà e soprattutto quando una persona è fragile... la libertà, soprattutto quando una persona è fragile, presuppone condizioni: una persona può decidere liberamente soltanto se conosce la propria situazione, se conosce le alternative, se ha ricevuto informazioni comprensibili, se ha avuto accesso alle cure, se ha potuto parlare con i professionisti, se ha potuto affrontare anche la propria sofferenza psicologica, se la sua volontà non è il risultato di una pressione familiare, economica o sociale e, soprattutto, se quella volontà è autentica e stabile.
Questa è la ragione per cui il percorso previsto dalla normativa non può essere interpretato come una scorciatoia verso la morte. È esattamente il contrario: è un percorso di verifica, di approfondimento, di relazione e di garanzia. Ed è qui che assume un’importanza fondamentale il Comitato etico. Non come semplice organo burocratico, ma come presidio della persona fragile. Il compito è verificare che la decisione sia autentica, consapevole, libera da condizionamenti e inserita in un percorso nel quale siano state considerate tutte le alternative terapeutiche e assistenziali. In altre parole, prima di arrivare a una decisione irreversibile, bisogna essere certi di avere fatto tutto ciò che era possibile per rendere quella persona realmente libera.
E questo ci porta alle cure palliative. Su questo punto vorrei essere molto chiara. Essere favorevole suicidio medicalmente assistito non significa affatto essere meno favorevoli alle cure palliative. Anzi, credo infatti che una Regione seria debba fare contemporaneamente due cose: deve garantire e potenziare le cure palliative e deve garantire, nei casi previsti dall’Ordinamento, un percorso serio e regolato per chi, dopo essere stato accompagnato, continua a chiedere l’accesso al suicidio medicalmente assistito.
Il Veneto, del resto, non parte da zero. La nostra Regione ha approvato la legge regionale n. 7 del 2009 sulle cure palliative prima ancora della legge nazionale n. 38 del 2010. Negli anni abbiamo costruito una rete di cure palliative sviluppando modelli organizzativi e assistenziali che devono continuare a essere rafforzati. Questo patrimonio va difeso e va potenziato, perché nessuno deve mai arrivare a chiedere di morire semplicemente perché non ha ricevuto cure adeguate per il dolore o perché si sente abbandonato.
Ma dobbiamo avere anche l’onestà di riconoscere una cosa. Le cure palliative possono alleviare enormemente la sofferenza, possono accompagnare, possono restituire qualità della vita, ma non possiamo affermare che esse cancellino necessariamente ogni forma di sofferenza e che ogni persona debba necessariamente considerare sufficiente quel tipo di risposta: una persona può ricevere cure palliative appropriate e, nonostante questo, mantenere una volontà diversa. Ed è proprio qui che il legislatore deve evitare sia l’abbandono sia il paternalismo.
C’è poi una dimensione che considero particolarmente importante, che riguarda il modo nel quale una società educa i propri adulti. Una società adulta non è una società nella quale le Istituzioni decidono tutto al posto dei cittadini, ma non è neppure una società nella quale l’individuo viene lasciato solo davanti alle proprie decisioni. Una società adulta informa, accompagna, ascolta, responsabilizza e questo vale ancora di più quando la persona è fragile. Educare alla scelta significa offrire strumenti per comprendere, significa mettere una persona nelle condizioni di conoscere la propria malattia, le possibilità terapeutiche, le cure palliative, le conseguenze delle proprie decisioni. Significa anche consentirle di cambiare idea, perché una volta realmente libera... perché una volontà realmente libera non è una firma su un foglio, ma è una volontà che si forma dentro una relazione.
Ecco perché considero fondamentale la relazione tra il medico e il paziente. La medicina non è soltanto tecnica, è anche relazione, ascolto e fiducia, è alleanza terapeutica, e quando ci avviciniamo alla fine della vita, questa dimensione diventa ancora più importante.
Per tali motivi, alla fine di questo intervento, voglio assumermi la responsabilità personale della mia posizione. Io sono favorevole a questa legge non perché pensi che morire sia un diritto da esercitare, non perché consideri la vita un bene per cui ci si possa disfare con leggerezza, non perché ritenga che la sofferenza renda la vita meno preziosa. Al contrario, sono favorevole perché considero la persona un valore così grande da ritenere che, in condizioni estreme, la sua voce non possa essere semplicemente cancellata, ma quella voce deve essere ascoltata dentro un percorso rigoroso, dentro la medicina, dentro le garanzie, dentro la relazione, dentro la verifica, dentro la responsabilità e soprattutto dentro una società che abbia prima fatto tutto il possibile per non lasciare quella persona sola.
Credo che sia questo il vero punto: non dobbiamo scegliere tra la vita e la libertà, dobbiamo cercare di proteggerle entrambe, dobbiamo proteggere la vita dalla solitudine, dall’abbandono, dalla povertà, dalla paura, dalla mancanza di cure e dobbiamo proteggere la libertà dalla costrizione, dal paternalismo e dalle decisioni prese da altri al posto della persona.
Questa legge per me non è una legge sulla morte, è una legge sulla responsabilità: la responsabilità delle Istituzioni, la responsabilità della medicina, la responsabilità della società e alla fine la responsabilità di ciascuno di noi di riconoscere che ci sono scelte sulle quali possiamo avere convinzioni profondamente diverse senza per questo smettere di rispettarci. Chi è contrario a questa legge deve poter continuare a esserlo, deve poter difendere la propria concezione della vita. Ma proprio perché riconosciamo la libertà di coscienza, dobbiamo riconoscere anche quella di chi, in condizioni rigorosamente definite, dopo essere stato informato, curato, accompagnato e ascoltato, arriva a una scelta diversa dalla nostra. Perché una società veramente umana non è quella che pretende di avere una risposta unica davanti al dolore, ma è quella che davanti al dolore non abbandona nessuno.
Io voterò a favore di questa legge con questa convinzione, con rispetto per chi la pensa diversamente, con la consapevolezza della delicatezza della scelta, ma anche con la convinzione che il compito della politica, quando incontra la sofferenza più estrema, non sia voltarsi dall’altra parte ma sia esserci fino alla fine. Grazie.
Speaker : PRESIDENTE
Grazie, Presidente Stefani.
Speaker : Alberto STEFANI (Presidente della Giunta – Lega-Liga Veneta)
Grazie. Grazie, colleghi.
Normalmente io mi tengo ben lontano da chi pensa che la vita sia un bene facilmente negoziabile e anche da chi pensa di poter piegare il Diritto alle esigenze delle tifoserie. Lo farò anche questa volta perché chi oggi dice che noi stiamo discutendo una legge che introduce il suicidio medicalmente assistito dice una cosa giuridicamente falsa. In Veneto - do una notizia, ma notizia che sapete già benissimo - ci sono già stati tre casi di accesso al suicidio medicalmente assistito che hanno avuto esito positivo e ora qualcuno mi dovrebbe spiegare come possiamo dire che questa legge introduce il suicidio medicalmente assistito se ci sono già stati tre casi di suicidio medicalmente assistito.
Certo, ci sono stati tre casi. Io voglio partire da questi tre casi, voglio pensare che questi tre casi magari non hanno avuto una procedura così adeguata come potremmo costruirla con una proposta di legge. Non possiamo pensare che questi tre casi stiano sotto al tappeto come la polvere. Dobbiamo pensare che questi tre casi abbiano bisogno di una procedura e credo che quest’Aula abbia tutta la competenza necessaria per poter esprimere anche una visione diversa, magari, di quella determinata procedura o di come si può comporre una Commissione. E credo che questo sia nella legittima possibilità di quest’Aula consiliare.
Alla luce di tutto questo ho voluto presentare degli emendamenti, ci ho lavorato in questi giorni, che stabiliscono dei messaggi chiari, dei passaggi e delle scelte che voglio condividere con voi.
Il primo: il fatto che questa legge resta all’interno del perimetro della sentenza della Corte costituzionale. Ieri abbiamo letto con grande attenzione il comunicato dell’associazione Bioetica Gremio, che ha stabilito nella parte finale la necessità che qualsiasi legge di carattere regionale debba rimanere all’interno del perimetro della sentenza. Questi emendamenti servono proprio a questo: servono a ricondurre la legge regionale all’interno dei perimetri che sono... del perimetro che è prescritto dalla Corte costituzionale. Ricordiamo che c’è stata una sentenza - che io voglio leggere - che stabilisce questo: lascia intatto il diritto della persona in relazione alla quale siano state positivamente verificate le condizioni per l’accesso al suicidio medicalmente assistito, di ottenere dalle aziende del servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura, come del resto affermato anche nella sentenza n. 132 del 2025 che riveste da questo punto di vista portata autoapplicativa.
Questo significa che noi oggi non possiamo costruire il suicidio medicalmente assistito, perché questo è delineato da una sentenza con portata autoapplicativa.
Oltre a questo, un altro emendamento riguarda le cure palliative: la necessità di informare adeguatamente in merito alla possibilità di accedere alle cure palliative e, non solo, il fatto che la Commissione multidisciplinare permanente, prima di verificare i requisiti di accesso al suicidio medicalmente assistito, valuti se formalmente questa procedura è avvenuta, cioè se al soggetto è stata preventivata la possibilità di accedere alle cure palliative.
Inoltre, un altro passaggio all’interno di questo testo dice che le cure palliative, qualora siano state scelte a seguito dell’adeguata informazione, devono essere permesse con criterio di priorità assoluta.
È stato richiamato, grazie agli emendamenti, il principio dell’autosomministrazione. Ricordiamo che la sentenza della Corte Costituzionale stabilisce questo principio. Non è ammessa l’etero-somministrazione, non è ammessa la possibilità - leggevo anche su alcune dichiarazioni - che il servizio sanitario possa erogare direttamente il trattamento al soggetto che ne fa richiesta. È ammessa soltanto l’auto somministrazione e questo viene confermato dagli emendamenti.
D’altra parte non si può neanche decidere diversamente da quanto ha stabilito la sentenza.
Poi il tema della Commissione. Questi tre soggetti, che hanno già avuto esito positivo per la loro richiesta di suicidio medicalmente assistito, sono stati valutati da delle Commissioni. Solo che, invece di essere ucciso da un Consiglio regionale, invece di essere decise da un organo legislativo, sono state decise e composte dalle relative ULSS. Quindi non è che prima questa tematica non esistesse. No, perché qualcuno vuole far credere che prima questa tematica non esistesse. Io credo che una persona sincera nei confronti dei cittadini debba dire che casi di suicidio medicalmente assistito in Veneto si sono già verificati.
Allora noi dobbiamo fare una scelta e decidere sotto questo punto di vista cosa vogliamo fare.
Un altro emendamento è relativo al Comitato bioetico regionale. L’attivazione di un Comitato bioetico capace di poter offrire linee guida ai Comitati bioetici di pratica clinica, necessario anche per garantire una forte attenzione alla bioetica che, dal mio punto di vista risulta fondamentale per tutta questa procedura.
E poi il tema del medico agente, che è un medico che agisce su base volontaria. Questo stabilisce la Corte costituzionale. Non abbiamo possibilità di decidere diversamente. Il medico agisce su base puramente volontaria. Oggi tutto questo non c’è, oggi si decide sui casi, anche sui tre casi che hanno già avuto esito favorevole senza determinate tutele o determinate garanzie.
Allora, alla luce di tutto questo e alla luce di un dibattito che, dal mio punto di vista, è degenerato tra chi pensa che si possa effettuare il fine vita senza alcun tipo di requisito o chi pensa che oggi andiamo a determinare altri requisiti rispetto al suicidio medicalmente assistito, io non apparterrò mai a chi pensa che il diritto alla vita si possa decidere nel giro di 20 giorni o che possa essere un diritto facilmente negoziabile. Io non apparterrò mai, però, neanche a chi pensa di poter piegare il Diritto alle esigenze di un comunicato stampa. Io questo non credo sia corretto e non credo che facciamo un buon servizio nei confronti dei cittadini. Io credo che un Presidente abbia una responsabilità, in particolare abbia una responsabilità se è Presidente di una Regione: potenziare le cure palliative, potenziare le alleanze terapeutiche, prendersi cura dei propri cittadini a partire dai più fragili, a partire da chi è più in difficoltà e io credo che questa responsabilità un Presidente se la debba assumere ed è proprio per questo che io, nelle prossime ore, firmerò una proposta di legge per il potenziamento delle cure palliative nel nostro territorio.
Tutto questo, però, è assolutamente subordinato al fatto che un Presidente ai propri cittadini debba dire la verità e il Diritto, così come la vita, non è negoziabile. Grazie.
Speaker : PRESIDENTE
Bene. Grazie, Presidente Stefani.
Direi che, secondo le intese dell’organizzazione, sospendiamo fino alle 14.30, per poi riprendere fino alle 18.30.
Scusate un attimo, restate seduti, per favore.
Consigliere Manildo, prego.
Speaker : Giovanni MANILDO (Partito Democratico)
Volevo chiedere se in questa sospensione potessimo avere anche la possibilità di vedere gli emendamenti, così potremmo utilizzare il tempo eventualmente anche per i subemendamenti. Faremo una sospensione dopo? Quindi faremo due sospensioni, basta.
Speaker : PRESIDENTE
Perfetto.
Dalle 14.30 fino alle 18.30 sono altre quattro ore.
Grazie.
Buongiorno. Se volete far partire l’annuncio per i Consiglieri. Grazie. Iniziamo? Cosa dite?
Se volete iniziamo, sennò… Siamo in discussione, non dobbiamo votare.
Per favore, volete prendere posto? Consiglieri?
C’è il numero legale. Prego. Consigliere Rocco, prego.
Speaker : Nicolò Maria ROCCO (Riformisti Veneti In Azione – Uniti Per Manildo Presidente)
Grazie, Presidente. Riprendiamo questo dibattito dopo la pausa.
Penso che oggi siamo chiamati a un ruolo gravoso e al tempo stesso significativo. Penso innanzitutto che la premessa su cui impostare questo dibattito sia quella del rispetto, perché ciascuno di noi ha legittimamente delle posizioni, quindi io premetto che voglio rispettare le posizioni di tutti i colleghi, rispettare le posizioni di chi magari per sua formazione voterà a favore di questa legge, di chi per formazione magari sarebbe portato ad avere dei dubbi ma sceglierà di votare, rispetto anche, magari, per i Consiglieri che forse, in libertà di coscienza voterebbero a favore, ma che scelgono di rispondere a una visione partitica.
Io comunque rispetto le posizioni di tutti i Consiglieri, quindi penso che il rispetto sia il fondamento su cui impostare questo dibattito. Ci sono però tre piani che vanno sottolineati: un piano giuridico, un piano etico e di princìpi e un piano legislativo. Parto dal piano giuridico. Piano giuridico perché noi non stiamo votando per ideologia, ma stiamo sostanzialmente votando sulla base di un vuoto. Questo vuoto si è formato con la sentenza del 2019, sentenza che anche il presidente Zaia ha citato, che sostanzialmente già consente il suicidio medicalmente assistito, fissa dei princìpi che devono essere rispettati per consentire tale diritto e chiede al Parlamento di legiferare.
Stiamo parlando del 2019. Il Parlamento ha avuto nove anni per cercare di rispondere a questo richiamo della Corte costituzionale e ha deciso di mettere la testa sotto la sabbia. Allora alcune Regioni, in maniera autonoma, proprio per rispondere a quelle che sono delle previsioni scritte nero su bianco da parte della Corte costituzionale, con la sentenza n. 249 del 2019 e hanno provato a rispondere e hanno scritto le loro leggi. È importante citare allora una seconda sentenza, la sentenza n. 204 del 2025. Perché è importante citare questa sentenza? Perché legittimamente alcuni Consiglieri hanno avanzato il dubbio sulla legittimità che sia il Consiglio regionale a legiferare su questo tema.
La sentenza del 2025, ovviamente, rispondendo a un’impugnazione del Governo, ha detto che è giusto che le Regioni intervengano. La sentenza del 2025 ha detto che siccome stiamo parlando di tutela della salute, questa è materia concorrente, quindi è giusto che le Regioni intervengano, e non solo, ma che le Regioni, in assenza di princìpi fissati con legge statale, possano attingere ai princìpi dell’ordinamento sulla base dell’ordinamento stesso, quindi anche sulla base di sentenze.
Quindi, è legittimo che il Consiglio regionale del Veneto si doti di una legge per garantire il suicidio medicalmente assistito. La Corte costituzionale nel 2025 ci ha detto di sì, e questa è una parte del ragionamento. Quindi noi stiamo facendo una legge che risponde pienamente a un dettato previsto dalla Corte costituzionale.
Al tempo stesso, però, è giusto riconoscerlo, la sentenza del 2025 ha fissato alcuni paletti. Motivo per il quale è necessario che questo Consiglio regionale faccia un lavoro di emendamento, è necessario che ciascuno provi a portare il proprio contributo, la propria sensibilità, per cercare di fare in modo che la legge risponda pienamente ai princìpi previsti dalla Corte costituzionale. E quali sono questi princìpi? Per esempio, ci ha detto che non possiamo cristallizzare le fonti, quindi che non possiamo richiamare i requisiti previsti dalla sentenza del 2019, proprio perché non possiamo fare una novazione, cioè, cosa che è importante che i cittadini capiscano. Noi non stiamo istituendo un diritto, noi stiamo riconoscendo l’attuazione di un diritto che un ordinamento sovraordinato ha già previsto. Questo secondo me è importante, cioè, non siamo noi che stiamo fondando un diritto, ma noi stiamo riconoscendo questo diritto sulla base di una sentenza. Poi la Corte costituzionale è entrata in maniera chirurgica anche sul tema dei tempi, chiedendo che non vengano previsti dei tempi fissati per legge, ma che si introduca il principio della ragionevolezza.
Io penso che sia giusto. È giusto che non ci sia un scadenziario meramente burocratico di fronte a una richiesta che tocca la vita e la morte delle persone e che quindi deve essere affidata a una commissione multidisciplinare, che valuta e che, se necessario, si prende anche del tempo in più.
E qui esaurisco il ragionamento sul tema meramente giuridico. C’è un aspetto giuridico che riconosce la facoltà alla Regione Veneto di legiferare all’interno di alcuni paletti.
C’è un secondo piano importantissimo che è quello dei principi per il quale io rispetto profondamente chi deciderà di votare contro a questa legge, ma voglio spiegare perché io invece voterò a favore. Perché penso di riconoscermi in culture politiche che riconoscono la centralità della persona. Non è soltanto la componente liberale quella che riconosce la centralità e l’esercizio di un diritto, ma è anche, per dirlo, la componente cattolica. Stiamo parlando di filosofia, ognuno giustamente, fa quello che ritiene. E perché dico questo? Perché il fatto che non sia lo Stato affondare i diritti, ma semmai lo Stato a riconoscere dei diritti, affonda le sue radici in tradizioni che rifuggono e rifiutano il principio dello Stato totalitario. Non è lo Stato che ha diritto di vita o di morte sulla vita dei cittadini. I diritti nascono ben prima che nasca allo Stato. E questo perché devo credere che non esiste un Ordinamento che se cambiasse orientamento possa reprimere i miei diritti. Io ho dei diritti in quanto persona, in quanto sono una persona che nasce e questi diritti non possono essere preclusi sulla base di un Ordinamento che cambia.
Noi abbiamo Costituzioni di altri Paesi che dicono che la Repubblica è fonte dei diritti. No, invece noi riteniamo che la Repubblica riconosca e lavori per fare in modo che questi diritti vengano rispettati. Quindi i diritti non nascono sulla base delle nostre posizioni. E questo per me è un aspetto molto importante, che tiene insieme due filosofie che non sono in contrapposizione: la filosofia cosiddetta liberale, delle libertà, con la filosofia politica di chi chiede di tutelare la sofferenza, di chi chiede di tutelare e sono due filosofie che convergono non che confliggono in questa proposta di legge.
E, per esempio, il fatto di chiedere e di richiamare al tema delle cure palliative è fondamentale. È fondamentale che ci sia stato un dibattito per rafforzare il tema delle cure palliative perché dice la Corte costituzionale - e possiamo interpretare noi - non deve esserci il pensiero che una persona acceda - e questo è un suo diritto, certo, ma lo Stato tutela la vita - non deve esserci il pensiero che una persona chieda di accedere al suicidio medicalmente assistito perché si sente abbandonata, perché non si sente pienamente accolta.
E quindi è necessario che lo Stato lavori anche con le Commissioni, lavori anche col potenziamento delle cure palliative, per fare in modo che questa richiesta del suicidio medicalmente assistito non arrivi in una condizione di fragilità, non arrivi in una condizione di pregiudiziale psicologica.
Questi due principi stanno pienamente assieme: il principio di autodeterminazione, che è proprio degli Ordinamenti e delle filosofie politiche liberali, con i principi invece cristiani, i principi cattolici, i principi di fede che chiedono che anche le persone fragili siano tutelate. E questo incontro tra filosofie e politiche, tra culture politiche, trova pienamente realizzazione nel percorso che noi stiamo mettendo in atto.
E arrivo a un terzo aspetto, che quello legislativo, quindi a un principio, quello giuridico, che dice che questa Regione ha pienamente facoltà di intervenire. Un principio, quello cosiddetto filosofico, sulla base del quale io rispetto chi voterà contro, ma voterò a favore. E un principio, infine, che è il principio giuridico e legislativo che fa in modo che quest’Aula abbia centralità.
In questi mesi sono stati presentati vari emendamenti. C’è stato un lavoro bipartisan fatto da tanti Consiglieri, fatto da tante persone che sono anche al di fuori di quest’Aula. Poi, quando li vedremo, io desiderò ringraziare i Consiglieri che hanno che hanno lavorato, ma è importante riconoscere, come ha detto la consigliera Ostanel, che questa non è una legge di una persona, ma è una legge che nasce da un’iniziativa popolare e che si è arricchita con il contributo di tanti Consiglieri.
Allora questi emendamenti sono emendamenti che sono fondamentali per andare ad approvare una nuova legge. Gli emendamenti che prevede una Commissione multidisciplinare. Il fatto che ciascuno di noi abbia lavorato per cercare di capire chi debba far parte di questa Commissione (il palliativista. Il bioeticista, lo psicologo, lo psichiatra). Ciascuno di noi ha fatto dei ragionamenti per cercare di fare quello che è previsto dalla Corte costituzionale, cioè chiedere alle Regioni di dare attuazione, perché poi, come è stato ricordato giustamente, un cittadino in una condizione di fragilità che chiede di poter ricorrere al suicidio medicalmente assistito poi si reca da un’ULSS, poi si reca da un Direttore generale e quindi piuttosto che ci sia un diritto esercitato a macchia di leopardo, la Regione, per quella che è la propria possibilità, cerca di dare una legittimazione a queste Commissioni.
C’è quindi la previsione delle cure palliative, molto importante, come abbiamo sottolineato, c’è il lavoro per fare in modo che questa Commissione legiferi, c’è la possibilità che non verrà scritta come obiezione di coscienza, ma la possibilità che chi, come personale sanitario, non ritenga di sentirsela nella possibilità di lavorare all’interno del percorso che porta al suicidio medicalmente assistito possa non parteciparvi. Non si chiamerà obiezione di coscienza, perché è un istituto giuridico particolare, ma è stato giusto e credo che sia giusto, con gli emendamenti, lavorare anche per dire che il personale che non se la sente può non partecipare, ma al tempo stesso, che le ULSS devono garantire che questo diritto venga esercitato.
E spero che il dibattito si sviluppi all’interno di questi paletti che sono quelli del rispetto, della verità. È importante anche che non vengano raccontate cose distorsive ai cittadini. Nessuno qui sta affondando o sta pensando di introdurre un diritto che è un diritto che è già riconosciuto dal 2019. Noi stiamo semplicemente lavorando per fare in modo che questo diritto non venga irrigidito e non si debba andare in sede giudiziale per vedere riconosciuto questo diritto.
Con grande rispetto per ciascuna posizione in campo, io voterò a favore di questa legge. Lo faccio riconoscendo il principio della laicità, che non significa togliere i principi morali o di fede che ciascuno di noi ha, ma proprio riconoscere che non debba prevalere un concetto morale sul tema di sofferenza, proprio riconoscendo il fatto che magari ci saranno persone che, di fronte a questa legge la possibilità di fare questa legge, sceglieranno comunque di morire senza ricorrere al suicidio medicalmente assistito. Ma ci saranno persone invece che sceglieranno questa via e meritano il massimo rispetto da parte di un’Aula.
Speaker : PRESIDENTE
Grazie, consigliere Rocco.
Adesso volevo dirvi che c’è stato un piccolo errore da parte del vostro collega, il consigliere Lovat, e quindi darei la parola al consigliere Lovat che si è auto... va beh, facciamo subito, Baldan, può andare bene o vuoi parlare subito? Grazie. Baldan Matteo, prego.
Scusa, Baldan. Pensavo volesse far subito. Prego.
Speaker : Matteo BALDAN (Fratelli d’Italia – Giorgia Meloni)
È lo stesso, Presidente. Grazie.
Grazie anche ai colleghi Consiglieri che sono intervenuti anticipandomi. Avrei voluto prendere la parola all’inizio di questa discussione, però è stato molto interessante anche e ho ascoltato attentamente ogni singola parola profusa dal Presidente del Consiglio, dal Presidente Stefani e dai colleghi.
Intervengo per esprimere con assoluta fermezza, chiarezza e profondo senso di responsabilità istituzionale ed etica la posizione del Gruppo di Fratelli d’Italia nei confronti del progetto di legge n. 1. Lo faccio perché abbiamo sempre difeso i principi sui quali si fonda anche il nostro Statuto.
Lo faccio perché i Consiglieri di Fratelli d’Italia si presentano oggi in quest’Aula compatti e perfettamente coerenti con la storia, la cultura politica e la missione identitaria del nostro partito, la difesa sacra, indisponibile e incondizionata della vita umana, dal suo insorgere fino al suo naturale compimento.
Sgombro subito il campo da dietrologie, quindi nessuna fazione, nessuna pressione, nessuna ipocrisia, ma posizioni, pensieri e valori: il rispetto è per tutti, per chi siede in quest’Aula, ma soprattutto per chi fuori ha condotto la sua battaglia per ciò che ritiene un diritto indispensabile. Però attenzione anche che chi ha competenze giuridiche, o etiche, che è stato citato in più occasioni all’interno di quest’Aula ha comunque un approccio misto sull’argomento che stiamo trattando oggi.
La discussione di oggi investe una materia che riguarda direttamente il diritto alla vita, l’autodeterminazione della persona e i confini della tutela assicurata dall’ordinamento che noi tutti rappresentiamo. Una materia di tale portata non può e non deve essere affrontata attraverso discipline differenti da Regione a Regione. Sebbene la giurisprudenza della Corte costituzionale abbia riconosciuto alle Regioni circoscritti spazi organizzativi legati alla tutela della salute, la Consulta ha tracciato confini invalicabili. Alle Regioni non spetta definire autonomamente i requisiti sostanziali di accesso e incidere sui diritti coinvolti, né determinare i livelli essenziali delle prestazioni LEA.
Distinguere l’organizzazione sanitaria regionale dalla disciplina sostanziale di una materia così delicata non è una mera pignoleria procedurale, ma una garanzia di civiltà giuridica. Il nostro pensiero non nasce soltanto dalla questione di attribuzioni istituzionali, ma da una profonda riflessione di principio: rispettiamo la sofferenza e la libertà di ogni persona di fronte ad angosce e dolori estremi. Proprio per questo, tuttavia, le Istituzioni hanno il preciso dovere di affiancare alla libertà individuale il valore della comunità e la tutela dei soggetti più deboli e vulnerabili.
Non dobbiamo cedere a quella cultura dello scarto che rischia di insinuarsi non tanto nelle scelte del singolo che soffre, quanto nella convinzione che una persona fragile possa arrivare a maturare di non essere più utile, o di essere diventato un peso per la collettività.
Una società autenticamente solidale deve rispondere potenziando concretamente l’accesso alle cure palliative, alla terapia del dolore e all’assistenza domiciliare per le famiglie, garantendo che nessuno sia spinto verso una scelta irreversibile per paura della solitudine, o la mancanza di alternative sanitarie reali.
È a questo punto che si impone una riflessione politica aperta, diretta e indirizzata in particolar modo ai vertici della Regione e ai colleghi di maggioranza: non possiamo non evidenziare, ad esempio, l’iter attraverso il quale si è arrivati a riproporre, a calendarizzare l’esame di questo progetto di legge in quest’Aula.
Nel 2022 si manifestava chiaramente la propria contrarietà e perplessità nei confronti di interventi regionali in materia di fine vita, ribadendo la centralità della competenza statale e la tutela dei valori della vita e della famiglia. Ma vi è un dato ancora più emblematico. Come ho seguito, e come abbiamo seguito gli interventi finora, seguiremo gli interventi che ovviamente si susseguiranno in quest’Aula e vedremo come arriveremo al voto finale.
Oggi come allora, con la forza delle nostre idee, dimostriamo che per Fratelli d’Italia la coerenza politica e l’integrità dei valori non sono mai negoziabili, e non lo facciamo per essere controcorrente, ma sentiamo il dovere di continuare a lottare per quelle idee. Non lo facciamo per piaggeria e non lo facciamo nemmeno per autoincensamento. Lo facciamo con profondo rispetto delle idee di tutti coloro che siedono qui dentro, e al di fuori di quest’Aula.
Solo per citare voci che nei secoli scorsi hanno delineato l’approccio alla democrazia, ricordo che io posso non essere d’accordo con quello che dici, ma difenderò sempre il tuo diritto a dirlo. La risposta delle Istituzioni non può limitarsi alla verifica formale di condizioni burocratiche per l’erogazione di un farmaco e deve invece garantire l’accompagnamento, l’ascolto e la certezza della cura. La nostra posizione rimane saldamente dalla parte della vita, della dignità umana e di ciò che noi abbiamo sempre difeso. Grazie.
Speaker : PRESIDENTE
Grazie, consigliere Baldan.
Consigliere Lovat, prego.
Speaker : Davide LOVAT (Szumski – Resistere Veneto)
Grazie, signor Presidente, colleghe e colleghi Consiglieri.
Oggi non stiamo discutendo una legge sanitaria, stiamo discutendo se il Veneto debba diventare la Regione che trasforma in procedura amministrativa ciò che il nostro Ordinamento ha sempre considerato un fatto eccezionale e gravissimo: il concorso nel suicidio di una persona. E mi colpisce che questa proposta venga presentata come un progresso civile.
Io credo invece che rappresenti un arretramento culturale perché una civiltà progredisce quando rafforza la tutela della persona, non quando organizza le condizioni perché qualcuno possa essere aiutato a togliersi la vita.
Non dobbiamo avere paura delle parole. Qui non stiamo parlando genericamente di fine vita, qui stiamo parlando di suicidio e stiamo discutendo se le Istituzioni pubbliche debbano diventare parte del percorso che conduce una persona a togliersi la vita. Questo è il punto. Tutto il resto viene dopo.
Vorrei anche sgomberare il campo da un equivoco che puntualmente accompagna questo dibattito. Essere contrari a questa proposta non significa essere indifferenti alla sofferenza. Al contrario, significa prendere la sofferenza così sul serio da rifiutare l’idea che la risposta dello Stato possa essere quella di cooperare all’atto suicidario. La compassione non consiste nell’abbandonare una persona alla disperazione, la compassione consiste nel restarle accanto. La medicina nasce per curare, la politica nasce per proteggere, le Istituzioni nascono per sostenere.
Se una persona arriva a desiderare la morte, il primo interrogativo che una comunità dovrebbe porsi non è come rendere possibile quel gesto, ma perché quella persona sia arrivata a considerarlo l’unica via d’uscita. Ed è qui che, a mio avviso, emerge il vero significato culturale di questa proposta. Ci viene detto che tutto ruota attorno all’autodeterminazione, che la libertà individuale costituisce il criterio decisivo, ma una società non può fondarsi esclusivamente sulla volontà individuale, altrimenti ogni desiderio diventa automaticamente un diritto e ogni limite viene percepito come un’ingiustizia. È esattamente questa la grande rivoluzione antropologica che una certa cultura radicale porta avanti da decenni: l’idea che l’uomo sia il sovrano assoluto di se stesso, che non esiste alcun ordine della realtà da riconoscere, ma soltanto una volontà da affermare, la volontà di potenza, che la libertà coincida con il potere di decidere tutto, persino il momento e il modo della propria morte.
Io non condivido questa concezione e lo dico. E non la condivido non solo per ragioni etiche, ma perché la considero profondamente disumana: l’uomo non è un individuo isolato, nessuno di noi si è dato la vita da solo, nessuno cresce da solo, nessuno affronta la malattia da solo, nessuno dovrebbe venir lasciato mai morire da solo. La nostra esistenza è fatta di relazioni, siamo persone, di dipendenze reciproche, di responsabilità condivise. Per questo trovo singolare che si invoca continuamente la libertà, ma si dimentichi il vero significato di solidarietà, si esalti l’autonomia ma si perda di vista il senso di comunità, si rivendichi il diritto a morire mentre si investe sempre meno, purtroppo, sul dovere collettivo di accompagnare chi soffre. Ed è questo il punto sul quale la politica dovrebbe interrogarsi, perché ogni legge educa, ogni legge trasmette un messaggio, ogni legge dice ai cittadini che cosa una comunità considera giusto.
Se oggi una Regione organizza il concorso del suicidio come prestazione disciplinata quale messaggio arriverà domani alle persone più fragili, agli anziani soli, ai malati cronici, ai disabili, a chi vive già il dramma di sentirsi un peso? Siamo davvero sicuri che la libertà aumenti quando una persona percepisce che la società considera ragionevole la propria rinuncia alla vita? Io temo esattamente il contrario, temo una cultura nella quale il valore della persona venga misurato sempre più in base all’autonomia, all’efficienza, alla prestazionalità e alla capacità di non dipendere dagli altri.
È questa la vera deriva, non una dittatura imposta con la forza, ma una trasformazione silenziosa del modo in cui guardiamo l’uomo. Una trasformazione nella quale la fragilità non viene più accolta come parte della condizione umana, ma viene vissuta come una situazione da superare. Questa è la logica che contesto ed è una logica che non nasce oggi, è il frutto di un lungo percorso culturale che ha progressivamente sostituito il bene con il desiderio, il limite con la volontà, la responsabilità con l’autodeterminazione assoluta.
È una visione legittima nel dibattito delle idee, certamente, ma non può pretendere di essere presentata come l’unica concezione possibile della libertà e, soprattutto, non può chiedere alle Istituzioni di trasformarla in un modello normativo, perché il compito delle Istituzioni non è certificare ogni scelta individuale, ma è quello di custodire il bene comune: etica della polis, politica. Ed il bene comune comincia dalla tutela della vita di tutti, soprattutto di chi è più fragile.
Mi permetto poi una considerazione di carattere istituzionale. Da tempo assistiamo al tentativo di utilizzare le Regioni per ottenere, per via amministrativa e legislativa, ciò che non è stato deciso dal Parlamento, unico organo competente in materia legislativa. È una strategia politica legittima, ma resta una strategia politica. E credo che dovremmo avere l’onestà di dirlo apertis verbis. Non siamo davanti a un semplice provvedimento tecnico, siamo davanti a un passaggio di una battaglia culturale che mira a cambiare il significato stesso del rapporto tra lo Stato e la vita umana. Per questo ritengo che il Veneto debba scegliere un’altra strada, una strada fatta di cure palliative realmente accessibili, di sostegno alle famiglie (che non succeda che poi si ammazzano e si suicidano come è successo l’altro giorno in quella povera e disperata famiglia in Centro Italia), di medicina territoriale, di assistenza domiciliare di accompagnamento di prossimità, perché il compito della politica non è rendere più semplice la morte, ma è rendere più umana la vita, soprattutto quando è più difficile.
Presidente, starei per concludere, ma poi c’è una coda. Le grandi civiltà non si riconoscono dalla loro capacità di soddisfare ogni richiesta individuale, si riconoscono dalla capacità di custodire ciò che ritengono indisponibile. Io continuo a credere che la vita umana sia uno di questi beni indisponibili. Per questo voterò convintamente contro questa proposta, non contro qualcuno, sia chiaro, ma a favore di un’idea di civiltà nella quale la risposta alla disperazione non è la collaborazione al suicidio, bensì una comunità che non abbandona mai chi soffre.
Qui sarebbe finito il mio intervento se non fosse intervenuta una novità interessante che si è riverberata nell’Aula anche oggi: la lettera pubblica che il nostro Presidente del Consiglio ha diramato attraverso tutti i giornali, nella quale sono stati espressi dei concetti chiave che oggi, tra l’altro, nel suo intervento, ha perfettamente e coerentemente ribadito. Uno, ha parlato della sentenza della Corte costituzionale che, come ha precisato egli prima e come ha ribadito molto bene anche il collega Morosin, non determina il diritto al suicidio in Italia, ma delimita un perimetro ristretto all’interno del quale cessa la punibilità del concorso in suicidio. Per quei casi specificati dalla sentenza non c’è più punibilità. Perfetto, quello che avete detto.
Altra cosa: il passaggio della lettera del Presidente sulla quale oggi ha fatto una sottolineatura che io faccio mia: qualunque cosa accada in quest’Aula, che si voti a favore o che si voti contro, da domani, o da dopodomani, non ci sarà il suicidio assistito in Veneto. Chi dice questo, e cito il presidente Zaia, dice una pagliacciata. Però fuori sono convinti di sì: la narrazione dei mass media, la tensione sociale che si è creata, l’attenzione sull’Aula in Veneto è causata dal fatto che si crede che dal voto di oggi ci sia un passaggio avanti perché venga istituito il suicidio assistito. Ma non è vero, e lo sappiamo che non è vero. E allora cosa stiamo facendo qui? Non certo una pagliacciata, ci mancherebbe.
Però, a questo punto, siccome non siamo qualunquisti, buttiamo giù le carte. Qui è molto chiaro il fatto che è in corso una partita politica. È per questo che io, i miei interventi, dopo aver letto la lettera del presidente Zaia, li ho stracciati, e ho tenuto solo quello di apertura. Mi sono fatto degli schemi per degli interventi successivi, di tenore completamente diverso, perché andare sul tecnico non ha più senso.
Qui la partita è politica e siamo chiaramente schierati. C’è chi, coerentemente come il PD, sostiene una posizione; c’è chi coerentemente, come Fratelli d’Italia, ne sostiene un’altra; ci sono i Gruppi vicini, tali che chi è graniticamente assieme, perché c’è un pensiero chiaro da una parte, e chi invece un po’ si sparpaglia, perché c’è un momento di crisi dall’altra parte; e poi c’è la Lega, che sta vivendo un momento difficile. Poi ci sono Alleanza Verdi e Sinistra che propongono una visione del mondo chiara, da questo punto di vista, un approccio, su questo tema, ateo, progressista, radicale, perfettamente ammesso; e Resistere Veneto, forza di pari peso, che esprime una posizione, invece, cristiana, tradizionale, identitaria veneta, e si rivolge all’ago della bilancia, che è la Lega. Cosa fa la Lega? Gli elettori fuori vogliono sapere cosa si decide sul fine vita, non sanno che è una pagliacciata. La Lega vota come Alleanza Verdi e Sinistra, o vota con Resistere Veneto? Chi dice “viva San Marco”, cosa fa? Certo, assolutamente, però voglio vederlo il candidato Sindaco di Padova, la Città del Santo, che si presenta ai cattolici padovani con a curriculum un voto sul fine vita appena approvato. Diventa interessante.
Per cui la partita diventa questa, molto semplicemente. La partita diventa questa, molto semplicemente. E gli elettori sono curiosi di vedere se il pensiero espresso da Bonaccini, che bisogna leggere cosa ha detto Bonaccini altrimenti si equivoca, corrisponde in parte alla realtà, e cioè che c’è una parte politica che è rappresentanza di una parte di popolazione povera, ignorante e provinciale. Sono curioso di vedere se riescono a mettervi nel sacco, se Bonaccini potrà dire: “Vedete che avevo ragione”, perché senza i vostri voti questa cosa che diventa puramente ideologica e non più tecnica e specifica voglio vedere come si va a verificare.
I miei interventi successivi gireranno solo attorno agli aspetti di carattere politico perché qui di tecnico, lo abbiamo capito, non c’è niente. Grazie.
Speaker : PRESIDENTE
Grazie a lei, consigliere Lovat.
Vi informo che sono stati messi agli atti tutti gli emendamenti, sono 10 emendamenti presentati dalla Giunta, e quindi avete un’ora di tempo per i subemendamenti, come chiedeva prima il consigliere Manildo. Intanto andiamo avanti. Abbiamo un’ora di tempo. Non è che possiamo sospendere. Guardateli intanto, Consiglieri. Farei così: intanto li leggete. Se poi avete necessità di fare... Intanto leggeteli, dopodiché sentiamo altri due o tre interventi, casomai, quando saremo più stanchi, sospenderemo un pochettino. Grazie.
Prego, consigliera Luisetto. Silenzio, per favore. Lovat!
Speaker : Chiara LUISETTO (Partito Democratico)
Grazie, Presidente.
Credo che su un tema come questo sia utile per tutti noi usare parole misurate, diverse da quelle che sono risuonate in questi giorni. Possiamo anche iniziare a dirci che non siamo qui a discutere di una battaglia tra chi è a favore della vita o, come ho sentito prima, tra chi la difende e chi è contro la vita come in più occasioni, anche in questi giorni, abbiamo letto o sentito dichiarare.
Stiamo parlando di persone, persone gravemente malate e delle loro famiglie, di chi le cure e di chi sta loro accanto, persone che vivono condizioni di sofferenza, sulle quali credo dovremmo avere tutti l’umiltà di non pronunciare giudizi facili. Ci sono sofferenze che possiamo descrivere, ma che fino in fondo conosce soltanto chi le attraversa e forse chi ogni giorno resta accanto a chi le attraversa.
Per questo vorrei provare anche io a contribuire a togliere da questa discussione almeno un equivoco. Si diceva poco fa che oggi non decidiamo se il suicidio medicalmente assistito in Italia debba essere possibile. Lo dico però con un esito del ragionamento diverso. Su questo la Corte costituzionale è intervenuta nel 2019, lo abbiamo detto stamattina, ha individuato un’area molto precisa nella quale l’aiuto al suicidio non è punibile e lo ribadiamo perché le 4 condizioni ci devono essere tutte e tutte contemporaneamente: quando la persona affetta da patologia irreversibile, vive sofferenze fisiche e psicologiche che reputa intollerabili, è tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale, è pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli. Sono condizioni rigorose, devono essere verificate dal servizio sanitario pubblico col parere del Comitato etico competente.
Questo quadro già esiste. E allora le domande che abbiamo davanti sono altre, molto più concrete e rispondono alla accusa, all’osservazione del collega Lovat, che dice: è solo una questione politica. Invece è una questione estremamente concreta, che affonda piedi e mani in ambito gestionale e organizzativo. Può un diritto – è la prima di queste domande – riconosciuto dall’ordinamento dipendere dall’ULSS alla quale appartiene una persona? Può dipendere dal fatto che una struttura sanitaria risponda rapidamente e un’altra dopo mesi? Può una persona, nelle condizioni indicate dalla Corte, trovare procedure, interlocutori e tempi differenti semplicemente perché abita in un territorio diverso da un altro?
Io credo di no e trovo significativo che a dirci quanto sia importante questo punto sia anche il lavoro della Consulta scientifica del Cortile dei Gentili sul suicidio medicalmente assistito: un documento che considero particolarmente prezioso proprio perché non nasce da persone che la pensano tutte allo stesso modo. Al suo interno ci sono sensibilità diverse, persone favorevoli e persone contrarie al suicidio assistito, visioni etiche differenti, eppure hanno cercato un terreno comune. Giuliano Amato, nell’introduzione, lo chiama con una parola antica e bellissima: pietas, pietà umana, solidarietà, capacità di non voltarsi dall’altra parte davanti alle sofferenze di un’altra persona. Quel documento arriva a un’affermazione che dovrebbe interrogarsi oggi: l’uguaglianza di trattamento dei pazienti richiede l’uniformità nelle procedure e nei tempi. È esattamente il punto di cui oggi discutiamo e che siamo chiamati a normare. Questa legge non dice a una persona “devi scegliere sulla tua vita e in merito alla tua morte”, non dice nemmeno che la richiesta che farà sarà necessariamente accolta. Dice una cosa molto più semplice: se presenti quella richiesta, il Servizio sanitario pubblico deve prenderti in carico, ti deve vedere, deve darti una risposta, ovunque tu viva, con le stesse garanzie, con procedure chiare e tempestività. E questa per me non è cultura della morte, è quanto di più lontano ci sia: è cultura della responsabilità delle Istituzioni, non è spinta dei cittadini verso una direzione, come ho sentito poco fa.
Dobbiamo anche iniziare a stimarli, questi cittadini veneti, avere considerazione, fiducia nel loro discernimento e giudizio sulla propria vita e sulle proprie sofferenze, e dell’onore che abbiamo di rappresentarli, sapere che quanto decidiamo è nella nostra responsabilità e si affida alle loro scelte autonome. È cultura della cura, persino nel momento più difficile e doloroso, una cura che non li abbandona neanche in questa fase, perché prendere in carico significa anche ascoltare, verificare con rigore, informare, offrire tutte le alternative possibili, garantire le cure palliative e la terapia del dolore, accertare che quella volontà sia davvero libera e consapevole, e permettere alla persona di cambiare idea, sempre.
Vorrei dirlo con altrettanta chiarezza a chi evocherà estremizzazioni e ideologie: non discutiamo né votiamo modifiche del perimetro stabilito dalla Corte costituzionale. Tempi certi non significano scorciatoie, significa che la burocrazia non può diventare la quinta condizione che la Corte non ha posto. Non lo dico io.
Il suicidio medicalmente assistito e l’eutanasia che, immagino, aleggerà negli interventi che seguiranno, non sono la stessa cosa, va detto con chiarezza. Lo distingue chiaramente anche il documento scientifico della Corte dei Gentili: nel suicidio medicalmente assistito l’atto finale resta nella disponibilità della persona, ed è proprio questa una delle ragioni per cui occorre evitare di sovrapporre fattispecie diverse per alimentare paure che non riguardano il provvedimento che stiamo votando.
Possiamo avere sensibilità etiche differenti, le rispetto profondamente, e rispetto chi, trovandosi nella medesima condizione, sceglierebbe di continuare fino all’ultimo istante possibile. Quella scelta deve essere sostenuta con tutta la forza del nostro Sistema sanitario e sociale. E rispetto chi nelle condizioni rigorosissime, stabilite dalla Corte, arriva invece a chiedere di porre fine a una sofferenza che considera non più tollerabile, una scelta non toglie dignità all’altra.
Non esistono vite meno degne perché segnate dalla malattia o della disabilità, e non esiste un modello di dignità che la politica possa imporre dall’alto a tutti. Esistono persone: penso a Stefano Gheller e alla sua battaglia. Oggi è stato citato più volte, qui c’è anche la sorella Cristina, avevamo visto anche altre persone come Ornella, che ringrazio per l’impegno che portano avanti con coraggio. Lungo il percorso ci sono stati nomi, volti, famiglie, ci sono state persone costrette a chiedere, aspettare, sollecitare, rivolgersi ai tribunali in giro per l’Italia, mentre il tempo della loro vita e della loro malattia continuava a scorrere.
E allora credo che dobbiamo rispetto. Non possiamo utilizzare quelle sofferenze per una battaglia di appartenenza e non possiamo nemmeno ignorarle. La Corte nel 2019 ha rivolto al Parlamento un auspicio molto netto perché intervenisse, lo diceva stamattina il Presidente, con una disciplina compiuta. Quell’intervento nazionale non è ancora arrivato dopo sette anni. Nel frattempo, le richieste sono arrivate, le persone non hanno aspettato i tempi della politica, la malattia non aspetta i tempi della politica e le strutture sanitarie hanno dovuto affrontare comunque queste situazioni.
Per questo oggi il punto è garantire che nessuno sia lasciato solo davanti alla propria richiesta e non esistano cittadini veneti di serie A e di serie B a seconda dell’ULSS di residenza.
Io vorrei che uscissimo da quest’Aula almeno uniti su una convinzione comune: prendersi cura non significa decidere al posto dell’altro, significa esserci, garantire cure palliative certamente realmente accessibili e assistenza domiciliare, sostegno psicologico, sostegno a famiglie e caregiver che è quello che andiamo dicendo da tempo. Ma vuol dire fare tutto ciò che è possibile perché nessuno chieda di morire perché si sente solo e abbandonato o perché non riceve le cure alle quali avrebbe diritto, ma significa anche non abbandonare una persona quando, nelle condizioni stabilite dalla Corte, formula liberamente e consapevolmente una richiesta che il nostro Ordinamento già riconosce: dobbiamo scegliere se, come Istituzioni, lasciare sola una persona davanti alle decisioni più difficile della sua vita, oppure considerare il prendersi cura, un esserci. E dobbiamo decidere se davanti a quella richiesta il luogo in cui vive, la ULSS alla quale appartiene o la diversa organizzazione degli uffici determinino o no diritti diversi.
Questo è il compito che vedo oggi davanti al Consiglio regionale. Non sostituirsi alle coscienze, non sostituirci alle nostre convinzioni personali e all’Ordinamento, ma far sì che esso trovi applicazione con uguaglianza. Non dividere il Veneto tra chi difende la vita e chi difende la libertà, ma fare quello che un’Istituzione deve fare quando incontra una persona fragile e un diritto già riconosciuto dall’Ordinamento: garantire regole, garanzie, tempestività in risposta e uguaglianza con rigore, con rispetto e soprattutto, io credo, con umanità.
Speaker : PRESIDENTE
Grazie, Consigliera.
Consigliere Valdegamberi, prego.
Speaker : Stefano VALDEGAMBERI (Gruppo Misto)
Ho dato un occhio alla normativa del Canada nel lontano 2016 e con sorpresa, leggendo anche alcuni atti e alcune relazioni relative a quel provvedimento che è stato preso da quel Parlamento che apriva il suicidio assistito nel Canada tra i primi Paesi dopo il Belgio, l’Olanda, qualche Cantone della Svizzera, ho trovato una perfetta corrispondenza a cui i discorsi che ho sentito oggi all’interno di quest’Aula. Era una novità. Si parlava anche allora di irreversibilità, di non curabilità, di sofferenza intollerante, fisica e psicologica, di richiesta volontaria, consenso, cure palliative, informato di fronte alle alternative. C’era la mediazione dei medici, dei Comitati etici, tutte cose che non ho sentito parlare che fanno parte di una sentenza che, guarda caso, nasce in Italia qualche anno dopo, e molto probabilmente ha attinto anche da quella precedente degli spunti per definire, attraverso una sentenza della Corte costituzionale, tra virgolette, quello che qualcuno definiva o definisce un vuoto normativo. Le cose erano molto... Se andate a vedere gli atti, se andate a sentire le discussioni in Aula, in quel Parlamento sembrava di sentire le discussioni che oggi sentiamo qui, come le ha enunciate bene Luca Zaia che ha detto che queste sono motivazioni, casi estremi, particolari, eccetera. E tutto partì allora.
Io voglio farvi una breve cronistoria di ciò che è successo in quel Paese, perché ciò che è successo in quel Paese poi normalmente, come in altri Paesi che hanno una storia molto simile, succede anche da noi. Una volta che noi ammettiamo il principio che c’è e il suicidio è un diritto, apriamo, stabiliamo un punto di riferimento che poi ha tutta una serie di conseguenze. Il suicidio per me non è un diritto, ma io ho sentito in quell’Aula il diritto al suicidio, il diritto di essere assistiti al suicidio, che non è un diritto come non lo è l’aborto, che per me è una soppressione. Che poi il Codice lo metta come diritto, va beh, però moralmente l’uccisione di una vita umana non è mai un diritto perché la vita umana ha un valore in sé assoluto. Ma al di là di queste disquisizioni, vi faccio un po’ di storia. Nel 2021 quella normativa approvata nel 2016 in Canada fu con un altro provvedimento legislativo, modificata: già il concetto di previsione di morte... non bastava essere malati con una previsione di morte ormai insomma irreversibile. È qualcosa che uno stato di malattia irreversibile, per cui anche a breve termine sarebbe avvenuta la morte, diventa cioè… Il concetto di morte irreversibile viene tolto, per cui non c’è necessità che ci sia un periodo prossimo alla morte, basta che ci siano le altre caratteristiche, la persona basta che sia gravemente malata.
Il periodo di attesa per la risposta, prima parlavamo di 20 giorni, mi pare, nelle varie ipotesi fatte, eccetera, che era di 10 giorni, viene tolto. Perché 20 giorni? Perché se c’è un diritto è subito, quindi, viene tolto, nessun periodo di attesa per la risposta… Praticamente, non c’è più neanche la correlazione tra lo stato di malattia, sofferenza intollerabile, fisica e psicologica, la richiesta volontaria, e la vicinanza al fatto della morte, non c’è più neanche quella correlazione.
Cosa succede nei numeri? Nel 2016, ovviamente, appena approvata la legge, erano 0,00, c’era qualche caso, eccetera, come abbiamo qui in Italia. Poi, nel 2019 siamo al 2% di decessi di persone che hanno deciso di ricorrere al suicidio assistito; nel 2022 arriviamo già intorno al 4%, c’è un effetto esponenziale di crescita; nel 2025 al 5%.
Oggi siamo intorno tra il 6 e il 7%, dati più recenti, in alcuni Stati del Canada la percentuale è ancora maggiore. Per dire che quando si apre una porta, si va ad annullare un principio, poi le conseguenze… Dice: ma se questo è un diritto, perché si ferma qui, perché non si ferma là? Sarà il diritto della persona a decidere quando morire, tant’è che in Olanda c’è un disegno di legge, per fortuna mai diventato legge, ma ci sono cose anche peggiori che hanno approvato in quel Paese: qualcuno ha presentato un progetto di legge che parlava di vita vissuta, per cui tu hai 75 anni, siccome hai vissuto abbastanza, non sei più utile, sei autorizzato, se tu sei d’accordo, a ricorrere al suicidio assistito, c’è un concetto di vita vissuta, perché tu hai completato il tuo ciclo di vita, sei libero quindi di decidere di farti da parte, perché diventi anche un costo, per la società.
Nel 2027 è intervenuto un altro caso, o meglio, un’altra norma di legge che estende ancor di più la maglia, apre ancor di più: estensione del suicidio assistito alle persone con malattie psichiatriche, malati mentali, chi è depresso può chiedere l’eutanasia. Se io sono depresso, che senso ha la vita, vedo tutto negativo, e io sono libero, cioè sono io il padrone della mia vita. Se decido che voglio vedere la luce e non vedo prospettive in questa mia via, la depressione diventa un motivo per ricorrere al suicidio assistito. Così abbiamo tante malattie, come casi di solitudine, malattie mentali, Parkinson, disabilità. Perché devo essere disabile e stare tutta la vita su una carrozzella? Che vita è, che senso ha? Allora chiedo anch’io di poter farla finita. E la maglia continua ad allagarsi, perché sul principio abbiamo aperto una volta. Chi mette il limite? Se io decido su me stesso il limite non c’è più, lo Stato mi accompagna.
Il suicidio c’è sempre stato. Quanta gente si suicida per disperazione, se guardiamo nelle famiglie ci sono tragedie ogni giorno. Un conto è che il suicidio venga deciso da una persona e lo Stato deve fare in modo di dare fiducia, rimuovere le cause del suicidio, rimuovere la sofferenza, rimuovere la malattia. Lo scopo dello Stato non è quello di essere complice del suicidio, ma di essere il soggetto che interviene per rimuovere tutte le cause che portano a uno stato di disperazione e magari di perdita della lucidità. Allora, altro che libera scelta, altro che liberazione, è una nuova schiavitù. Tu sei schiavo di una società che ti abbandona, soprattutto oggi, quando i costi di una società che invecchia, i costi sociali, i costi della sanità sono sempre maggiori.
Pensiamo a una persona che non ha le risorse e magari per una diagnosi o per delle analisi prima di fare degli interventi deve attendere mesi e mesi, magari dopo avere avuto una diagnosi iniziale di un male incurabile non riesce a curarsi subito, non riesce ad accedere alle cure se non pagandole (pensiamo a contesti italiani, ma anche a contesti stranieri, dove la sanità è privata più che da noi). Cosa succede? Bisogna andare nel privato, puoi venire qui, ti operiamo noi, 50.000 euro e ti facciamo l’intervento, ti trattiamo bene. Ma io i soldi non ce li ho, a chi li chiedo, ai figli, ai nipoti? Si crea una condizione in cui mi sento un peso per la società. È libera scelta questa? Tutt’altro, non è libera scelta, la scelta non è mai libera del tutto. Ci sono mille condizionamenti. Stabilire qual è la libera volontà personale è una cosa difficilissima, ogni nostra libertà è condizionata da qualcosa, non siamo mai perfettamente liberi, non esiste il concetto assoluto di libertà, ci sono dei condizionamenti. E uno Stato che, invece di rimuovere i condizionamenti, lascia perdere e ti dà la libertà di superarli attraverso una scorciatoia non è uno Stato che risponde al giuramento di Ippocrate, non è una medicina che risponde al giuramento di Ippocrate.
Noi lavoriamo secondo delle categorie di convenienza e di interesse, non le categorie del bene assoluto della persona per il quale lo Stato deve servire la finalità principale del bene assoluto, del valore della persona, di mettersi al servizio, di rimuovere le cause, rimuovere i problemi, non uccidendo la persona, ma curandola, togliendo il dolore.
Questa è l’impostazione di fondo che poi porterà una deriva necessaria, come è avvenuto, questi sono dati e fatti documentabili, andate pure a vedere. Anche di fronte a malattie degenerative, a una disabilità, l’ho detto prima, all’esclusione sociale, sono tutte condizioni dove lo Stato tenderà, una volta data l’alternativa, a disinteressarsi, ad abbandonare, sia per i costi sociali che queste hanno, e oggi vediamo quali sono i grandi costi sociali, dovuti soprattutto all’invecchiamento della popolazione, ma anche perché quando creiamo un’alternativa, una cultura alternativa, bene o male, una risposta c’è, ed è quella del suicidio.
Ciò premesso, vengo ai fatti odierni. Oggi stiamo discutendo di una cosa sola: un tema che è di competenza dello Stato su un principio: che per la parte di attuativa bastava una delibera di Giunta. C’erano già delle delibere, delle determine che spiegavano la procedura. Bastava semplicemente fare una delibera di Giunta, evitavamo di fare un grande manifesto ideologico, che è la vera finalità. Io ribadisco che nonostante…
Speaker : PRESIDENTE
Consigliere, concluda.
Speaker : Stefano VALDEGAMBERI (Gruppo Misto)
… sia stata ritenuta illegittima, si è voluto farlo per continuare il grande show, che ha la finalità unica di portare una legge nazionale, che è giusto dalla parte di chi sia, perché noi non siamo competenti, ma soprattutto è uno show che serve a creare una cultura della morte, quando noi ci siamo dimenticati che siamo qui per aiutare le persone a vivere…
Speaker : PRESIDENTE
Grazie, Consigliere.
Consigliere Galeano, prego.
Speaker : Paolo GALEANO (Partito Democratico)
Grazie, Presidente.
Intanto volevo cominciare, visto che poi si sono aggiunte delle valutazioni, col dire che ritengo che oggi non siamo qui per una pagliacciata, perché rendere effettivo e concreto l’esercizio di un diritto riconosciuto nell’ordinamento, penso che sia un obiettivo molto, molto importante.
Poi volevo sottolineare un fatto di cui vado orgoglioso, e anche qui per correggere un pensiero che è stato esposto prima: sono contento, e lo dico ancora prima di sapere quale sarà l’esito del voto in Aula, su questo progetto di legge, del percorso che abbiamo fatto per arrivare oggi fino a qui, e per questo ringrazio il Gruppo e l’intergruppo, per i momenti di riflessione avuti insieme, perché voglio condividere con soddisfazione il fatto che le posizioni che esprimo oggi in quest’Aula non sono e non sono dettate da disciplina di partito, ma sono frutto di una sintesi alta e libera in cui credo e mi riconosco, a seguito di un confronto vero fra sensibilità vicine, ma che talvolta, ovviamente con sfaccettature diverse, hanno voluto lavorare insieme per le persone della nostra comunità.
E qui mi allaccio a una valutazione che è stata fatta prima sul valore eminentemente politico di quello che stiamo facendo adesso. Un giornalista mi ha chiamato ieri e mi ha detto: “Ma ti rendi conto della opportunità che avete? Dopo che questo obiettivo non è riuscito a Zaia, potreste fare la stessa cosa anche con Stefani. Pensate a che cosa varrebbe in termini di comunicazione, potenza mediatica e quant’altro”. Io l’ho forse un po’ spiazzato dicendogli che a volte le valutazioni possono andare anche in senso diverso, molto più semplice, forse non ne siamo abituati, che se si persegue quello che si ritiene giusto e quello che si ritiene bene, ovviamente nella declinazione di giusto e di bene che ciascuno ha dentro di sé, questi calcoli non vanno fatti, soprattutto quando si parla di temi di questa portata.
Ho ascoltato tutti gli interventi con grande attenzione. Voglio sottolineare l’enorme rispetto che ho nelle posizioni di tutti quanti quando si parla di tematiche come queste. Mi rendo conto, insomma, che non si può che ascoltare e comprendere, ma ciò non vuol dire poi esimersi dal decidere, anzi, auspico poi che nel momento in cui andremo a votare, sia assolutamente preponderante la componente fra noi di Consiglieri che invece affronterà la discussione nell’ottica del compimento del bene comune pur, lo ripeto, nelle varie accezioni, declinazioni che ciascuno legittimamente dà a tale locuzione.
La prima domanda che mi veniva in mente nel pensare a oggi in Aula era: ma se fosse dipeso esclusivamente dalla politica, oggi staremmo qui a parlare di queste cose? Cioè se non ci fosse stata questa legge di iniziativa popolare oggi saremmo qui in Aula a discutere solo con la spinta politica di questi temi? È un interrogativo per me importante e non banale e con ciò voglio anzitutto ringraziare tutte le persone che si sono adoperate portando a un importante risultato e hanno lavorato per la proposta maturando un’idea, lavorando ad un testo e raccogliendo tantissime firme. È un presupposto fondamentale senza cui, lo ripeto, il Parlamento è fermo da anni. Forse neanche qui saremo ancora arrivati a discutere, lasciando nel limbo tantissime persone, tantissime situazioni.
In secondo luogo, voglio poi sottolineare come sia sicuramente giusto, a livello di principio, dire che la soluzione migliore sarebbe quella di una norma nazionale uniforme in tutto il Paese. Nessuno lo nega, ma se ciò non accade e di tempo ormai ne è passato veramente tanto, è altrettanto doveroso pensare che, di fronte a una irresponsabile inerzia del Parlamento, ci si muova ai livelli dovuti, oggi a quello regionale, con lo spirito di una actio surrogatoria come l’ha sempre definita il nostro capogruppo Manildo.
Questa inerzia poi a livello nazionale non è banale. Anch’essa va letta, interpretata e studiata per ciò che è: essa incarna. Infatti, a mio modo di vedere, perfettamente uno di quei casi in cui la mancanza di coraggio e la conseguente inerzia della politica porta ancor più sfiducia verso la politica stessa in chi, ovvero la società, è spesso troppo e troppo spesso più avanti della politica medesima.
Ecco quindi perché, di fronte a questo immobilismo, dobbiamo anche come Regione, farci carico di questa actio surrogatoria, nella piena consapevolezza del valore anche politico che ha in tal senso. E questo lo dico anche sulla base del presupposto di legittimità dell’azione che stiamo compiendo. Prima il consigliere Rocco ha menzionato le sentenze, insomma, che davano lo spazio giustamente alle Regioni e quant’altro. Ripeto, quindi quello che stiamo facendo oggi non ha solo valore politico, ma ancor prima si basa su fondamenti di legittimità molto importanti.
Un secondo elemento che voglio sottolineare è poi nell’atteggiamento con cui porsi, secondo me, da legislatori di fronte a temi di simile importanza. Questo del fine vita è un tema di delicatezza e profondità tali da esigere il massimo rispetto delle diverse sensibilità evidentemente. Rispettare non vuol dire però non decidere e qui scattano nelle differenze nella scelta del modus con cui agire politicamente per normare queste fattispecie: c’è chi infatti ritiene corretto pensarla o avere fede in un modo e fare di quel modo la regola per tutti, c’è chi invece la pensa o ha fede in un modo, ma in virtù della laicità, di una forte laicità, comunica e vive quel suo modo con l’esempio quotidiano, nella vita quotidiana, ma nel momento in cui si accinge a legiferare fa un passo indietro nella consapevolezza che la legge è poi per tutti, anche per coloro che la pensano diversamente da lui. In questo senso gli esempi sono importanti. Aldo Moro e Tina Anselmi possono essere, secondo me, fra i più incalzanti in questo. Il principio, il primato della Costituzione e delle leggi sempre, distinguendo nettamente la propria fede personale dal proprio dovere istituzionale, che hanno sempre profondamente compiuto.
Ecco, in questo senso, fra i vari - e vengo quindi al merito della questione - come democratici consideriamo il pluralismo una ricchezza ed ecco perché siamo convinti quindi che la libertà di coscienza attorno ai temi etici possa contemperarsi benissimo con l’esigenza di individuare una sintesi che abbia a cuore come obiettivo la tutela per l’esercizio effettivo di un’altra libertà, quella di autodeterminarsi nel proprio fine vita come stabilita nel perimetro della Corte costituzionale.
Comprendo benissimo come queste conclusioni... a queste conclusioni si possa arrivare non a cuor leggero. Lo comprendo benissimo. Ci sono tante persone qualificatissime che inseriscono nel dibattito argomentazioni, discussioni nell’ambito della bioetica che pongono temi che lacerano molto spesso le coscienze, che interrogano sul presente e sul futuro dell’essere umano, qualcuno dice trasformando il diritto di morire in dovere di morire, soprattutto in una società dove l’invecchiamento è galoppante e le risorse sono sempre meno per prendersi cura delle persone, la rete familiare, e non solo di relazioni, si sta impoverendo sempre più. Posto che non sono personalmente d’accordo con tali rischi, ma, ripeto, di fronte a temi di questo tipo, non penso che l’atteggiamento sia quello di voltare le spalle e andare avanti, ma di ascoltare. È un ascolto che io penso siamo riusciti a tenere in campo come protagonista proprio nella sintesi che stiamo facendo, e ritengo che questi rischi vengano accantonati se si cammina nel solco tracciato dalla sentenza 242 della Corte costituzionale e si tengono ben a riferimento lucidamente i valori fondanti dell’ordinamento giuridico, l’articolo 2, il valore della vita, il valore dell’autonomia della persona, e in maniera pluralistica ci sia un dialogo continuo e costante fra le tante scienze, non solo quella medica. In questa maniera i rischi possono essere contenuti e ben gestiti e i numeri che hanno elencato, per esempio, Elena Ostanel e altri penso che lo testimonino.
Quindi, lo ribadisco, oggi siamo qui per dare attuazione a un diritto che la Corte ha già riconosciuto e penso che un quid pluris, un qualcosa in più, un elemento aggiuntivo importantissimo sia il fatto che abbiamo voluto proporre, poco tempo fa, una legge sulle cure palliative e degli emendamenti che su questo danno una forza incredibile al fatto che non poniamo minimamente in contrapposizione il prendersi cura con il diritto di autodeterminarsi nel fine vita, anzi, proprio nella consapevolezza che un prendersi cura fino in fondo può a volte determinare nello stesso paziente una diversa posizione, un mutamento di posizione rispetto alla richiesta che magari ha fatto inizialmente sul fine vita.
Richiamo l’iniziativa di cui parlava anche il Presidente Stefani. C’è una legge, l’abbiamo depositata qualche settimana fa, proprio sulle cure palliative. Se vogliamo lavorare insieme andiamo avanti su questa cosa.
È sulla base di tutte queste considerazioni e di queste valutazioni che, senza indugi, sento di poter dire che, muovendosi all’interno di queste attenzioni, di questi presupposti, ben consapevoli dell’ancora della Costituzione e dei paletti messi dalla Corte, la sintesi normativa che oggi possiamo approvare non è contro la difesa della vita, non è una forzatura, non è una deriva, non è una assolutizzazione di nulla, bensì è una sintesi laica, sicuramente migliorabile ma assolutamente altrettanto necessaria e non più procrastinabile, che tiene insieme la libertà della persona, la sua dignità e il rispetto, senza il venir meno dei suddetti principi.
Ecco perché io penso – ho un rispetto enorme per la cultura e l’intelligenza del consigliere Lovat, che ascolto sempre con un grandissimo interesse però penso che l’assolutizzazione sia arrivata esattamente dalle sue parole, quando ci dice che con il passo che possiamo fare oggi siamo chiamati a far sì che ogni desiderio, ogni limite vengano presi in considerazione e legittimati.
Io penso che non sia così, anzi, dobbiamo farlo soprattutto consapevoli della ricchezza delle circostanze della vita, delle situazioni, di come si presentano, che vanno ben oltre quello che noi siamo capaci di concepire e di incardinare.
Speaker : PRESIDENTE
Concluda, grazie.
Speaker : Paolo GALEANO (Partito Democratico)
… ci sono. Non vogliamo quindi sostituirci a nessuna coscienza, ma solo permettere che un diritto previsto dall’ordinamento e riconosciuto dalla Corte trovi applicazione in maniera concreta, diffusa e non quanto meno diseguale possibile, ma anzi, possibilmente, più uguale sul territorio nella maniera in cui si può.
Grazie.
Speaker : PRESIDENTE
Grazie, Consigliere.
Consigliere Baldan Flavio.
Speaker : Flavio BALDAN (Movimento 5 Stelle)
Grazie, Presidente, signori Consiglieri.
Mi sono chiesto, quando è stato deciso di votare in quest’Aula questo progetto di legge, per qualche giorno, che tipo di intervento dovessi fare, se dovessi far prevalere una postura istituzionale, che occupando questo posto noi siamo chiamati a fare, oppure se dovesse avere un taglio un po’ differente.
Francamente, da cittadino, prima ancora che da rappresentante di questa Istituzione e della Istituzione regionale, ho scelto di avere un taglio sul modello di quei cittadini che hanno presentato le firme per raccogliere la proposta di iniziativa popolare.
È innegabile che chi vive quotidianamente, e tutti noi qua dentro, credo, nel bene e nel male, chi professionalmente, chi non professionalmente, chi familiarmente, chi non familiarmente, per amicizia, eccetera, hanno avuto e hanno quotidianamente, nella loro vita, esperienze con persone malate. Qui però mi fermo un attimo, perché siccome ritengo che di gran lunga non stiamo discutendo di morte, di incentivare la morte, allargare le maglie del no, la vita, la voglia di vivere anche delle persone malate, e ve lo assicuro, anche gravemente malate e di gran lunga superiore a quella di farla finita, al di là dei numeri che sono testimoniati.
E scusate se mi fermo un attimo proprio su queste parole, perché io volevo portare il saluto personale e credo anche di questo Consiglio regionale ad Alessandro Di Battista e alla sua famiglia, con la speranza e l’augurio, di rivederlo presto qui da noi, nel nostro Paese.
E rientro nella discussione. Vedete, abbiamo già detto tante cose, abbiamo specificato. L’abbiamo capito, noi non stiamo legiferando su una legge o su dei principi che ci sono già, stiamo cercando in qualche modo di dare un modello a questi principi, un modello che doveva essere fonte di un Parlamento, perché noi siamo ancora una Repubblica parlamentare, il Parlamento è il cuore democratico di questo Paese e io voglio continuarlo a pensare questo. Però ovviamente questo non è stato fatto e, così come hanno fatto altre Regioni, la Regione Veneto ovviamente, e credo giustamente, si è posta questo problema. L’abbiamo detto che noi non stiamo dando una legge sul fine vita che c’è già, non dobbiamo votare questo. Stiamo solo cercando di trovare un modello per quelle persone e fortunatamente non sono molte e speriamo che non saranno molte anche se il modello di società che abbiamo lo conosciamo tutti, è un modello di società che sta facendo passi enormi sotto alcuni profili e certi aspetti, ma è anche una società molto complessa da questo punto di vista, che spesso lascia indietro anche le persone o non pone la stessa cura, quella cura che dovrebbe essere doverosa.
Ognuno di noi oggi, quindi, è chiamato a interrogarsi, a interrogare soprattutto la propria coscienza. Occorre però ricordare che, subito dopo averla ovviamente interrogata e dovendola rappresentare, siamo qui anche a garantire diritti di libertà e libertà a tutti i cittadini del Veneto, anche a quelli che sono stati in tanti visto dalle mail che sono arrivate, che non approvano questa scelta o vogliono una scelta diversa. Però noi dobbiamo dare una risposta, ovviamente, a tutti e abbiamo deciso di dare questa risposta sulle indicazioni che ci sono state fornite dalle sentenze, ahimè, della Corte costituzionale.
Io credo che, al di là di comincerà la votazione, il nostro compito non si esaurisce qui come Regione Veneto. Noi dovremmo fare comunque in modo che lo Stato debba assumersi la sua responsabilità: quella legge nazionale manca. Il Presidente Zaia diceva che ci sono situazioni in cui la politica non deve fare la politica, ma ce ne sono altre in cui la politica deve fare la politica con la P maiuscola. Questa è una di quelle. Questa è una mancanza di uno Stato non al passo con quella che è l’evoluzione dei suoi cittadini e della civiltà.
Non siamo qui a incentivare la morte, non siamo qui a imporre sofferenze fuori da quelle ovviamente tollerabili, siamo qui a proteggere soprattutto la vita, non a incentivare la morte e a rispettare fino in fondo la dignità e la libertà delle persone.
E allora guardi, mi viene in mente, mi hanno spedito alcune parole che io trovo, a distanza di tanti anni, ancora più di saggezza rispetto al momento uguale. Il 29 agosto di 46 anni fa moriva Franco Basaglia, veneziano doc, psichiatra. Ma la sua eredità va ben oltre quello che ha rappresentato per la psichiatria, che ha rappresentato come luminare per la psichiatria. Il suo primo pensiero, i suoi pensieri ci ricordano un principio fondamentale: nessuna persona coincide con la propria malattia. Mettere tra parentesi la malattia significa riportare al centro la persona, la sua storia, le relazioni, il contesto di vita, i diritti e le possibilità. Noi dobbiamo fare in modo... e per questo io ovviamente ringrazio il personale sanitario perché, vi assicuro che da cittadino normale spesso, quando mi sono trovato di fronte persone con gravi patologie e malattie che di fatto cambiano la persona stessa, sia dal lato fisico che di pensiero, che umorale, spesso mi sono sentito diversamente da loro in imbarazzo, mentre loro si sentono molto più naturali. Credo che questa situazione, in gran parte, e io non finirò mai di ringraziarli, riguardi soprattutto il notevole lavoro, necessario, di medici, infermieri, associazioni. Spesso mi chiedo, anche di fronte a situazioni che sembrano drammatiche su cui spesso credo che anche voi non abbiate risposta sotto questo profilo, come si possa trovare la forza di sostenere una persona. Lo scoramento credo che, quando si raggiungono determinati livelli di malattia, arrivi spontaneo.
Ora, noi non siamo qui a fare in modo che questo scoramento della persona si tramuti sempre in morte, ma ovviamente, siccome non abbiamo la pretesa di entrare nei pensieri e nella mente delle persone, perché è la cosa più complessa, non possiamo neanche essere certi di cosa questa persona sia in grado di pensare, e certi pensieri possono arrivare.
Noi siamo qui a stabilire se questi pensieri, che a noi, a me personalmente sembrano impossibili sotto alcuni profili… Stiamo cercando di individuare una disciplina corretta perché questi pensieri si esauriscano in un modo che sia degno di una persona civile. Questo è esattamente il nostro compito. Nessuno vuole, né rispetto al Canada né rispetto ad altri Paesi (ognuno ovviamente decide per quello che è meglio dal lato nazionale) è qui a incentivare le persone ad avere pensieri di morte.
La vita, pur nelle difficoltà, pur nelle malattie invasive, pur con trattamenti che a volte sembrano inumani, rimane il cardine principale per ogni cittadino. Su questo io ovviamente insisto. Fino a quando lo Stato, rispetto a quello che diceva prima e chiudo, perché non dobbiamo dimenticarlo non possiamo avere dal lato normativo una norma per ogni Regione, le Regioni occupandosi della materia sanitaria.
Fino a quando però lo Stato è chiamato a fare questo, e io voglio credere ancora che sia in grado di farlo, non farà la propria parte, anche il Veneto deve assumersi la sua responsabilità. Siamo qui oggi per un’assunzione di responsabilità. Non scegliere al posto delle persone, non lasciarle sole, non incentivarle alla morte, non imporre le sofferenze, proteggere la vita e rispettare fino in fondo la dignità e la libertà delle persone.
Grazie.
Speaker : PRESIDENTE
A lei. Adesso la consigliera Bedin, dopodiché, sospendiamo mezz’ora per gli emendamenti. In un’ora dovete anche presentarmeli, però, i subemendamenti. Li presentate, però? Vuol dire che alle 5 avrete già presentato i subemendamenti.
La Commissione valuta dopo tutto. Cerchiamo di far veloce: 45 minuti.
Prego, collega Bedin… 45 minuti, Consigliere, dai. Poi arrivate un po’ lunghi. Intanto sentiamo la consigliera Bedin.
Consigliera, prego.
Speaker : Giorgia BEDIN (Lega-Liga Veneta)
Grazie, Presidente.
Mi rivolgo in questo intervento, ovviamente, ai colleghi Consiglieri, agli Assessori, a lei, Presidente, ma soprattutto ai veneti che ci ascoltano.
Premetto una cosa che secondo me è fondamentale, e cioè, che il voto che io esprimerò oggi, che sarà favorevole, lo dico già, è un voto personale. A differenza di quello che qualcuno ha sostenuto, la Lega non ha dato nessuna indicazione di voto ai suoi Consiglieri, come già in precedenza, nelle precedente Amministrazione, con il Presidente Zaia, ognuno di noi è libero di esprimere la propria opinione, proprio attraverso il voto, naturalmente sulla base di che cosa? Della nostra esperienza di vita, della nostra sensibilità, che è diversa, e delle nostre informazioni, che sono diverse anche. Oggi posso aggiungere anche sulla base di quello che è stato il procedimento emendativo di questa legge, che è molto modificata rispetto a come si era presentata a questo Consiglio. Su questi emendamenti hanno collaborato tutti, non solo la Lega e AVS, in particolare il Presidente Alberto Stefani, che ringrazio, perché fra le mille cose che ha da fare si è impegnato e ha dedicato il suo tempo anche per dare il suo contributo per questa proposta di legge.
Era forse comodo oggi limitarmi a esprimermi schiacciando il bottone verde e finiva lì. Invece, ho pensato di fare qualcosa di diverso, cioè di dare il mio contributo. Perché? Perché in questi giorni, in questi mesi, ma specialmente in questi ultimi giorni, come voi, ho ricevuto molte sollecitazioni, molti motivi anche di spunto e forse anche di approfondimento ulteriore di quello che oggi andiamo a votare. Di questo devo ringraziare perché mi è servito molto, ma anche perché sui giornali ho letto veramente tutto e il contrario di tutto.
Ritengo che i veneti meritino di essere informati in maniera onesta, dal punto di vista intellettuale di che cosa noi stiamo facendo oggi qui. Qualcuno prima di me lo ha già anticipato, però penso che repetita iuvant, come dicono i latini, e in questo caso più che mai.
Non entrerò nel merito di discorsi filosofici, di discorsi che attengono altre sfere che sono che cos’è la vita, qual è il ruolo della vita, e non mi permetto neanche di pensare di potermi trovare in una situazione del genere, di dire oggi che cosa potrei decidere o non decidere, perché nessuno di noi è in grado di farlo. Penso che siamo umani, e probabilmente abbiamo visto che chi aveva scelto una strada, poi si è sentito in dovere di rinascere, di rivivere. Quindi, assolutamente, noi non siamo in grado di dire cosa faremo noi, però dobbiamo decidere in qualche maniera.
Partiamo allora da cosa c’è oggi. Oggi se una persona è capace di intendere e volere, e che in maniera libera e autonoma si determina a scegliere la via del fine vita, e lo fa in una situazione ben definita, cioè se ha una malattia che non è curabile, se si trova a vivere sofferenze che sono intollerabili, dal punto di vista fisico e psicologico, se lo chiede, è sostenuta da sostegni vitali per riuscire a vivere, se lo chiede, può farlo. Però oggi con quali garanzie?
Le garanzie che oggi dà quello che noi abbiamo come disciplina, che è la sentenza n. 242 del 2019, si limita a dire che le verifiche devono essere effettuate presso una struttura pubblica del Servizio sanitario nazionale, e previo parere del Comitato etico territorialmente competente.
Ebbene, oggi la legge che noi invece stiamo discutendo con gli emendamenti che saranno presentati, e io voterò a favore, naturalmente, di quello che serve votare, Introduce delle regole precise che aumentano il grado di garanzia della persona che in un momento difficile sceglie questa strada per porre fine alla sua vita. Infatti, lo dico perché? Perché oltre al Comitato etico territorialmente competente è previsto che questo Comitato debba esprimere un parere che tenga conto di quelle che sono le linee guida del Comitato regionale per la bioetica, che questo Consiglio ha istituito. Ci deve essere anche la preventiva relazione di una Commissione, che dovesse istituita presso ogni ULSS e diciamo esattamente chi sono i professionisti che devono sedere in questa Commissione. Infine, fra questi professionisti c’è anche palliativista al quale viene riconosciuto un parere che è rafforzato rispetto a quello degli altri.
Si definiscono anche quali sono i passaggi che devono essere fatti per ottenere l’eventuale autorizzazione in maniera rigorosa. E anche questa è un’ulteriore tutela maggiore rispetto a quella che oggi, torno a dire, si troverebbe ad affrontare una persona che scegliesse, cosa che può fare, di porre fine alla sua vita col suicidio assistito.
Non si dicono quali sono i tempi: 20 giorni, 10 giorni. Negli emendamenti che il Presidente ha presentato si parla di immediata risposta, di una risposta senza ritardo. Senza ritardo potete dirmi che è un’espressione vaga. Sì, però si collega a qualcosa che non è così vago, perché dice che deve essere senza ritardo rispetto a quelle che sono le condizioni della persona che lo richiede e quindi cala veramente nel personale, nel caso specifico, quella che è la garanzia e la tutela.
Infine, si disciplina anche qual è il modo per presentare la richiesta, cosa deve essere allegato o non allegato, e si fa anche un collegamento con l’eventuale rapporto con il medico di base.
Io quindi trovo che siano delle garanzie ulteriori. Stiamo disciplinando una possibilità che già oggi esiste, visto che c’è la sentenza della Corte costituzionale, è già praticabile non solo in Veneto, ma in Italia e in Veneto, come si ricordava prima, ci sono già 31 persone che l’hanno chiesto e di queste 31 solo tre hanno ottenuto l’autorizzazione, ma forse hanno rischiato più di chi, se questa legge sarà approvata, lo chiederà successivamente, visto che andiamo a disciplinare e a regolamentare: dove c’è la regola c’è anche la garanzia e la tutela della persona che chiede di esercitare quel diritto.
E lo facciamo non... chi voterà a favore, almeno parlo per me, non perché siamo favorevoli o siamo contrari al fine vita, che, lo ribadisco ancora, esiste già, ma per dare appunto una maggior tutela alle persone che legittimamente ne fanno richiesta. Per dare la maggior tutela anche il medico che già sussiste comunque l’obiezione di coscienza, ma noi espressamente diciamo che il medico lo farà volontariamente, quindi andiamo anche oltre forse l’obiezione di coscienza.
Per queste stesse ragioni credo che non si debba trasformare questo provvedimento in una diatriba fra chi è a favore delle cure palliative e che invece non lo è, perché non è questo, anzi, oggi, tornando all’oggi, il paziente può scegliere due diversi percorsi: uno è il fine vita e uno le cure palliative. Però, mentre nelle cure palliative c’è una regolamentazione, c’è una disciplina, c’è una garanzia, c’è una tutela, così non è del fine vita e quindi abbiamo delle persone che fanno una scelta libera, che è tutelata e gestita e regolamentata e alcune che la fanno, perché la stanno già facendo, ma non hanno la stessa garanzia e la stessa tutela.
Questa legge, tuttavia, non è contraria alle cure palliative, anzi, richiama in più passaggi la necessità di assicurarsi che le cure palliative siano state innanzitutto proposte e valutate come possibilità per alleviare le sofferenze della persona. E non solo, anche nel caso in cui la persona sia già sottoposta alle cure palliative, si ribadisce la necessità che venga nuovamente informata specificatamente nel dettaglio di quella che è la possibilità di accedervi e di quali possono essere, con specifica indicazione anche della possibilità di scegliere la sedazione palliativa profonda e continua e anche di chiedere quello che esiste oggi, la sospensione e l’interruzione dei trattamenti di sostegno vitale.
Quindi, forse allora il dibattito che questa legge sta suscitando e la legge stessa, con tutti i suoi richiami alle cure palliative, può essere in qualche modo all’inverso un modo per stimolare anche il dialogo, un modo per stimolare la cultura delle cure palliative, con questi rafforzamenti che sono stati inseriti all’interno della legge, perché anche questo costituisce una parte fondamentale della presa in carico e della tutela della persona malata. E poi, come avete sentito dal Presidente Stefani questa mattina nel suo intervento, ha detto lui stesso che sarà il primo firmatario di un provvedimento nei prossimi giorni che potenzia ancora di più le cure palliative.
Credo che, insomma, chi vuole creare questa diatriba, questa opposizione fra fine vita e cure palliative davvero insomma, dovrebbe esaminare attentamente quelli che sono stati gli interventi e quello che è emerso non solo dai provvedimenti che andiamo ad adottare, ma anche dal dibattito di quest’oggi.
Io ringrazio quindi il Presidente Alberto Stefani e tutti coloro che hanno dato il contributo per gli emendamenti migliorativi di questa legge, che è orientata, ricordo, alla tutela della persona. È una persona non qualsiasi, ma una persona che si trova in una particolarissima e gravissima condizione di fragilità, una persona che già oggi può chiedere di accedere al percorso del fine vita, ma che senza regole chiare, tutele certe e procedure omogenee rischia di trovarsi in un momento così difficile in balia di procedure che non sono disciplinate, che sono non solo, come qualcuno ha sottolineato, ha detto: sì, però, se noi discipliniamo come Regione, poi da Regione a Regione questa disciplina varia; beh, oggi non varie solo da Regione a Regione, ma varia da persone a persone, da ULSS a ULSS. Quindi io credo che, pur condividendo il pensiero che dovrebbe essere il Parlamento a legiferare una volta per tutte in maniera da omogeneizzare e uniformare tutta Italia questa procedura, penso che questo rispetto alla situazione attuale è già un passo in avanti e ne sono fermamente convinta.
Per questi motivi che vi ho esposto, ritengo veramente importante disciplinare ciò che esiste, definendo regole, responsabilità e garanzie uguali per tutti. Grazie.
Speaker : PRESIDENTE
Grazie, Consigliera.
Sospendo il Consiglio, ci rivediamo alle ore 17. Nel frattempo, fate tutte le valutazioni, con la preghiera di provvedere alla eventuale fase di subemendazione.
Grazie.
Ci rivediamo tra mezz’ora, alle 17.30. Bisogna anche andare in Commissione con tutti gli emendamenti e i subemendamenti, non è che veniamo qua e votiamo.
Grazie. Prendete posto, iniziamo.
Passerei la parola alla consigliera Cendron, prego.
Speaker : Rossella CENDRON (Le Civiche Venete)
Presidente, colleghe e colleghi Consiglieri, vorrei iniziare con un ringraziamento, perché credo che sia doveroso. Grazie agli oltre 9.000 cittadine e cittadini veneti che hanno sottoscritto questa proposta di legge di iniziativa popolare.
Novemila firme significa che una parte importante della nostra comunità, anche grazie al lavoro dell’Associazione Coscioni, ci sta chiedendo di affrontare una questione difficile, divisiva, persino dolorosa, ma che non può essere rimossa dal dibattito pubblico. Grazie anche a chi ha condiviso con me questo percorso di consapevolezza. Credo che questo sia un primo elemento di riflessione sul nostro ruolo.
Noi siamo chiamati ogni giorno a occuparci di sanità, di infrastrutture, di bilanci, di servizi, di ambiente, di sviluppo, ma ci sono momenti nei quali il legislatore deve affrontare questioni che toccano ancora qualcosa di più profondo: la vita, la malattia, la sofferenza, la libertà, la dignità, la morte. È uno di quei momenti nel quale sentiamo con particolare chiarezza il peso e anche il senso della funzione per cui siamo stati eletti.
Ho cercato di affrontare questa discussione partendo non da una posizione ideologica, ma dallo studio della normativa, dalla giurisprudenza costituzionale, dalle esperienze di altre Regioni e di altri Paesi, dalle cure palliative, dalle questioni poste dagli operatori sanitari stessi e dalle persone direttamente coinvolte.
Proprio questo studio mi ha convinto di una cosa: sarebbe sbagliato ridurre il confronto a uno scontro tra chi è favore della vita e chi è a favore della morte; oppure, tra chi difende la libertà e chi vuole negarla.
La realtà è molto più complessa. La mia posizione, però, voglio chiarirla fin da subito: sono favorevole a disciplinare le procedure per l’assistenza sanitaria regionale al suicidio medicalmente assistito, nel rigoroso rispetto delle competenze regionali e del quadro costituzionale.
Per capire che cosa siamo chiamati a fare, dobbiamo partire da ciò che la Corte costituzionale ha già stabilito, e vale la pena ripeterlo: con la sentenza n. 242 del 2019, la Sentenza Dj Fabo, ha individuato una circoscritta area di non punibilità dell’aiuto al suicidio, in presenza di condizioni molto precise: una patologia irreversibile, sofferenze fisiche e psicologiche che la persona considera intollerabili, la piena capacità di prendere decisioni libere e consapevoli, e la dipendenza dai trattamenti di sostegno vitale, con la verifica delle condizioni da parte di una struttura pubblica del Servizio sanitario nazionale e del comitato etico competente.
La sentenza 135 del 2024 ha precisato poi ulteriormente questo quadro. Siamo dentro un perimetro molto preciso, costruito dalla Corte costituzionale, anche in relazione al diritto riconosciuto dalla legge 219 del 2017, del testamento biologico, di rifiutare o interrompere i trattamenti sanitari, compresi quelli di sostegno vitale.
La questione che abbiamo davanti, quindi, non è se la Regione Veneto possa inventare un nuovo diritto: non può farlo, e non è questo che dobbiamo fare. La questione è se all’interno del quadro già delineato, la Regione possa organizzare il proprio Servizio sanitario in modo da garantire procedure certe, uniformi e rispettose della persona, del paziente, ma anche dei sanitari che si occupano di queste persone.
La risposta della Corte costituzionale, anche alla luce della recentissima sentenza n. 148 del 2026 sulla legge della Sardegna, è molto chiara. Le Regioni possono intervenire sugli aspetti organizzativi e sanitari, ma non possono modificare i requisiti sostanziali dell’accesso al suicidio medicalmente assistito, né intervenire sui principi fondamentali dell’Istituto che appartengono alla competenza statale.
Questo confine per me è fondamentale. Non dobbiamo fare una legge sul fine vita al posto del Parlamento, dobbiamo fare ciò che rientra nelle nostre competenze. È proprio per questo che considero grave il fatto che dal 2019 il Parlamento non sia ancora riuscito ad approvare una disciplina organica. La Corte costituzionale ha più volte sollecitato il legislatore nazionale a intervenire, ma quel vuoto è rimasto.
Nel frattempo, alcune Regioni hanno iniziato a muoversi, come Toscana, Sardegna, Emilia-Romagna, mentre altre, come noi, la Campania, l’Umbria e anche la Puglia hanno avviato le proprie iniziative.
Io continuo a ritenere che l’optimum sarebbe una legge nazionale, perché non possiamo accettare che diritti e procedure fondamentali dipendano dal luogo in cui la persona vive, ma proprio perché quella legge nazionale non c’è, non credo che la risposta possa essere il silenzio, perché il silenzio non risolve il problema, lo sposta sulle persone, sulle famiglie, sui medici e sulle strutture sanitarie.
E c’è un altro rischio: quello di creare una sorta di federalismo del fine vita, nel quale una persona debba spostarsi da una Regione all’altra per trovare una procedura diversa. Sarebbe paradossale.
Abbiamo combattuto per anni per anni contro i viaggi della speranza della sanità e rischieremmo di introdurne una nuova forma proprio nel momento più drammatico dell’esistenza. Per questo una procedura regionale deve servire prima di tutto a garantire uniformità, certezza e uguaglianza nell’accesso ai percorsi sanitari, senza modificare i requisiti sostanziali fissati a livello statale e costituzionale.
C’è un’altra ragione per cui credo che dobbiamo intervenire, perché una procedura non è soltanto burocrazia, è una garanzia. Una persona che si trova in una condizione di malattia irreversibile e di sofferenza non può essere lasciata sola a orientarsi in una materia così complessa e soprattutto, se parliamo di libertà, dobbiamo porci una domanda ancora più impegnativa. Quanto è libera una scelta quando viene compiuta dentro una condizione di estrema vulnerabilità? Quanto pesa il dolore, la perdita dell’autonomia, la solitudine, la paura di non avere più un’assistenza adeguata o di essere un peso per i familiari? Sono domande che non possono essere liquidate né con un sì né con un no, perché una cosa per me è certa: se una persona scegliesse di morire perché è stata lasciata sola, perché non ha ricevuto cure adeguate, perché non ha avuto accesso alle cure palliative o perché si sente un peso per la famiglia, quella non sarebbe una libertà pienamente esercitata, sarebbe un fallimento della nostra capacità di prenderci cura. Ed è per questo che considero essenziale il rafforzamento delle cure palliative e dell’informazione.
La legge n. 38 del 2010 ha costruito in Italia un quadro importante, ma tra il riconoscimento del diritto e la sua effettiva esigibilità rimane ancora un divario. Secondo i dati che sono stati richiamati, meno del 25% delle persone che ne avrebbero diritto accede alle cure palliative domiciliari. Il Veneto è in una posizione migliore rispetto alla media nazionale, ma non possiamo considerarci arrivati. Persistono carenze negli hospice e soprattutto una certa disomogeneità nella continuità assistenziale domiciliare, in particolare nelle aree più periferiche.
Ci sono anche i problemi di personale in questo settore. C’è un fabbisogno di circa 850 medici e 6.000 professionisti sanitari, e il dato è particolarmente significativo, dei posti nelle scuole di specializzazione nelle cure palliative.
Nel 2025 sono stati occupati soltanto 64 dei 165 posti disponibili e 20 sono nel Veneto. Questi numeri ci dicono che parlare di libertà di scelta senza parlare della qualità della presa in carico sarebbe insufficiente. Io non considero, quindi, le cure palliative un’alternativa da contrapporre al suicidio medicalmente assistito. La considero una condizione essenziale perché una scelta quando viene esercitata sia davvero consapevole. Una persona deve sapere cosa può ricevere, quali cure sono disponibili, quali forme di assistenza esistono, quali possibilità ci sono per controllare il dolore e la sofferenza, quali sostegni possono essere garantiti alla famiglia? Gli emendamenti, che intendono rafforzare informazione, accesso e presa in carica, vanno esattamente in questa direzione. Credo che su questo dovremmo essere tutti d’accordo. Non vogliamo una società nella quale un anziano, una persona malata, un disabile o un non autosufficiente possa arrivare a pensare che la propria vita valga meno perché dipende dagli altri o perché rappresenta un costo. Questo è il rischio della cultura dello scarto e dobbiamo respingerlo con forza. Proprio per questo non credo che lasciare un vuoto normativo sia una forma di maggiore protezione. Al contrario, un vuoto può produrre incertezza, differenze territoriali e solitudine, una legge con maglie strette, controlli rigorosi e una presa in carico effettiva può offrire più garanzie di una situazione nella quale tutto viene affidato al caso concreto e alla capacità individuale di trovare una risposta.
C’è poi un aspetto che riguarda anche il nostro rapporto con la morte. Noi abbiamo rimosso la morte dalla nostra esperienza quotidiana. La medicina ha fatto passi straordinari e deve continuare a farli, ma abbiamo progressivamente trasformato la morte in qualcosa da allontanare, da nascondere quasi fosse sempre e comunque una sconfitta. Eppure, la morte fa parte della vita. San Francesco la chiamava “sorella morte”, non per renderla meno drammatica, ma per riconoscerla come parte della nostra condizione umana.
Forse dovremmo recuperare anche questa capacità, parlare della morte senza banalizzarla, senza rimuoverla, imparare nuovamente ad accompagnare chi muore e a distinguere il curare dall’accanimento terapeutico. Ed è proprio in questo senso che vorrei ricordare anche la figura di Giovanni Paolo II, non per attribuirgli una posizione che non aveva sul suicidio medicalmente assistito, sarebbe scorretto. Giovanni Paolo II, nella Evangelium vitae riconosceva che, quando la morte è imminente e inevitabile, è possibile rinunciare a trattamenti sproporzionati che prolungherebbero soltanto una condizione penosa, continuando naturalmente a garantire le cure ordinarie e l’accompagnamento della persona.
Nelle sue ultime ore pronunciò quelle parole che tutti ricordiamo: “Lasciatemi andare dal Signore”. È qualcosa di profondo, è un richiamo alla distinzione tra il valore della vita e l’accanimento terapeutico, tra il curare e il prolungare a ogni costo, tra l’accompagnare una persona e il pretendere di sottrarre la morte alla condizione umana.
La domanda che dovremmo porci è anche questa: si può rispettare la vita senza pretendere di impedire la morte? Io credo di sì e credo che una sanità di qualità debba misurarsi non soltanto sulle capacità di guarire, di prolungare la vita, ma anche sulla dignità con cui accompagna una persona e la sua famiglia nella malattia, nella fragilità e nella fase avanzata della vita.
C’è poi la questione della libertà personale, che per me rimane centrale. Io credo che la vita sia un dono e che secondo la mia coscienza non sia un bene di cui si possa disporre liberamente, ma non mi sento di imporre questa mia convinzione a un’altra donna o a un altro uomo che si trova in una condizione estrema e che quando, dopo essere stato informato, curato, accompagnato e sottoposto a tutte le verifiche previste, compie una scelta personale anche se io non la compirei per me stessa.
Un caro amico, che ha appena perso il padre, mi ha detto una frase che mi ha colpito: “Fino a quando non arrivi a vedere la sofferenza e a sentirla non puoi sapere chiaramente qual è la tua opinione, puoi farti un’idea, ma è vivendoci dentro che tutto diventa più chiaro”. Credo che questa frase ci insegni qualcosa di importante. Noi possiamo avere convinzioni fortissime, ma non possiamo sostituire la nostra esperienza a quella di chi vive una sofferenza che non conosciamo. E forse è proprio qui che sta la forma più difficile di rispetto della libertà: non soltanto difendere la libertà di chi c’è una scelta che farei io, ma rispettare anche quella di chi, nelle condizioni previste dalla legge, compie una scelta diversa dalla mia.
Naturalmente questa libertà deve essere protetta ad ogni possibile condizionamento. Per questo servono procedure rigorose, valutazioni multidisciplinari, verifiche della capacità di autodeterminazione, accertamento dell’assenza di pressioni, informazioni sulle alternative terapeutiche e assistenziali e accesso alle cure palliative e possibilità di revoca della propria volontà. In questo Consiglio regionale non siamo chiamati a stabilire chi ha ragione o chi ha torto, ma non dobbiamo decidere quale debba essere la coscienza di ogni cittadino. Siamo chiamati a costruire regole dentro un Ordinamento complesso, rispettando la Costituzione, la legge e i limiti delle nostre competenze e dobbiamo farlo senza paura del confronto.
In Europa esistono diversi modelli: Paesi Bassi e Belgio hanno introdotto l’eutanasia e il suicidio medicalmente assistito nel 2022, il Lussemburgo il suicidio medicalmente assistito (SMA) nel 2009, la Spagna nel 2021, il Portogallo ha approvato la propria disciplina nel 2023. La Svizzera ha una lunga esperienza sul suicidio assistito e l’Austria lo ha disciplinato nel 2022. Non dobbiamo importare automaticamente nessuno di questi modelli. Il nostro Ordinamento è diverso, è una storia costituzionale e legislativa propria, ma dobbiamo almeno riconoscere che le democrazie contemporanee stanno affrontando questa domanda e che esistono modelli differenti con garanzie differenti. La Francia, in particolare, ci mostra anche una differenza di metodo. Il legislatore ha scelto di disciplinare direttamente la materia. In Italia, invece, abbiamo oggi un sistema costruito principalmente attraverso la giurisprudenza costituzionale e norme regionali sugli aspetti organizzativi. È una situazione che crea inevitabilmente maggiore incertezza ed è per questo che continuo a dire che il Parlamento dovrebbe assumersi le proprie responsabilità.
Ma nel frattempo noi dobbiamo fare la nostra parte. Possiamo garantire che una persona che si trovi nel perimetro già riconosciuto dall’Ordinamento non venga lasciata sola e che il servizio sanitario regionale sia in grado di assicurare un percorso certo, uniforme, trasparente e rigoroso.
Il nostro compito è trovare con umiltà e rigore il punto di equilibrio tra queste due responsabilità: quella di curare e accompagnare e quella di rispettare la libertà e la dignità della persona. Ed è forse proprio questo il motivo per cui considero questa discussione un banco di prova importante per il nostro Consiglio, perché fare politica significa anche assumersi la responsabilità di affrontare le domande difficili del nostro tempo.
Io credo che la vita sia un dono e che non sia un bene di cui disporre, ma se una persona, dopo essere stata curata, informata e accompagnata, nella piena capacità di intendere e di volere, nelle condizioni previste dall’Ordinamento compie una scelta che io non compirei per me stessa, non credo che il mio compito sia sostituire la mia coscienza alla sua, il mio compito, il nostro compito è fare in modo che quella scelta sia davvero libera e consapevole e che non sia mai il risultato dell’abbandono. Perché amare la libertà significa anche avere rispetto per la libertà dell’altro, anche quando la sua scelta non è la nostra.
E allora, Presidente, colleghe e colleghi, oggi non siamo chiamati a decidere chi ha ragione o meno, siamo chiamati a decidere se davanti a una persona che vive uno dei momenti più difficili della propria vita, le Istituzioni debbano esserci. Ecco, io credo di sì e credo che in fondo ci venga chiesto prima di tutto questo di non voltare la testa dall’altra parte. Grazie.
Speaker : PRESIDENTE
Grazie, Consigliera.
Consigliere Conte, prego.
Speaker : Rosanna CONTE (Lega-Liga Veneta)
Signor Presidente, Consiglieri, Assessore, prendo la parola in quest’Aula consapevole della responsabilità storica che grava sulle spalle di ciascuno di noi. Parliamo del cosiddetto fine vita: una materia che tocca i nodi più profondi della coscienza umana, una materia che, a mio avviso, dovrebbe essere prima di tutto affrontata a livello parlamentare.
Discutere di questo in un’Aula legislativa richiede il massimo rispetto, la massima moderazione e la capacità da parte di tutti noi di spogliarci delle logiche di parte, dei calcoli elettorali e delle contrapposizioni ideologiche. Dobbiamo muoverci con passo felpato su un terreno che incrocia il diritto, la medicina, la morale e soprattutto l’essenza stessa della dignità delle persone.
Desidero esprimere sin da subito, con assoluta linearità e senza infingimenti, il mio orientamento. Esprimerò un voto di astensione. È una scelta che affronto dopo un lungo e profondo percorso interiore. Ci tengo a sottolineare che la scelta che compio è prima di tutto come donna, come cittadina, come giurista e come rappresentante delle Istituzioni, guidate da una profonda riflessione etica e di coscienza.
Si tratta di una convinzione che non nasce unicamente dallo studio attento delle norme e dall’analisi del quadro giuridico che la Corte costituzionale ha già tracciato in modo inequivocabile con la sentenza n. 242 del 2019. Questa scelta affonda le sue radici anche in esperienze personali, in vissuti che mi appartengono e che mi hanno formata, su esperienze che mi hanno insegnato da vicino quanto sia profondo, drammatica e lacerante il confronto quotidiano con la sofferenza estrema, e quanto sia sottile e delicato il confine tra il dovere della cura e il rispetto del limite umano, oltre il quale l’accanimento rischia di violare la persona stessa.
Tuttavia, nel sostenere fermamente questo percorso normativo, avverto il dovere morale e istituzionale di essere estremamente chiara su un punto che considero non negoziabile: il diritto alla vita è sacrosanto. Esso rappresenta il pilastro fondamentale della nostra civiltà giuridica, della nostra Costituzione e della nostra stessa convivenza sociale.
Difendere la vita e proteggerla dal suo inizio fino al suo naturale tramonto è un dovere a cui non rinuncerò mai. Proprio per questo ritengo che l’approvazione di questa legge debba andare di pari passo con un impegno ancora più rigoroso della nostra Regioni nel potenziamento della rete delle cure palliative e della terapia del dolore. Dobbiamo garantire che il nostro Sistema sanitario sia sempre vicino a chi soffre e alle loro famiglie, offrendo tutto il supporto umano, medico, psicologico possibile, affinché nessuno si senta mai abbandonato, o spinto a fare scelte disperate, per mancanza di alternative o di assistenza.
Allo stesso tempo, però, una politica matura e saggia non può chiudere gli occhi di fronte alla realtà. Accanto alla sacralità della vita, dobbiamo altresì garantire un altro valore cardine della nostra democrazia e della dignità umana: la libertà di scelta dell’individuo.
Proprio per coniugare questi due princìpi fondamentali, la difesa della vita e la libertà di scelta, il testo iniziale necessita di un lavoro di affinamento. È per questa ragione che mi esprimerò a favore di tutti quegli emendamenti che contribuiranno a migliorare sensibilmente il testo.
Sostengo con convinzione le modifiche volte a introdurre le tutele più stringenti, a partire dal riconoscimento della piena e totale libertà di obiezione di coscienza per il personale sanitario, una salvaguardia che ritengo imprescindibile. In modo particolare, reputo di fondamentale importanza evidenziare come gli emendamenti presentati vadano con decisione nella direzione di dare maggiori garanzie a tutela delle cure palliative.
Su questo punto voglio essere chiarissima e fare una mia sollecitazione cruciale: le cure palliative rappresentano un pilastro strategico e imprescindibile anche per accompagnare la scelta. Per questo motivo sosterrò gli emendamenti che blindano il percorso assistenziale. È giusto rafforzare nel testo dei vincoli precisi affinché l’accesso al fine vita sia tassativamente preceduto da una verifica rigorosa e dall’effettiva e reale proposta di tutte le alternative terapeutiche e palliative disponibili.
Il coinvolgimento strutturale di esperti del settore bioetico e della medicina palliativa nelle Commissioni di valutazione sarà la firma del nostro impegno. Non si offre una risposta burocratica, ma si garantisce che ogni paziente riceva prima di tutto il mantello della protezione medica contro il dolore. Resta un punto, però: perché questo provvedimento non viene affrontato a livello parlamentare? Tutelare e difendere fermamente la vita in ogni circostanza e con altrettanto rispetto e compassione, garantire la libertà e la dignità della scelta individuale nei casi più dolorosi e complessi è un obiettivo che uno Stato ha il dovere di fissare e gestire a livello nazionale, per il quale non è sufficiente affidarsi ad un orientamento della Corte costituzionale. Ecco perché questa giornata avrebbe dovuto svolgersi a Roma prima che a Venezia.
Il mio voto favorevole sarà per gli emendamenti costruttivi e il mio voto finale sarà di astensione per quanto riferito. Grazie.
Speaker : PRESIDENTE
Grazie, Consigliera.
Consigliera Bigon, prego. Scusi, Consigliera, visto che vedo un bel po’ di Capigruppo, pensavo che ci potrebbe essere l’opportunità, visti i tanti interventi, senza votare questa sera, ma semplicemente per sgravare un po’ la discussione generale, se stessimo qui almeno un’altra oretta, fino alle 19.30. Come la vedete? Senza votare il provvedimento questa sera, ovviamente. È un’oretta in più, ragazzi. Intanto procediamo.
Prego.
Speaker : Anna Maria BIGON (Partito Democratico)
Grazie, Presidente.
Torno a parlare in quest’Aula su un tema che tocca le corde più intime della nostra natura umana, della dignità della persona e della nostra responsabilità istituzionale.
Speaker : PRESIDENTE
Che problema c’è? Probabilmente, come Lovat, vi iscrivete e poi vi disiscrivete. Non li vedete tutti i nomi, perché sono molti. Non li vedete tutti.
Speaker : Anna Maria BIGON (Partito Democratico)
È un tema che tocca le corde più intime della natura umana e della dignità della persona e della nostra responsabilità istituzionale e politica. Quando nel 2024 venne in discussione in questo Consiglio regionale la legge sul suicidio medicalmente assistito, io scelsi l’astensione. È stata per me una scelta difficile, che ha comportato un grande costo, sia da un punto di vista personale che politico. Lo rifarei, perché oggi sono le cose sono completamente cambiate. Oggi il testo viene in quest’Aula a seguito di un grande lavoro emendativo, per porre la persona, in ogni momento della propria vita, al centro, della sua famiglia e delle relazioni, porre al centro le cure palliative.
Su un tema così delicato, le contrapposizioni ideologiche e le polarizzazioni senza un’attività di mediazione rischiano veramente di farci smarrire il punto centrale, ossia la persona, il valore della vita e la sua sofferenza. Papa Francesco in varie occasioni ci ha messo più volte in guardia sulle polarizzazioni, ricordandoci che lacerano i tessuti della società, che non costruiscono, e invece dobbiamo ricomporli nella solidarietà.
Quando questioni così profonde vengono ridotte alle contrapposizioni tra chi difende la libertà e chi difende la vita, rischiamo di dimenticare che, prima di ogni altra cosa, si sta parlando di persone. Ognuno deve avere la capacità di comprendere l’altro, di riconoscere anche le ragioni che non sono le nostre e, proprio per questo, di assumersi la responsabilità di agire. Questo è il senso più alto della politica, quando si affrontano questioni che attraversano la nostra coscienza.
Anche la Corte costituzionale, successivamente, è intervenuta più volte ponendo la questione delle cure palliative come principale. Precisamente dice “priorità assoluta per le politiche della sanità”. È un principio fondamentale. Non possiamo parlare di libertà e autodeterminazione senza guardare le condizioni concrete nelle quali una persona è chiamata a scegliere. Il suicidio non può essere una scelta obbligatoria. Cure che non sono un compromesso al ribasso, ma una delle forme più alte attraverso cui una comunità afferma che una persona vale, in qualsiasi momento, anche nel momento di fragilità, anche quando non può più rendere economicamente.
Dietro alla paura della morte ci sono la paura del dolore, della solitudine, della perdita della dignità. È qui che il servizio pubblico deve dire “io ci sono”. È per questo che, come Gruppo del Partito Democratico, abbiamo depositato, in aggiunta a tutto questo lavoro emendativo, un progetto di legge dedicato, perché questa rete deve essere rafforzata e deve essere resa concretamente accessibile. Da Verona a Venezia, da Belluno a Rovigo, la dignità della cura della persona deve essere uguale per tutti. Questo è un passaggio che per me e la mia coscienza è fondamentale. Non posso imporre il mio credo a chi non crede e non lo condivide, ma non posso nemmeno rinunciare alle convinzioni che orientano le mie scelte. Dobbiamo trovare una mediazione, e la politica è questa.
Ecco perché credo nel dovere della politica fare sintesi. Mediare non significa rinunciare ai propri valori, ma ascoltare e costruire ponti laddove le differenze rischiano di diventare fratture. Giusta è una comunità che non abbandona alla solitudine, è una comunità che si fa carico delle persone fino all’ultimo istante, garantendo sollievo, dignità e vicinanza. È essenziale porre, e non sono le mie parole, l’accento sul tema della dignità della persona malata e del suo dovere inderogabile di cura che grava su ogni persona e in particolare su chi opera nel settore sociosanitario, chiamando in causa l’etica, la scienza medica, la deontologia professionale.
La risposta da dare davanti a tali circostanze comprende il rispetto per il travaglio della coscienza di ognuno, ma soprattutto l’impegno a fare in modo che ogni persona si senta parte di questo contesto di relazioni di qualità che permettono di superare lo sconforto, il senso di impotenza. Una società capace di cura costruisce cammini di speranza non solo per le persone assistite, ma anche per chi se ne prende cura, ed è questa la nostra politica sanitaria e sociale che dobbiamo intraprendere. Grazie.
Speaker : PRESIDENTE
Grazie, Consigliera.
Consigliere Manildo, prego.
Speaker : Giovanni MANILDO (Partito Democratico)
Grazie, Presidente. Ho ascoltato con grandissima attenzione il dibattito di oggi e devo dire che sono felice dell’approfondimento e degli interventi dei miei colleghi.
Incomincio ringraziando l’Associazione Coscioni, le 9.000 persone che hanno firmato il progetto di legge d’iniziativa popolare. Sono d’accordo con il consigliere Galeano. La spinta della partecipazione popolare, della società civile è e sarà fondamentale per riuscire a garantire dei diritti e garantire la libertà alle persone.
Mi trovo d’accordo con gli interventi di chi mi ha preceduto, che dicono che oggi non è una discussione politica, non siamo divisi in partiti, non abbiamo ordini di scuderia, ma cerchiamo di rispondere alle nostre coscienze, cerchiamo di essere utili al Veneto e ai veneti, e questo essere utili vuol dire capire quello che stiamo facendo, senza toni trionfalistici, senza comunicazioni drogate.
Come ha detto il Presidente Zaia nel suo intervento, il diritto esiste già, non facciamo la storia in questo momento. Anzi, dobbiamo essere più umili, dobbiamo cercare di rendere un diritto che esiste già effettivo.
La Corte costituzionale, come spesso accade, i giudici tanto vituperati spesso suppliscono alle mancanze, all’inerzia della politica, anche alla mancanza di coraggio o alla voglia di evitare dei temi che possono essere divisivi ai fini del consenso. Però la Corte costituzionale del 2019, famosa arte sul caso di dj Fabo, ci ha aperto gli occhi e ci ha dato un ambito nel quale dobbiamo legiferare come Regione. Non stiamo parlando di fissare i requisiti. Questi sono già fissati. Si parla... chi ha parlato prima di me li ha detti in modo molto approfondito: la capacità decisionale, la diagnosi infausta, la malattia irreversibile, la sofferenza e il sostegno vitale. Stiamo quindi parlando di casi molto limitati, casi dove è molto difficile trovare un punto di caduta tra due principi fondamentali: quello del principio di chi crede all’autodeterminazione del proprio fine vita oppure di chi considera la vita come un dono. Ma sono proprio questi casi che ci dicono che concretamente dobbiamo dare delle risposte.
Oggi noi, come Consiglieri regionali, dobbiamo concretamente rendere effettiva la possibilità di fruire dell’assistenza, di avere da parte dei servizi sanitari pubblici l’effettività e la possibilità della libertà di autodeterminare il proprio fine vita. Questo lo dobbiamo fare nell’auspicio, poi che, col sostegno e la pressione delle Regioni, finalmente il legislatore nazionale faccia una legge sul fine vita degna del nostro Paese.
Penso che quando incominciamo a entrare nel concreto anche le divisioni, ho sentito alcune interventi contrari a quello che penso io, diciamo molto interessanti perché in alcuni casi mi hanno rafforzato sul mio pensiero, in altri mi hanno detto: beh, bisogna approfondire, dobbiamo cercare di trovare una disciplina che sia un compromesso alto. Lo diceva Annamaria prima. Dobbiamo tenere in considerazione le idee di tutti. È un tema molto difficile, ma dobbiamo avere l’onestà intellettuale di essere disposti a cambiare idea e non partire con frasi fatte, ripetute, degli slogan e capire che effettivamente possiamo, con il nostro impegno, finalmente fare dei passi e far fare dei passi in avanti non soltanto alla nostra Regione, ma alla nostra comunità.
Il tema sugli emendamenti, il tema quando entreremo nella discussione concreta dei singoli punti di questa legge, ci porterà anche la possibilità di portare dei miglioramenti o dei necessari aggiustamenti rispetto a quello che dice la Corte costituzionale rispetto al testo della “Liberi subito”, che, ripeto, è un testo che ha avuto il merito di svegliare le nostre coscienze.
Dico soltanto una cosa. Non dobbiamo continuare ad alimentare questa inconciliabilità, questa alternatività, questa differenza enorme tra cure palliative e suicidio medicalmente assistito. Il fatto che nel testo di legge si parli di entrambe le cose, si cerchi di trovare un contemperamento, si garantisca un diritto e si assolva all’obbligo informativo rispetto alle cure palliative, a cui siamo esortati dalla stessa Corte costituzionale, ci porta a tutti a pensare, a capire che è un tema difficile dove rifugiarsi dietro posizioni precostituite, nascondersi dietro bandiere non ci fa fare assolutamente un passo in avanti.
Io mi fermo qui e ringrazio le persone che hanno lavorato insieme a me, il Gruppo, l’Intergruppo e ringrazio anche la maggioranza perché devo dire che c’è stato un atteggiamento proattivo di cercare di trovare un modo per arrivare a una legge. Sono confidente che il Veneto si possa finalmente dotare di una legge sulla spinta importante delle nove firme dell’Associazione Coscioni col testo di legge “Liberi subito”, ma una legge di cui tutti noi dovremmo essere orgogliosi. È un piccolo passo per rendere il Veneto più attento e più garantista rispetto ai diritti dei cittadini.
Speaker : PRESIDENTE
Grazie, Consigliere.
Consigliere Cunegato, prego.
Speaker : Carlo CUNEGATO (Alleanza Verdi e Sinistra)
Sono molto emozionato, perché io credo che oggi, e ormai forse con il voto di domani, si possa fare la storia in Veneto. Siamo qua a discutere la legge di iniziativa popolare “Liberi subito” dell’Associazione Luca Coscioni per regolamentare il suicidio medicalmente assistito. Io ringrazio l’Associazione per la tenacia, la forza e la passione civile con cui sta combattendo questa battaglia.
Sono d’accordo con quanto è stato detto oggi e anche con quanto ha detto il Presidente Zaia: è veramente incivile un Paese dove il Parlamento non legifera e deve arrivare la Corte costituzionale. Anche perché invece molti altri Paesi hanno legiferato da tempo. Penso ai Paesi Bassi, al Belgio, al Lussemburgo, alla Spagna, al Portogallo, penso alla Svizzera, penso all’Austria. L’Italia no. E questo è un vuoto normativo che pesa.
Ci sono arrivate un po’ alla volta altre Regioni a supplire a questo vuoto: la Toscana, ci è arrivata la Sardegna, l’Emilia. Adesso è il nostro turno e spero che faremo tutti insieme la storia.
Quando parliamo di morte dobbiamo essere davvero cauti, dobbiamo essere davvero delicati, perché io credo che in fondo sia una questione intima, credo che in fondo, quando parliamo della morte, entri in gioco un sistema di valori, una tavola e una visione del mondo che è prettamente personale.
Eppure i greci, mi ricordo, definivano gli uomini “brotoi”, gli uomini sono mortali. Cosa significa che sono mortali? I greci avevano grande consapevolezza della fragilità, della non autosufficienza, della costitutiva finitudine dell’uomo.
È proprio per questo, per loro, il più grande dei vizi era l’“úbris”, cioè, quando l’uomo dimenticava di essere mortale, si credeva immortale, si innalzava al livello degli dei, a quel punto l’uomo si schiantava.
Eppure, perché parliamo di queste cose? Mi rivolgo alla destra: parliamo di queste cose perché la politica, e la politica alta, ha il compito di regolamentare i temi che la contemporaneità ci impone. Il mondo è cambiato, non si parlava di queste cose, perché grazie al cielo la medicina ha fatto clamorosi passi in avanti, abbiamo macchinari medici che fortunatamente hanno consentito di prolungare le vite, abbiamo tecnologie medie che hanno consentito di prolungare le vite. Ma si sa che la tecnologia ha sempre un’altra faccia della medaglia. Per cui, chi siamo noi per dire a una persona che prova un dolore fisico e psichico insopportabile, che non può liberarsi da questo dolore?
È evidente che questo progresso della tecnologia ha imposto un dibattito, perché sono in seguito a questo progresso abbiamo cominciato a parlare di accanimento terapeutico. Proprio in quel momento nasce la bioetica, l’ethos del bios, un’etica della vita sulla nascita, sulla morte, sulla generazione, proprio in quel momento.
Io credo invece che questa sia una discussione eminentemente politica. Su questo ci dividiamo: è una questione eminentemente, in senso alto, politica. Infatti, esiste una bioetica cattolica romana, che è quella che abbiamo oggi sentito riecheggiare nelle parole di Lovat, di Valdegamberi, e in parte anche di Baldan e di Fratelli d’Italia.
Questa bioetica sostiene che la vita, lo ha detto Baldan, vedo che sorride, è sacra. E siccome la vita è dono di Dio, e spesso si riprende il passo del Deuteronomio 32,39: sono io a far vivere e a far morire. Siccome la vita è dono di Dio non è a disposizione della scelta degli uomini. Ben inteso, avere questa etica è assolutamente legittimo. Se la vita è dono di Dio, è sacra e quindi non è a disposizione degli uomini.
Ecco, voi avete tutto il diritto di credere in questi valori, nessuno vi toglie questo diritto. C’è, però, un passaggio che andrebbe discusso. C’è, però, un passaggio dell’etica cattolico romano, della bioetica cattolica romana, che non è conciliabile con una democrazia, cioè l’idea che questi valori morali siano assoluti. È su questo che il nostro Paese deve fare dei passi avanti, perché tutti hanno il diritto in democrazia di avere altri valori. Sennò c’è uno Stato etico, ragazzi miei, esiste un’etica laica. L’etica laica non crede nella sacralità della vita, ma crede nella dignità della vita, crede nella qualità della vita. Il suo motto è: non è bene vivere, ma è bene vivere bene. È chiaro?
Non condivido affatto quanto ho sentito dire oggi dalla destra. Un Paese laico, un Paese democratico è un Paese nel quale lo Stato deve essere la condizione di possibilità del proliferare delle etiche diverse. È questo che rende laico un Paese laico. È questo che rende democratico un Paese democratico. Chi ha un’etica cattolica ha tutto il diritto di averla ed ha quindi il diritto di rapportarsi al tema della morte in relazione ai suoi valori, ma non ha nessun diritto di imporre la sua visione della morte agli altri, perché sennò non siamo in democrazia, ragazzi miei. Ecco perché questa legge che regolamenta ciò che ha già deciso la Corte costituzionale, che ci consente di costruire e regolamentare le istituzioni, ma la discussione con la destra non era su questo oggi. La discussione era sui valori, la discussione era su chi stava dicendo che siccome la vita è sacra, non è mai a disposizione degli uomini.
Deve essere chiara una cosa, che io credo però sia fondamentale. Questa legge non toglie niente a nessuno. Questo è il punto etico politico fondamentale. Questa legge non toglie niente a nessuno. Quando prima Lovat diceva che AVS ha un’etica atea, sbagliava, è un’etica laica, e l’etica laica non significa essere atei, ma significa ritenere che il pluralismo, cioè che ognuno abbia il diritto di fare delle scelte etiche in relazione alle sue idee. Proprio il contrario di quello che dite voi, perché voi vorreste che anche chi non è cattolico, che anche chi non è cristiano, che anche chi crede nella qualità della vita e non nella sacralità della vita, e io credo e spero che siamo tutti d’accordo che ne abbia il diritto, ecco, anche questo deve subire i valori che voi avete deciso di imporgli.
Io credo che sia un passaggio importante. Io credo che l’Associazione Luca Coscioni vada ringraziata ancora. Io credo che sia importante ricordare che in un anno hanno ricevuto 16.000 email di informazione, che ci sono state 580 persone in Italia che si sono informate sull’accesso a tutto questo e quindi io spero veramente che domani, e sono convinto, sia la volta buona e si riesca ad approvare questa legge. Io spero veramente che la nostra Regione, che ovviamente come tutte le altre, gestisce il sistema sanitario, riesca a costruire quelle istituzioni, quelle procedure, quei momenti che consentano ad ognuno di essere in grado di autodeterminarsi, che consentano a ognuno, ad ogni persona che ha una malattia progressiva che soffre e patisce il peso di una sofferenza fisica e psicologica che non riesce più a sopportare, che questa persona abbia il diritto di liberarsene.
Speaker : PRESIDENTE
Grazie, Consigliere.
Consigliere Benetti, prego.
Speaker : Fabio BENETTI (Fratelli d’Italia – Giorgia Meloni)
Grazie, Presidente.
Colleghi Consiglieri, oggi siamo chiamati a discutere una proposta che tocca il punto più delicato che possa esistere: la vita umana. Questa non è una legge come le altre, perché non stiamo parlando di organizzazione amministrativa o di risorse economiche, stiamo discutendo di un principio che riguarda tutti noi e che definisce il tipo di società che vogliamo essere. Per questo sento una responsabilità enorme, una responsabilità prima personale che politica. Sinceramente non mi sento legittimato a decidere quanto valga una vita, non mi sento autorizzato a stabilire quando una sofferenza diventi così grande da rendere accettabile che lo Stato intervenga per favorire la morte di una persona.
Il ruolo della politica è certamente quello di prendere decisioni difficili, ma esistono confini che meritano prudenza, umiltà e rispetto, perché una cosa è comprendere il dolore di chi soffre e un’altra è trasformare quella sofferenza in un criterio giuridico per autorizzare la morte assistita.
Io credo che nessuno possa restare indifferente davanti alla disperazione di chi affronta malattie gravissime, dolori insopportabili o condizioni senza speranza. A quelle persone va tutta la nostra vicinanza umana. Non c’è giudizio nelle mie parole, c’è rispetto, c’è compassione, c’è la consapevolezza che nessuno di noi può davvero immaginare fino in fondo cosa significhi vivere determinate situazioni. Ma proprio per questo ritengo che la risposta delle istituzioni debba essere quella di accompagnare, curare e sostenere, mai quella di rinunciare, perché il compito dello Stato, a mio avviso, non è quello di facilitare la morte, ma di rendere la vita, anche nei momenti più difficili, il più possibile libera dal dolore, dalla solitudine e dall’abbandono.
Se vogliamo davvero fare qualcosa di concreto, concentriamo le nostre regie sul rafforzamento delle cure palliative, della terapia del dolore, dell’assistenza domiciliare, del sostegno alle famiglie. Facciamo in modo che nel nostro Paese possano arrivare ed essere resi disponibili tutti i farmaci, naturalmente nel rispetto delle autorizzazioni scientifiche e delle norme vigenti, che possono contribuire ad alleviare la sofferenza. Investiamo nella ricerca, nella medicina, nell’assistenza e nella dignità della persona. Spesso ciò che una persona chiede non è la morte, chiede invece di non essere lasciata sola, di non essere un peso, di non soffrire, ed è su queste richieste che la politica deve dare risposte.
C’è poi un altro aspetto che mi preoccupa profondamente. Le leggi non disciplinano soltanto dei comportamenti, ma trasmettono anche un messaggio culturale. Quando lo Stato introduce una possibilità, inevitabilmente comunica che quella possibilità è una scelta socialmente riconosciuta, e io temo che con il passare del tempo le persone più fragili possano sentirsi indirettamente spinte a considerare la propria morte come una soluzione, magari per non gravare sui familiari, sul sistema sanitario o sulla società. È un rischio che non possiamo sottovalutare.
La libertà è certamente un valore fondamentale, ma la libertà esiste davvero solo quando una persona è accompagnata, sostenuta e libera dalla paura di essere un peso. Diversamente rischiamo di chiamare libertà ciò che invece nasce dalla disperazione.
Per questo oggi il mio voto sarà contrario. Non per rigidità ideologica, ma perché credo che il valore della vita non possa essere affidato a una valutazione normativa. Come non scegliamo di venire al mondo, così penso che la risposta della comunità non debba essere quella di accompagnare qualcuno verso la morte, ma di accompagnarlo nella vita fino al suo termine naturale, con tutta la cura, la vicinanza e la dignità possibile. È questa l’idea di società che sento di rappresentare: una società che non abbandona chi soffre, una società che investe nella cura anziché nella rinuncia, una società che, davanti al dolore non volta lo sguardo dall’altra parte, ma tende la mano.
Con questo spirito, con rispetto verso ogni posizione e verso ogni storia personale, esprimo la mia convinta contrarietà a questa proposta di legge. Grazie.
Speaker : PRESIDENTE
Grazie, Consigliere.
Consigliere Montanariello, prego.
Speaker : Jonatan MONTANARIELLO (Partito Democratico)
Grazie, Presidente.
Presidente e colleghi, oggi siamo chiamati a votare su una questione che riguarda certamente un tema delicatissimo e lo abbiamo visto dagli interventi che si sono susseguiti, ma che prima ancora riguarda un principio fondamentale del nostro Ordinamento: la certezza delle regole e dei tempi nell’esercizio di un diritto e nell’attuazione di una procedura prevista dalla Costituzione e dalla legge. Nulla che ci inventiamo noi.
L’iniziativa di legge popolare che abbiamo davanti nasce dalla società civile, che chiede alla Regione di assumersi una responsabilità precisa: stabilire una procedura e tempi certi per dare attuazione a quanto già previsto in una sentenza.
Essere favorevoli a questa iniziativa non significa banalizzare il tema della morte volontaria e medicalmente assistita, al contrario, significa riconoscere che, davanti alla sofferenza, alla malattia irreversibile, alle scelte più drammatiche che una persona possa trovarsi ad affrontare, le Istituzioni non possono rispondere con l’incertezza, con rinvii o con procedure infinite.
Il punto del voto di oggi è molto semplice, anche se il tema che lo accompagna è tutt’altro che semplice. Vogliamo, con una procedura che è stata prevista da una sentenza della Corte costituzionale, abbia modalità e tempi certi, oppure accettiamo che la sua concreta applicazione possa dipendere dall’incertezza dei tempi amministrativi? Io credo che la risposta debba essere la prima, perché la certezza della procedura non obbliga nessuno a compiere una determinata scelta, non obbliga il malato a chiedere il suicidio medicalmente assistito, non obbliga il medico ad agire contro la propria coscienza nei limiti e, secondo, le garanzie previste dall’Ordinamento, non stabilisce che una vita abbia meno valore di un’altra vita. Stabilisce semplicemente che, quando una persona ha presentato una richiesta, prevista dalla legge e sottoposta a rigorose condizioni, quella richiesta debba essere presa in carico, valutata e definita attraverso un percorso trasparente e verificabile con tempi certi. Ed è proprio per questo, a mio avviso, il senso più autentico della parola garanzia.
Una garanzia non è soltanto dire quali siano le condizioni per accedere alla procedura, è anche assicurare che quella procedura possa concretamente essere esercitata senza che l’attesa diventi essa stessa una forma di sofferenza.
Parliamo spesso di dignità e dignità significa anche questo: non lasciare una persona da sola davanti all’incertezza del proprio momento, nel momento più difficile della sua vita.
Questo Consiglio regionale non deve sostituirsi alla coscienza delle persone e non deve trasformare una questione così delicata in uno scontro ideologico. Dobbiamo invece fare ciò che compete alle Istituzioni, dare regole chiare, garantire diritti e responsabilità, assicurare controlli e trasparenza, e impedire che la sorte di una richiesta dipenda dall’assenza di una procedura uniforme e definita.
So bene che su questo tema esistono sensibilità diverse e convinzioni profonde, lo abbiamo visto da questa mattina, ed è giusto così, ci mancherebbe anche altro che fosse il contrario; ma proprio perché stiamo parlando di una materia che tocca la vita, la sofferenza, la libertà individuale, la responsabilità dei medici, abbiamo ancora più bisogno di Istituzioni capaci di costruire regole e di non lasciare vuoti.
Il voto di oggi, dunque, non deve essere letto come un voto sulla dignità della vita, perché la dignità della vita non la mettiamo in discussione, né noi, né questa proposta di legge. È in discussione la capacità delle Istituzioni di accompagnare una persona che si trova in una condizione estrema, garantendo che la sua richiesta venga esaminata secondo legge, con tutte le verifiche necessarie, ma anche senza tempi indefiniti.
Per questo io voterò a favore, perché credo che quando l’ordinamento riconosce una procedura, la politica abbia il dovere di rendere possibile l’applicazione concreta attraverso tempi certi. E perché credo che davanti alle scelte più difficili, il compito delle Istituzioni non sia scegliere al posto delle persone, ma sia garantire che nessuno venga lasciato solo, che nessuna richiesta venga ignorata, e che la legge valga davvero, anche nei momenti più fragili dell’esistenza.
Voglio dirlo con chiarezza: questa non è la cultura della morte, colleghi, è la cultura del rispetto. La cultura della morte non è questa. Qua si sta perpetrando un’idea di rispetto anche per chi viene chiamato ad avere una possibilità che non deve per forza essere chiamato a scegliere. È come il divorzio: non è che siccome abbiamo fatto la legge sul divorzio, uno deve divorziare per forza, o siccome c’è la legge sull’aborto, uno deve abortire per forza. Ha la possibilità di avere una libertà in uno Stato laico che gli permette di accedere a un percorso che, tra l’altro, è già previsto.
Rispetto per la vita, innanzitutto, ma anche rispetto per la persona, per la sua sofferenza, per la sua coscienza e per le sue scelte, quando ricorrono le condizioni previste dalla legge. Quindi, non sono vere le menzogne, le bugie, le chiacchiere, neanche da bar, ho troppo rispetto per i bar, per dire chiacchiere da bar, quando sentiamo qualcuno che in cerca di visibilità e del minuto di gloria snatura un principio sacro all’interno delle persone che è il rispetto della vita, dicendo: domani uno è vecchietto, non tira la pensione a fine mese e mi ammazzo. Uno è depresso: voglio ammazzarmi. Queste sono bugie e io non ho mai detto che in quest’Aula qualcuno si deve vergognare, ma chi oggi ha detto: quando un ragazzo è depresso può chiedere di uccidersi è un bugiardo, è un bugiardo politico, è un bugiardo amministrativo, è un bugiardo legislativo ed una persona che non ha onestà intellettuale, perché tutto può fare tranne che decidere con queste procedure di porre fine alla tua vita perché lo vuoi. Tanto se uno lo vuole fare non gli serve la legge purtroppo, ahimè, purtroppo, ahimè. E se ci sono delle richieste respinte vuol dire che le procedure e le Commissioni funzionano.
Non significa essere indifferenti alla vita nel considerare la morte una soluzione, significa avere il coraggio di stare accanto a chi vive una condizione estrema senza giudicarlo e senza lasciarlo solo perché rispettare una persona significa anche ascoltarla, significa garantirle che la sua richiesta venga presa in considerazione, verificata con regole e affrontata secondo regole e tempi certi, che sia sì o che sia no.
E poi c’è una responsabilità che appartiene a chi ha scelto di fare il legislatore, colleghi, a tutti noi: affrontare i problemi, anche quelli difficili e anche quelli divisivi. Un legislatore serio non può mettere la testa sotto la sabbia davanti a una realtà che esiste, non può pensare che non decidendo il problema scompaia. I problemi non si risolvono ignorandoli, si affrontano, si discutono, si regolamentano con equilibrio, responsabilità e rispetto delle diverse sensibilità, che è quello che noi oggi siamo chiamati a fare. Non dobbiamo scegliere al posto delle persone, dobbiamo costruire le condizioni perché quando la legge riconosce una possibilità, questa possa essere esercitata attraverso un percorso serio, rigoroso e trasparente rispettoso.
Questa non è la cultura della morte, colleghi. Lo dico per tutti coloro che lo dicono col petto in fuori, come se vantarsi di stare su un’Aula che discute della cultura della morte voglia dire portare una spennellata di dignità e di bellezza al popolo veneto qui rappresentato. In quest’Aula non si discute di cultura della morte, né se tu la pensi in un modo né se tu la pensi in un altro. Si discute di leggi che siamo chiamati, scelti, eletti e pagati per fame e governare i processi amministrativi e legislativi, visto che siamo legislatori e non amministratori locali.
È quindi chi dice che oggi noi avvaloriamo la cultura della morte, secondo me, dovrebbe chiedere scusa a quest’Aula nobile, che ha fatto leggi importanti per questa Regione, perché essere contrari a un progetto di legge non vuol dire demonizzare la dignità di chi soffre e di chi non soffre ma ha un’etica per portare avanti alcuni princìpi. Questa non è la cultura della morte, è la cultura del rispetto, rispetto della vita, rispetto della sofferenza, rispetto della libertà e, soprattutto, rispetto della dignità delle persone fino alla fine.
Quando dicono che noi chiamiamo le Regioni su un tema che non le riguarda, anche quella è una bugia amministrativa e legislativa, perché lo hanno già fatto tre Regioni e la Corte costituzionale non ha bloccato o impugnato la legge. Quindi, quando dite che non è compito nostro, è vero che c’è un grande assente che è il Parlamento, con tutti i colori politici che si sono susseguiti negli ultimi anni, ed è un grande assente, destra e sinistra, tutti. Se avessimo impiegato il tempo che si perde per discutere delle leggi elettorali negli ultimi vent’anni a parlare del fine vita, forse avremmo una legge nazionale. Su questo, mea culpa, mea culpa, mea culpa tutti. Però è anche vero che non può essere – e chiudo, Presidente – che in una regione, anche di fronte al dolore, devi essere fortunato ed essere nato nella parte giusta della regione. Se sei malato dove c’è un’ASL con un direttore o un medico più sensibile, la procedura va più veloce. Se sei chiamato di fronte a uno che magari ha dei problemi di etica, pur legittimi, la procedura va più lenta.
Questo vuol dire anche tutelare chi gestisce la nostra sanità, perché non può essere che anche di fronte alla morte, di fronte alla sofferenza, di fronte alle cure, a qualsiasi cosa, ma in questo caso in merito alla dignità della vita, devi essere nato nella parte giusta della regione, devi essere fortunato, devi rivolgerti a un’ASL che ti dà la risposta, altrimenti vuol dire che la vita non ha pari dignità per tutti.
I diritti (e chiudo davvero, Presidente), sapete perché si chiamano diritti?
Speaker : PRESIDENTE
Non abbiamo bisogno della spiegazione. Chiudiamo.
Speaker : Jonatan MONTANARIELLO (Partito Democratico)
…Perché sono un dato universale, altrimenti sarebbero privilegi.
Speaker : PRESIDENTE
Grazie.
Consigliere Besio, prego.
Speaker : Laura BESIO (Fratelli d’Italia – Giorgia Meloni)
Grazie.
Presidente, colleghi, parlo in punta di piedi, ma con grande consapevolezza e anche con una certa ammirazione per chi, di fronte a questi temi, ha certezze granitiche. È chiaro a tutti noi che questa è una materia che fa porre dubbi, giustamente, sul piano etico, sul piano della percezione, delle esperienze personali, delle convinzioni più intime. È altrettanto chiaro che oggi non stiamo parlando soltanto tra di noi, stiamo parlando a migliaia di cittadini che sono fuori da quest’Aula e che ci stanno guardando con attenzione, e non solo in Veneto.
Non mi appartengono le semplificazioni o le tifoserie. Non posso accettare di credere che si sia favorevoli o contrari alla morte a seconda di come si vota, perché in mezzo ci sono questioni enormi come il significato della dignità, il concetto di libertà, il valore della cura, la vulnerabilità della persona, la responsabilità delle istituzioni. Certo è che ragionare su una legge sul suicidio un dubbio legittimo lo pone. Mi aspetto, quindi, che ciascuno di noi abbia fatto un vero lavoro di coscienza e arrivi oggi a una decisione libera, legittima e profondamente meditata. E mi aspetto anche, soprattutto dopo il voto, che nessuno provi a raccontare che chi ha votato contro o si è astenuto sia sordo alla sofferenza.
Io questo lavoro di coscienza ho cercato di farlo e mi sono posta una domanda molto semplice: e se un giorno capitasse a me? Se fossi io quella persona, se fossi io quella malata, se fossi io quella dipendente dagli altri, se fossi io quella che non riesce più a fare ciò che faceva prima, cosa chiederei? Subito dopo, mi sono posta, però, anche una seconda domanda, ancora più difficile: quanto sarebbe veramente libera la mia scelta? Una richiesta di suicidio medicalmente assistito può certamente nascere dal dolore fisico, ma può nascere anche dalla sofferenza psicologica, dalla depressione, dalla solitudine, dalla paura, dal senso di colpa per il peso che si pensa di imporre ai propri familiari, dalla mancanza di assistenza, dalle difficoltà economiche.
Allora dobbiamo dirlo con chiarezza: una scelta può apparire formalmente libera, ma può non esserlo pienamente sul piano sostanziale, perché la libertà non è solo poter scegliere tra A e B; la libertà è anche avere realmente la possibilità di scegliere A e poter dire “voglio vivere ancora”, sapendo che qualcuno si prenderà cura di me, sapendo che non sarò solo, sapendo che il dolore verrà curato, sapendo che la mia famiglia non sarà lasciata sola, sapendo che esiste una rete, una comunità, un sistema capace di accompagnarmi. Ed è qui, a mio avviso, che entra nel dibattito una domanda che rischia di rimanere sullo sfondo. In questa rappresentazione che viene fatta, c’è l’individuo e ci sono le istituzioni, ma la comunità è sparita? La famiglia dov’è, e tutti quei corpi intermedi?
Una persona è certamente più esposta alla disperazione quando è sola. Il Veneto invece ha una rete straordinaria di famiglie, associazioni, volontariato, professionisti, realtà che ogni giorno si prendono cura delle persone fragili. Quella rete dobbiamo rafforzarla, non sostituirla, perché io credo che sia molto più difficile desiderare la morte quando una persona è adeguatamente curata, quando il dolore è controllato, quando non è lasciata sola, quando è circondata dall’affetto dei propri cari o anche semplicemente da qualcuno che le dica “io ci sono”. La domanda vera, infatti, oggi è: siamo capaci di garantire tutto questo a tutti: cure palliative e terapia del dolore e assistenza domiciliare, hospice, formazione del personale, sostegno ai caregiver, contrasto alla solitudine e la presa in carico dei fragili? È qui che la Regione può e deve fare la propria parte. Questo per il merito.
Per il metodo. La replica è chiara: non stiamo votando il fine vita oggi, esiste già.
Ma questo non può diventare il pretesto per costruire per via amministrativa una procedura regionale sul fine vita senza una cornice legislativa nazionale, perché è chiaro, è chiarissimo che il confronto politico e legislativo sul significato e sulle conseguenze del suicidio medicalmente assistito non si è affatto concluso. Oggi esiste per ritaglio, non perché una legge lo abbia istituito come una prestazione sanitaria, ma perché la Corte costituzionale ha individuato un’area circoscritta di non punibilità. Però un conto è dire: lo Stato non ti punisce se ricorrono determinate condizioni. Altra cosa è dire lo Stato ti garantisce questa possibilità come un diritto. Quel passaggio dalla libertà il diritto non è automatico ed è esattamente la scelta politica che oggi ci viene chiesto di compiere, chiedendo di dare corpo a questa norma.
Le norme producono cultura quando le fai, perché una volta che una pratica entra stabilmente nel perimetro sanitario istituzionale cambia inevitabilmente anche il modo in cui una società guarda quella pratica. E cambia anche il modo in cui la medicina guarda il proprio compito, perché la medicina nasce per curare, per alleviare la sofferenza, per accompagnare. Non possiamo ignorare quanto sia profonda la trasformazione della relazione terapeutica quando al medico viene chiesto non solo di curare e accompagnare, ma anche di concorrere alla morte del proprio paziente.
Sì, non mi vergogno a dirlo. Io sono sinceramente preoccupato della deriva che possa assumere una decisione che, limitata al singolo caso, può essere animata dai più umani degli impegni. Ma cosa accade quando quella soluzione diventa una regola? Dove fissiamo il confine? Soprattutto chi garantisce che quel confine non venga progressivamente spostato?
Non sto facendo allarmismo, intendiamoci, non sono neanche una persona bigotta, ma per metodo e per ruolo mi pongo delle domande anche scomode. Io sto dicendo che dobbiamo guardare anche alle esperienze di altri Paesi. Nei Paesi Bassi, i primi che hanno legalizzato la dolce morte nel 2002, avevano 1.800 di questi decessi, nel 2025 ne avevano 10.000 e oltre. In Belgio la legislazione è stata estesa ai minori e sono stati registrati casi riguardanti bambini e adolescenti. Questo non significa che domani accadrà la stessa cosa in Veneto, significa che le conseguenze di una scelta legislativa vanno osservate.
E poi c’è una questione che non possiamo rimuovere, cioè quella economica.
Ora non voglio nemmeno pensare che qualcuno voglia risparmiare sulla vita delle persone, sia chiaro, ma non posso fingere che l’assistenza sanitaria non abbia una dimensione economica. Assistere una persona gravemente malata e non auto richiede risorse, richiede personale, richiede tempo, strutture, famiglie, denaro pubblico, perché il rischio che dobbiamo scongiurare è terribile: che una società finisca, magari senza volerlo, per distinguere tra chi autonomo, è efficiente, produttivo, performante e chi diventa fragile, dipendente, bisognoso, e che proprio a quest’ultimo venga offerta una via d’uscita più semplice: oggi sei utile e ti offro e domani... e quindi oggi sei da proteggere, domani sei fragile e ti offro una scorciatoia.
Io non voglio vivere in una società che trasmetta anche solo implicitamente, intendiamoci, questo messaggio, perché quando una pratica viene prevista, organizzata e offerta dal sistema sanitario cambia inevitabilmente anche la percezione sociale di quella pratica, e proprio per questo, come Fratelli d’Italia, per cui la vita non è un tema tra gli altri, è un valore fondante, non negoziabile dobbiamo essere estremamente prudenti quando parliamo di persone vulnerabili.
Io rispetto profondamente chi ha firmato questa proposta. Rispetto le migliaia di cittadini che hanno espresso una convenzione. Rispetto soprattutto le persone che hanno vissuto direttamente situazioni di sofferenza e che hanno maturato anche sulla propria pelle una posizione diversa dalla mia. Rispetto ogni collega che sostiene, con convinzione delle proprie idee, io sono cattolica e cristiana e non rinuncio a dirlo, per me la vita è un dono e non una prestazione, ma lo dico semplicemente perché la mia fede fa parte della mia coscienza, non ho motivo di nasconderlo. Ma oggi in quest’Aula non sono certo a chiedere a nessuno di votare secondo una fede, secondo la mia fede. Io sono qui per chiedere a tutti di confrontarsi con una domanda molto laica. Vogliamo una società che davanti alla fragilità dica: “Non sei più solo” o una società che rischi di dire: “Se vuoi puoi smettere di esserci”?
Perché so già che qualcuno proverà a raccontare che chi ha votato contro è sordo alla sofferenza. Non è così. Votare contro questa proposta non significa ignorare la sofferenza, significa scegliere un’altra direzione: chiedere che il Veneto investa ancora di più nella cura e nell’accompagnamento affinché nessuna persona arrivi alla fine della propria esistenza pensando di non avere alternative. Oggi il mio voto sarà contrario perché credo che chiedere di morire non sia mai un gesto di libertà, ma un gesto piuttosto di solitudine, mai un atto di autodeterminazione, ma un grido di aiuto, perché una società è davvero umana quando tutela la vita, soprattutto nella fragilità. Stiamo ragionando su come rendere più semplice la morte attraverso una legge.
Io chiedo di concentrarci su quanto abbiamo ancora tanto da fare per rendere più dignitosa la vita nella sofferenza. Grazie.
Speaker : PRESIDENTE
Grazie mille.
Consigliere Trevisi, prego.
Speaker : Gianpaolo TREVISI (Partito Democratico)
Grazie, Presidente, grazie a tutte e a tutti.
Oggi vado via dall’Aula sicuramente più ricco dentro: una giornata leggermente diversa rispetto alla giornata che vivemmo quando ci sono state delle nomine. Oggi abbiamo fatto la politica quella vera, quella importante, quella che comunque vadano a finire le cose, ci arricchisce davvero di più.
Parlando verso la fine, si rischia, su alcune cose, di ripetersi, però mi ricollego a quanto aveva detto il consigliere Morosin, citando anche io Dante. Però, prima di fare questo, ho ringraziato tutti quanti voi, e devo ringraziare il dottor Silvestri, che sta qui da stamattina, senza mai un tablet o un telefonino davanti, ci ha ascoltato parola per parola, quindi lo ringrazio di vero cuore. Ringraziando lei, ringrazio pure le 9.072 persone che hanno firmato.
Se ci fosse il tempo, se avessi il tempo, mi piacerebbe fare il nome di ognuno di loro, questa sarebbe la giusta risposta alle centinaia di mail che ci sono arrivate da tutte le parti d’Italia, alcune più educate e cortesi, altre meno cortesi per dirci che noi stavamo votando per la morte.
Però mi ricollego a quanto detto dal collega Morosin, citando la stessa cosa che lui ha detto di Dante, appunto: “Libertà va cercando, ch’è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta”. Sono le parole che Dante nel primo canto del Purgatorio dedica a Catone. Catone che si toglie la vita perché non voleva chiedere la grazia a Giulio Cesare, che stava spazzando via la Repubblica, cioè, lui per la libertà si toglie la vita. E Dante non lo mette all’inferno. Catone era pagano, si era tolto la vita, ma non lo mette all’inferno, lo mette nel Purgatorio, lo mette a capo del Purgatorio. Perché? Perché Dio stesso è innamorato degli uomini assetati di libertà. Cacciari dice che in questo caso Dio sospende il proprio giudizio, ed è per questo motivo che Catone non va all’inferno.
E allora, possiamo noi farci una domanda, perlomeno farci una domanda? Perché in quest’Aula è importante dare risposte, ma farci anche nelle domande: possiamo considerare il fatto che una persona che so che sta in quelle famose condizioni di cui abbiamo parlato, consideri il proprio corpo una specie di dittatura? Quando io ho un corpo che non mi consente più di abbracciare, di essere abbracciato, di mangiare, di bere, in alcuni casi che non mi consente perfino più di respirare? Può essere considerata una dittatura, quella del mio corpo? Posso io avere la voglia di gridare, di volere la libertà? Arrivo a un secondo punto e torno sempre alla mia prima famiglia. Nel nostro logo, continuo a dire “nostro”, amato anche dal consigliere Borgia nel nostro logo della Polizia di Stato, c’è il nostro motto, che è “sub lege libertas”. Che meraviglia! Perché poi, alla fine, nessuno di noi è libero se non c’è una legge che ci consente di essere liberi. Senza le leggi, senza i diritti, ci sarebbe l’anarchia totale, e invece siamo liberi sotto la legge: sub lege libertas.
Nel nostro logo, nel nostro stemma araldico della Polizia di Stato, sapete qual è il disegno che più si vede? Il leone. Io non so se sia il fratello del Leone di Venezia, però c’è un leone che tiene in mano un gladio, tiene in mano una spada, che è un simbolo di forza, che è un simbolo di potenza.
Io credo che oggi questo famoso Parlamento dei veneti di cui parliamo sempre, di cui io mi onoro di far parte, abbia la capacità di dire quanto il Veneto è forte anche su questo tema, quanto il Veneto sia in grado di dire che nell’assenza del Parlamento italiano, che nell’assenza di tante altre cose ci siano dei Consiglieri che abbiano il coraggio di votare un qualcosa che regolamenta un qualcosa che deve essere assolutamente regolamentato. L’abbiamo detto, ci sono uomini e uomini di Chiesa con i quali io ho parlato che mi dicono questo, che c’è bisogno di un qualcosa che regola questo. Quando io ho sentito gli interventi tutti interessantissimi di chi è per il sì e di chi è per il no, non vedo nel testo che abbiamo visto e rivisto con gli emendamenti, con i subemendamenti, qualcosa che parli del fatto di favorire la morte, qualcosa che parli del fatto che nessuno voglia che ci siano le cure fino alla fine, che ci sia l’assistenza della famiglia e del meraviglioso personale sanitario fino alla fine. Nessuno sta dicendo questo.
Così come non credo possa essere ipotizzabile il fatto che se apriamo adesso questo piccolo spiraglio chissà cosa succederà tra un anno, fra due anni, fra tre anni. Noi stiamo ragionando di fare qualcosa adesso sul passato, su qualcosa che è già successo o che non è successo così come doveva andare.
Davvero concludo perché i miei interventi sono tanti con una frase di Beppino Englaro che dopo 17 anni in cui la figlia stava in uno stato vegetativo disse che la vita è libertà di vivere non una condanna a vivere. Grazie.
Speaker : PRESIDENTE
Grazie, Consigliere.
Consigliere Szumski, prego.
Speaker : Riccardo SZUMSKI (Szumski – Resistere Veneto)
Grazie, Presidente. Colleghi Consiglieri, cittadini veneti, è difficile fare per me questo intervento, da medico. Tra poco saranno 48 anni di laurea e 40 anni di pratica di medicina di famiglia, dopo quelli trascorsi in ospedale e prima e anche da studente ancora due anni nelle corsie di ospedale, che ho affrontato e seguito le problematiche della gente che sta male, seguendo una cosa che mi hanno insegnato: tu devi curare, assistere, cercare di accompagnarli sempre e difendere la loro vita in estremo. Questo è il mio percorso con notti passate, il mio telefono era aperta H24, con cure palliative che facevo prima che le istituisse la Regione Veneto per conto mio. Praticamente ho iniziato probabilmente con mia nonna nel 1986, nella fase finale, in cui, senza chiedere niente a nessuno, in una situazione in cui non c’era possibilità, aveva 94 anni peraltro, ho portato quella che era una sedazione ante litteram.
E in questo percorso, io, devo dire, ho sempre trovato gente che voleva vivere fino in fondo anche nelle difficoltà, e su questo ci siamo cimentati e abbiamo giurato di fare questo. In qualche caso, lo dico, ma sta anche nelle cronache della stampa, già da tempo, oltre 10 anni, credo, ho praticato all’interno del sistema sanitario la sedazione assistita nella fase veramente finale, quando ci guardavamo negli occhi con gente che non respirava. In questo caso era una mia decisione, insieme con la famiglia e col malato, senza protocolli, senza burocrazia, senza Commissioni, ma era il risultato finale di un percorso assistenziale vissuto intimamente, perché ho pianto con le famiglie, con chi se ne andava e mi guardava negli occhi perché non aveva più il fiato di parlare perché soffocare è una gran brutta sensazione. Li abbiamo aiutati e non c’era sicuramente un’indicazione. Adesso possiamo deciderlo qualche mese prima, due o tre mesi prima in che situazione perché c’era sempre questo aiuto.
Allora ben vengano tutte le proposte di ulteriormente rafforzare le cure palliative. Mancano gli uomini, parliamoci chiaro. Sono discorsi che si fanno. Dobbiamo ritrovarli, dobbiamo cercare di prepararli. Adesso bisogna fare dei corsi un po’ particolari di preparazione. Tutto va bene, però io, e non credo di poter accettare nessuna critica nel senso che per me non posso votare da medico una cosa che è assistenza, è scritto lì, al suicidio assistito, perché io non praticherei mai il suicidio con una sostanza letale a una persona. Per questo il mio voto non può che essere contrario.
Speaker : PRESIDENTE
Grazie, Consigliere.
Consigliere Rigo, prego.
Speaker : Filippo RIGO (Lega-Liga Veneta)
Grazie, Presidente. Buongiorno, buonasera, anzi, colleghi.
Se alziamo lo sguardo oltre i confini del nostro Paese, ci accorgiamo che la storia recente ha già scritto delle pagine che noi stiamo solo iniziando a sfogliare. Penso a Paesi come il Canada, dove il programma di assistenza medica alla morte, nato per casi eccezionali, si è progressivamente esteso; penso al Belgio, ai Paesi Bassi, dove le maglie della legge si sono progressivamente allargate, trasformando quello che era nato come un provvedimento estremo e un gesto di compassione in una prassi ordinaria diventata quasi amministrativa.
Guardare al mondo io credo che non serva per giudicare le altre nazioni, ma per comprendere una verità storica: quando si decide di codificare la morte, o la fine della vita, il confine del diritto non rimane mai fermo, si sposta inesorabilmente sempre più avanti.
È con questa preoccupazione che ci accostiamo a questo dibattito. Voglio rivolgere alla Giunta, al Presidente Stefani, un sincero ringraziamento, e ai colleghi, per la stesura degli emendamenti che sono stati proposti.
Riconosco il forte valore di questo lavoro, un tentativo serio e responsabile di sanare le evidenti criticità legislative che il testo originario portava con sé. Questa riscrittura ha cercato di porre un argine per correggere errori procedurali e per evitare che questa Regione precipitasse in un vuoto.
Pur apprezzando fortemente lo sforzo dei colleghi e della Giunta, la mia posizione rimane contraria, perché nessun emendamento, per quanto tecnico e accurato, può cambiare la natura profonda di questa norma.
Il motivo risiede nella convinzione che ritengo invalicabile: la delicatezza di questa materia non può essere frammentata in 20 Regioni diverse. Io credo che debba essere il Parlamento a legiferare, e solo il Parlamento, su temi che investono i diritti costituzionali e civili dei cittadini, anche per evitare che ci siano cittadini di serie A o di serie B, o per evitare che ci siano cittadini che hanno un trattamento diverso a seconda della Regione in cui nascono, o in cui risiedono.
C’è un dubbio anche più profondo, un dubbio dal punto di vista etico che mi impedisce di dare il mio consenso a questa norma. Dobbiamo avere il coraggio di guardare oltre il perimetro tecnico di questa legge; dobbiamo chiederci quale strada stiamo imboccando. Il mio timore, motivato e forte, è che provvedimenti come questo, pur mossi talvolta da intenzioni di pietà – io capisco le posizioni di chi è a favore di questa norma, capisco chi ha avuto l’esigenza di normare il dolore – finiscano però per tracciare una strada molto pericolosa e senza ritorno, una strada che rischia di portarci verso l’eutanasia.
Purtroppo i Paesi che ho citato prima sono andati tutti inesorabilmente verso quella direzione. Quando lo Stato o le sue articolazioni regionali iniziano a codificare i requisiti, i tempi, le modalità con cui una vita può essere terminata all’interno delle strutture pubbliche, si compie un salto culturale, secondo me, molto pericoloso. Il rischio è che l’eccezione si trasformi in una norma. Il rischio è che nelle percezioni dei più deboli, dei malati, dei gravi, degli anziani rimasti soli, il diritto di morire si trasformi lentamente e subdolamente in un dovere a morire per non pesare magari sulla società o sulle famiglie.
La vera dignità che le istituzioni debbono garantire non risiede nell’offrire una procedura burocratica abbreviata. La vera dignità sta nel non lasciare mai nessuno solo, soprattutto nel momento del dolore e soprattutto nel momento del bisogno; sta nel potenziare nel modo straordinario le cure palliative, nell’investire nella terapia del dolore e nel garantire che ogni malato terminale riceva tutto l’amore, l’assistenza e la vicinanza umana e medica possibile, fino all’ultimo istante di vita.
Grazie, Presidente.
Speaker : PRESIDENTE
Prego, consigliere Barbera.
Speaker : Claudia BARBERA (Fratelli d’Italia – Giorgia Meloni)
Grazie, Presidente.
Parto da un concetto che è stato ribadito anche da tanti altri colleghi in quest’Aula. Su un tema come questo credo che servano innanzitutto rispetto, misura e chiarezza. Per questo anch’io intervengo in punta di piedi. Rispetto per chi vive condizioni di sofferenza estrema, per le famiglie e per i sanitari, e rispetto anche per sensibilità diverse dalle nostre. Ma proprio per questo dobbiamo essere anche molto chiari su ciò che stiamo decidendo. La Corte costituzionale non ha riconosciuto un generale diritto di terminare la propria vita trasformando il suicidio medicalmente assistito in una normale prestazione sanitaria. La sentenza n. 242 del 2019 ha individuato condizioni rigorose e una circoscritta area di non punibilità. E una cosa è stabilire quando una condotta non è penalmente punibile, altra cosa è stabilire quali obblighi organizzativi e prestazionali debba garantire la sanità pubblica o la Regione.
Le recenti sentenze della Consulta si ricordano inoltre che l’autodeterminazione non vive nel vuoto, ma deve essere bilanciata con la tutela della vita e soprattutto delle persone più vulnerabili. La sentenza n. 152 del 2026 richiama un rischio che considero fondamentale: quello di una pressione sociale indiretta sulle persone malate, anziane e le persone sole. Ed è qui che mi interrogo, e secondo me dobbiamo interrogarci: quanto è davvero libera una persona che si sente un peso per la propria famiglia? Quanto è davvero libera una scelta maturata nella solitudine, nel dolore o in assenza di un’assistenza adeguata?
Per questo credo che, prima di parlare di procedura per il suicidio assistito, abbiamo il dovere di assumersi fino in fondo la responsabilità di garantire cure palliative, terapia del dolore, assistenza domiciliare, hospice, sostegno psicologico e aiuto concreto alle famiglie e ai caregiver. Perché non basta dire che difendiamo la vita, dobbiamo creare le condizioni perché quella vita possa essere accompagnata dignitosamente fino alla fine e fino all’ultimo momento.
C’è poi una questione istituzionale: una materia che coinvolge autodeterminazione, tutela della vita, responsabilità dei sanitari, diritto penale e uniformità delle garanzie non dovrebbe diventare un mosaico di discipline differenti da Regione a Regione. Può una questione così fondamentale cambiare attraversando un confine regionale? Io credo di no. La Regione non può stabilire una disciplina complessiva e uniforme. Non è nelle sue competenze.
E anche per queste ragioni il mio voto sarà contrario. Ma voglio dirlo con chiarezza: non è un voto contro chi soffre ovviamente, ci mancherebbe altro, e non è un giudizio morale tantomeno su chi compie una scelta drammatica. È una scelta più che altro sul ruolo che attribuiamo alle Istituzioni e alla sanità pubblica perché davanti alla persona più fragile io vorrei una comunità capace di dire: la tua vita continua ad avere un valore, la tua dignità non dipende dalla tua autosufficienza, la tua fragilità non ti rende un peso e noi non ti lasciamo solo. Prima di chiedersi come accompagnare una persona alla morte dobbiamo poter dire di aver fatto davvero tutto ciò che era possibile per accompagnarla nella vita fino all’ultimo istante. Questo è quello in cui crediamo e per questo il mio voto sarà contrario.
Speaker : PRESIDENTE
Grazie, consigliera Barbera.
Ci sono ancora due iscritti, poi ci sono altri che chiedono di iscriversi domani. Quindi, chiuderei con i due iscritti, poi riprendiamo domani.
Mi perdoni, consigliera Sambo, c’è più di qualcuno che mi ha chiesto di poter intervenire domani mattina e non vuole intervenire ora.
Quindi, per me la discussione generale non è chiusa.
Speaker : Monica SAMBO (Partito Democratico)
Grazie innanzitutto all’Associazione Luca Coscioni per il lavoro portato avanti in questi anni e per aver contribuito a mettere le Istituzioni di fronte a una responsabilità che non possiamo più rinviare, e grazie alle 9.000 persone che hanno firmato questa proposta di legge.
Oggi, o meglio, domani, dato anche che a breve concludiamo questa discussione, può essere veramente una giornata storica per il Veneto, e credo anche per l’Italia. Il Veneto può scegliere di scrivere una pagina importante non soltanto per la nostra Regione, ma per tutto il Paese, una pagina di civiltà, di libertà, ma soprattutto di dignità.
Quando parliamo di fine vita, infatti, non stiamo discutendo princìpi astratti, ma stiamo parlando di persone, di donne e uomini che vivono in condizioni di sofferenza estrema, delle loro famiglie, di persone che chiedono all’istituzione di non essere lasciate sole proprio nel momento più difficile della loro esistenza.
Il tentativo di fermare questa discussione attraverso una questione pregiudiziale sostenuta da Valdegamberi e da Fratelli d’Italia, fortunatamente oggi non è andata a buon fine, così finalmente siamo entrati nel merito. Era necessario farlo, perché la politica ha il dovere di affrontare anche le questioni più difficili, anzi, è proprio davanti alle questioni più difficili che si misura la capacità delle Istituzioni di essere all’altezza delle persone che rappresentano.
Ho ascoltato in quest’Aula tante parole, molte mi hanno toccato e le ho condivise; altre, invece, ritengo irricevibili. Ho sentito parole come “contrarietà alla vita”, o anche che stiamo dando con questa legge una scorciatoia a chi è più fragile. Nessuno qui è contrario alla vita, anzi, ce lo ha testimoniato proprio Stefano con la sua battaglia, che ancora oggi la sorella Cristina porta avanti, e che noi, anche con questa legge, sosteniamo.
Nessuno considera la sofferenza qualcosa di irrilevante, e nessuno vuole imporre a un’altra persona, una scelta che riguarda la sua coscienza, la sua vita o la sua morte, ma è esattamente il contrario: bisogna dirlo chiaramente. Questa legge non obbliga nessuno e non sottrae diritti a nessuno. Garantisce invece che nelle condizioni individuate dalla Corte costituzionale una persona possa vedere rispettata la propria libertà di scelta attraverso procedure certe, tempi definiti e la responsabilità del servizio sanitario. Questo è un punto fondamentale.
Questa legge non istituisce il suicidio medicalmente assistito. Quel perimetro è già stato tracciato chiaramente dalla Corte costituzionale. A noi spetta un altro compito: evitare che quanto riconosciuto dalla Corte rimanga soltanto sulla carta; evitare che una persona, nel momento di massima fragilità, sia costretta ad affrontare anche l’incertezza, i ritardi, la burocrazia e differenze inaccettabili da un territorio all’altro, perché la dignità di una persona non può dipendere dalla ASL in cui risiede.
Vorrei soffermarmi anche su un altro punto. Quando entrano in gioco temi eticamente sensibili, la laicità delle istituzioni non significa negare i valori di qualcuno, significa rispettarli tutti. Chi, per le proprie convinzioni personali o religiose, non sceglierebbe mai per sé il suicidio medicalmente assistito, deve essere pienamente libero di farlo, e ci mancherebbe, ma quelle stesse convinzioni non possono diventare un limite imposto per legge alla libertà e alla coscienza di un’altra persona. Questa è la forza di una legge laica. Non obbliga tutti a pensare allo stesso modo, ma permette a persone che pensano diversamente di compiere le proprie scelte più intime nel rispetto reciproco. Per questo respingo anche l’idea che approvare una legge come questa significhi voltarsi dall’altra parte davanti alle sofferenze, come è stato detto da alcuni colleghi di Fratelli d’Italia. Semmai è proprio il contrario: voltarsi dall’altra parte è invece sapere che esistono persone che vivono in condizioni drammatiche, che possiedono determinati requisiti riconosciuti dalla Corte costituzionale e che chiedono una risposta alle istituzioni e decidere comunque di non dare loro regole, tempi e certezze.
Una legge non cancella il dolore, non cancella le enormi sofferenze, come non potrebbe farlo con le gioie della vita, e non può farlo. Non elimina nemmeno la paura, non risolve il dramma di una persona o di una famiglia e non rende semplice ciò che semplice non sarà mai, ma può fare una cosa fondamentale: può impedire che al dolore si aggiungano l’abbandono e la solitudine istituzionale e può garantire la dignità a chi quel dolore lo sta vivendo.
Per questo ciascuno di noi deve assumersi davanti ai cittadini e alla propria coscienza la responsabilità delle proprie scelte e del proprio avuto, e qualunque sia l’esito di quest’Aula resta una responsabilità ancora più grande: serve una legge nazionale sul fine vita, serve una legge seria, equilibrata, rispettosa delle persone che non arretri rispetto ai princìpi stabiliti dalla Corte costituzionale e che garantisca gli stessi diritti e le stesse tutele in ogni parte d’Italia.
Non possiamo accettare che davanti ad una delle scelte più intime e dolorose dell’esistenza vi siano cittadini con possibilità diverse soltanto perché vivono in Regioni diverse.
La politica deve avere il coraggio di stare dentro la complessità, perché riconoscere la libertà di una persona non significa condividere necessariamente la sua scelta, ma significa riconoscerla come persona fino alla fine.
Speaker : PRESIDENTE
Grazie, consigliera. Chiudiamo qui.
La discussione generale non è chiusa, dai conti che abbiamo ci sono ancora cinque o sei Consiglieri minimo che chiederanno di parlare domani mattina.
Dopodiché, appena chiusa la discussione generale domani mattina, il Consiglio si riunisce alle 10, abbiamo mezz’ora, quaranta minuti di interrogazioni, poi si inizia a riprendere l’argomento. Appena chiusa la discussione generale, la consigliere Lanzarin, la Presidente, convocherà la Commissione per la manovra emendativa, quindi ci sarà la sospensione per poi riprendere durante la giornata.
Grazie e buona serata a tutti.
Consiglio domani mattina alle 10.
